Riflessioni sulle guerre passate e future!

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Questo argomento contiene 516 risposte, ha 48 partecipanti, ed è stato aggiornato da Richard Richard 3 anni, 9 mesi fa.

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  • #67147
    kingofpop
    kingofpop
    Partecipante

    dobbiamo anche vedere se quei dati e quelle precentuali sono veritiere


    #67148

    Erre Esse
    Partecipante

    Iran = Stalingrado.


    #67149

    Anonimo

    http://comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9275

    L'ESERCITO INGLESE MIGLIORA I PIANI PER UN ATTACCO ALL’IRAN
    Postato il Venerdì, 04 novembre @ 18:10:00 CDT di supervice

    IN SEGUITO A NUOVI TIMORI SUL NUCLEARE

    DI NICK HOPKINS
    Guardian.co.uk
    Gli ufficiali inglesi considerano opzioni di contingenza per sostenere una possibile azione degli USA mentre cresce la paura sulle potenzialità di Teheran

    Secondo quanto appreso da The Guardian, le forze armate britanniche stanno considerando piani di contingenza per una potenziale azione militare contro l'Iran a causa della crescente preoccupazione sul programma di arricchimento nucleare di Teheran.

    Il Ministro della Difesa pensa che gli Stati Uniti potrebbero decidere di accelerare i piani per un attacco missilistico ad alcuni impianti chiave iraniani. Gli ufficiali inglesi affermano che, nel caso Washington dovesse spingere in avanti, cercherà e troverà l'aiuto dell'esercito britannico per ogni missione, nonostante alcune pesanti riserve all'interno della coalizione di governo.

    In attesa di un potenziale attacco, i decisori dell'esercito inglese stanno analizzando dove impiegare al meglio nei prossimi mesi le navi e i sottomarini della Flotta Reale dotati di missili cruise Tomahawk come parte di ciò che si disegnerebbe una campagna aerea e marittima.

    Inoltre, pensano che gli Stati Uniti chiederanno il permesso di lanciare attacchi da Diego Garcia, il territorio inglese nell'Oceano Indiano, già utilizzato dagli americani nei conflitti in Medio Oriente.

    Nelle ultime settimane il Guardian ha intervistato una serie di ufficiali della Difesa e di Whitehall, i quali hanno affermato che l'Iran stava tornando a essere il centro delle preoccupazioni diplomatiche dopo la rivoluzione in Libia.

    Hanno messo in chiaro che Barack Obama non vuole imbarcarsi in una nuova e provocatrice avventura militare prima delle prossime elezioni presidenziali di novembre.

    Ma hanno messo in guardia dal fatto che i calcoli potrebbero cambiare per la sempre maggiore ansietà accumulata dalle agenzie occidentali e della posizione molto più belligerante che l'Iran sembra aver assunto.

    Probabilmente i falchi americani si aggrapperanno al rapporto della IAEA – l’Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica – della prossima settimana, dal quale ci si aspetta che arrivino prove fresche di un possibile programma dell'Iran per la produzione di armi nucleari.

    È stato riferito al Guardian che il bollettino della IAEA potrebbe comportare “un cambio di prospettiva” che fornirà dettagli inediti sulle ricerche e gli esperimenti fatti dal regime.

    Un ufficiale veterano di Whitehall ha affermato che l'Iran si era dimostrato “sorprendentemente elastico” di fronte alle sanzioni e che i sofisticati tentativi dell'Occidente per invalidare il suo arricchimento nucleare avevano avuto meno successo di quanto si era ritenuto all'inizio.

    Ha dichiarato che l'Iran è apparso caratterizzato da una “nuova aggressività, e non siamo del tutto sicuri del perché”, menzionando tre recenti complotti di omicidio in territorio straniero che erano stai definiti dalle agenzie di intelligence come coordinati da elementi con base a Teheran.

    Inoltre, gli ufficiali ora credono che l'Iran abbia ripristinato tutto il suo potenziale perduto lo scorso anno nel corso di un sofisticato attacco virtuale. Il virus Stuxnet, che si dice elaborato da americani ed israeliani, ha sabotato molte delle centrifughe usate dagli iraniani per arricchire l'uranio

    Circa la metà delle centrifughe iraniane sono state disattivate o rese inaffidabili dallo Stuxnet, ma i diplomatici credono che la loro potenzialità sia stata recuperata e la IAEA pensa che potrebbe addirittura aumentare.

    È stato inoltre riferito ai Ministri che gli iraniani hanno attivato alcune nuove centrifughe, più efficienti, nella base militare super fortificata che è stata scavata sotto una montagna nei pressi della città di Qom.

    Si teme che le centrifughe, che possono essere usate per arricchire l'uranio da usare nelle armi, siano talmente ben protette all'interno del sito che gli attacchi missilistici potrebbero non raggiungerle. Il veterano di Whitehall ha affermato che pare che gli iraniani stiano proteggendo “materiale e potenziale” all'interno della base.

    Un altro ufficiale di Whitehall, con conoscenze sulla progettazione militare inglese, ha dichiarato che nell'arco del prossimo anno l'Iran potrebbe aver accumulato materiale a sufficienza per realizzare un programma segreto all'interno dei bunker fortificati. Ha quindi affermato che era necessario portare i piani britannici su un nuovo livello.

    “Dopo [dodici mesi] non avremo la certezza di raggiungerli con i nostri missili”, ha dichiarato la fonte.” Quindi la finestra si chiude e il Regno Unito ha bisogno di anticipare le progettazioni. Gli Stati Uniti potrebbero farlo da soli, ma non lo faranno.

    “Abbiamo prima bisogno di una richiesta di collaborazione. Pensavamo che questo non sarebbe successo prima delle elezioni americane del prossimo anno, ma non ne siamo così sicuri.

    Il presidente Obama deve prendere un'importante decisione nei prossimi mesi poiché non vorrà agire in nessun modo prima di un elezione”.

    Un'altra fonte ha aggiunto che non c'è stata “un'accelerazione verso l'azione militare da parte degli USA, ma che ciò potrebbe mutare”. La prossima primavera potrebbe essere il periodo chiave per decidere, ha dichiarato la fonte. Il Ministero della Difesa ha un comitato speciale che studia le scelte militari nei confronti dell'Iran.

    È stato riferito al Guardian che i pianificatori si aspettano che le campagne saranno del tipo aereo con un qualche coinvolgimento navale, usando missili come i Tomahawk, con una portata di 800 miglia (1.287 km). Non ci sono piani per un'invasione terrestre, ma potrebbe essere necessario anche “un piccolo numero di forze speciali” sul campo.

    La RAF potrebbe inoltre provvedere al rifornimento in volo e un servizio di sorveglianza, nel caso che fossero richiesti. Gli ufficiali britannici affermano che qualsiasi tipo di aiuto sarebbe solo di contorno: gli Stati Uniti potrebbero agire per conto loro, ma preferiscono non farlo.

    Un portavoce del Ministero della Difesa ha dichiarato: “Il governo inglese crede che una duplice strategia di pressione e impegno sia l'approccio migliore per affrontare la minaccia del programma nucleare iraniano e per evitare un conflitto regionale. Prediligiamo una negoziazione, ma devono essere prese in considerazione tutte le opzioni”.

    Il Ministero afferma che non ci sono prove schiaccianti per un conflitto, ma alcuni membri ammettono che da un po' di tempo sono in corso atti preparatori all'Ufficio Esteri e al Ministero stesso.

    Un ufficiale ha affermato: “Credo sia giusto dire che il Ministero della Difesa elabori costantemente dei piani per ogni tipo di situazione internazionale. Alcune aree preoccupano più di altre. Non è di certo oltre i limiti del possibile il fatto che il Ministero stia pensando a cosa dovremmo fare nel caso accada qualcosa con l'Iran. È abbastanza probabile che ci siano persone alla Difesa che abbiano pensato a come agire se dei comandanti venissero a chiederci se possiamo sostenere gli USA. Il giusto contesto per questo è l'immediata progettazione di contingenza.”

    Washington è stata messa in guarda da Israele contro il suo troppo tardare nell'intraprendere una qualsiasi azione militare.

    Le agenzie di intelligence occidentali affermano che se Israele crede che il suo esercito non sarà in grado di lanciare un attacco per debellare il programma nucleare iraniano, pretenderà un'azione da parte degli USA. Una fonte ha dichiarato che “gli israeliani vogliono credere che possano risolvere la cosa” e continueranno a spingere per un'azione militare se l'Iran non smette di giocare a nascondino.

    Si stima che l'Iran, che ha ripetutamente dichiarato di essere interessato solo allo sviluppo di un programma nucleare civile, ha già abbastanza uranio arricchito per produrre tra le 2 e le 4 armi nucleari.

    Gli esperti credono che entro due anni Teheran potrebbe possedere un sistema balistico di lancio dei missili.

    Gli ufficiali inglesi ammettono di essere perplessi da ciò che appare ai loro occhi come la nuova aggressività dell'Iran, affermando che ci sono prove convincenti sul fatto che l'Iran sia responsabile dell'omicidio nel maggio scorso a Karachi di un diplomatico saudita, come anche dell'audace complotto per assassinare l'ambasciatore saudita a Washington, rivelato lo scorso mese.

    “C'è una marcata linea tratteggiata che unisce Teheran al complotto di Washington”, ha affermato un ufficiale.

    All'inizio di quest'anno la IAEA aveva dichiarato di possedere prove sul fatto che Teheran avesse lavorato su una tecnologia di innesco nucleare altamente sofisticata che può essere usata solo per azionare un ordigno nucleare.

    Ha inoltre dichiarato essere “sempre più preoccupata della possibile esistenza di attività segrete legate al nucleare, passate e presenti, che coinvolgono organizzazioni di carattere militare, comprese attività connesse allo sviluppo di una carica nucleare per un missile”.

    Lo scorso anno il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha imposto una quarta tornata di sanzioni all'Iran per cercare di distogliere Teheran dal perseguire le sue ambizioni nucleari.

    La scorsa fine settimana il New York Times ha riportato la notizia che gli Stati Uniti stavano cercando di stanziare la loro presenza militare nella regione, con un occhio all'Iran.

    Secondo il quotidiano, gli USA stanno considerando l'idea di inviare altre navi da guerra nella regione, cercando così di espandere le relazioni militari con i sei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman.

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    Fonte: UK military steps up plans for Iran attack amid fresh nuclear fears


    #67150
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

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    #67152

    Anonimo

    http://comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9292

    PERCHÉ I GOVERNI FANNO LE GUERRE
    Postato il Lunedì, 07 novembre @ 15:28:18 CST di supervice

    Uno sguardo sul fronte interno: una teoria libertaria delle relazioni internazionali

    DI JUSTIN RAIMONDO
    Antiwar.com
    Perché gli Stati Uniti sono coinvolti in una guerra senza fine in tutto il mondo? Perché, in materia bellica, le nazioni o, meglio, i loro governi si comportano nel modo a cui quotidianamente assistiamo? Il numero di risposte è senza dubbio quasi uguale al numero di interlocutori. “Si tratta di economia”, dicono i marxisti (e gli hamiltoniani): l'imperialismo è la fase suprema del capitalismo. No, dicono i “realisti”, tutto verte sugli oggettivi “interessi” delle varie nazioni e sull'interazione di questi “interessi” in campo internazionale. I neoconservatori hanno una spiegazione diversa: è tutta una questione di “volontà” e “scopo nazionale” o della mancanza di queste: intrisa dell’ideale della nostra “grandezza nazionale” l'America diffonderà la democrazia in tutto il mondo, altrimenti andrà incontro a un declino vergognoso in cui la perdita spirituale precederà la perdita dello spirito guerriero.

    Eppure nessuna di queste teorie apparentemente dominanti fornisce una spiegazione adeguata sul come e sul perché ci troviamo nella situazione attuale. L'America ha mandato in bancarotta sé stessa per costruire un impero globale con basi, protettorati, colonie in ogni continente; eppure ci ostiniamo ancora a perseguire una politica che ci sta portando sull'orlo dell'abisso finanziario. La nostra rete di ammortizzatori sociali è in gravi condizioni e mostra molti segni di fallimento: il nostro sistema bancario è un traballante castello di carte e la crisi immobiliare nazionale – l'ultima bolla finanziaria a manifestarsi – sta trascinando il ceto medio-basso nella miseria. Eppure inviamo miliardi, anzi, migliaia di miliardi di dollari oltreoceano per puntellare un precario impero all'estero. Come è possibile questo, e perché è successo?

    Nel postulare una teoria libertaria dei rapporti internazionali dobbiamo tralasciare il prescrittivo per concentrarci sul descrittivo: cioè, dobbiamo ignorare, per il momento, la questione di ciò che la politica estera ideale dovrebbe essere per concentrarci sulla descrizione di come le nostre attuali politiche sono formulate e attuate. Iniziamo quindi con la questione di chi in questo momento decide la politica estera.
    Ci viene detto che nelle società “democratiche” è il popolo a prendere le decisioni, perché, in teoria, i cittadini non richiamano i politici alle loro responsabilità solo quando si recano alle urne, ma anche nelle tribune dell’opinione pubblica e qualsiasi apparato parlamentare condivide il potere con l’esecutivo. Nella pratica, invece, la politica estera è un regno completamente separato, è il dominio di “esperti” e specialisti nascosti nei think tank * e, naturalmente, nelle alte sfere del Consigli di Stato.

    Inoltre, a meno che non sia in corso una guerra – evento che ha un effetto evidente sulla vita economica e politica della nazione -, la politica estera è l'ultima delle preoccupazioni dei cittadini. Ciò è particolarmente vero negli Stati Uniti, ma anche in un contesto più ampio: è naturale che le persone di solito siano interessate agli eventi loro più prossimi, perché hanno una maggiore conoscenza del relativo contesto.
    Questa presa di distanza dei cittadini dal processo decisionale è accentuata, negli Stati Uniti, dall'erosione del potere del Congresso nel campo della politica estera. Negli ultimi giorni dell'impero americano, la politica è fatta quasi interamente all'interno della Casa Bianca e dalla burocrazia della sicurezza nazionale: il Congresso ha ceduto i suoi poteri in materia bellica molto tempo fa.

    Il comportamento dell’America, come di qualsiasi altro paese, in materia di politica estera è quindi il campo d’azione di un gruppo molto piccolo al vertice della piramide politica: quello che potremmo chiamare, in mancanza di una migliore descrizione del gruppo, la classe dirigente, anche nota come “Establishment”. Questi sono i principali attori sulla scena mondiale, oltre a soggetti non incardinabili in schemi definiti, come i gruppi terroristici, i vari movimenti di “liberazione” e George Soros.
    Per rispondere alla domanda posta all'inizio di questo articolo, è necessario chiedersi che cosa motiva l’Establishment: cosa lo induce al raggiungimento del consenso e all’azione? Per i libertari e per quelli che hanno una mentalità realistica, che non sempre coincidono con la stessa persona, la risposta è semplice: è tutta una questione di potere.

    Il mantenimento e l'espansione del potere politico sono stati l’obiettivo centrale di ogni classe dirigente nel corso della storia, non importa quale fosse il declamato orientamento ideologico. Le dittature, le democrazie e tutte le forme di governo che sono configurabili in una posizione intermedia tra queste due modalità di organizzazione politica hanno questo tratto in comune: il mantenimento e l'espansione del potere politico sono il principio organizzativo alla base della macchina politica, l’idea alla base delle azioni. Le varie spiegazioni ideologiche delle proprie azioni offerte da queste élite sono sempre razionalizzazioni di azioni fatte per il proprio tornaconto e, quindi, in ultima analisi, tali spiegazioni si rivelano irrilevanti: per esempio, la vecchia élite comunista faceva finta di lavorare per la creazione del sistema comunista in tutto il mondo, ma in realtà si dedicava alla creazione del “socialismo in un paese” per accumulare indebitamente ricchezza. In Occidente i leader politici insistono nell’asserire che il loro obiettivo è la diffusione della democrazia liberale e dei relativi presunti benefici economici, ma la realtà è che sono più interessati alle loro campagne elettorali e alle relative probabilità di vittoria: i motti antichi della classe dirigente anglosassone, che ha diffuso il principio della “noblesse oblige”, sono così logori e ridotti a brandelli che nessuno si preoccupa nemmeno di invocarli più.

    I politici, insomma, sono in politica per rimanervi: il loro interesse è acquisire e mantenere il potere, e questo è ciò che li motiva in tutte le questioni nazionali e straniere. L’”interesse nazionale”, la “rivoluzione mondiale”, il destino peculiare che viene offerto a noi in qualità di beneficiari canonizzati dell’”eccezionalismo americano”, tutti questi diversi marchi ideologici dalla fumosa consistenza, usati fino al completo logorio, altro non servono che a mascherare con varie tonalità di retorica senza alcun costrutto nudi interessi egoistici.

    Un governatore saggio, come ad esempio Marco Aurelio, poteva pervenire alla lunga durata del suo governo (per non parlare del positivo giudizio della storia) tramite il perseguimento della pace, di politiche relativamente benefiche, mentre un folle e/o un malefico come Hitler poteva perseguire politiche che sembrassero espandere il loro potere nel breve, ma lo distruggevano nel lungo periodo. Entrambi, però, erano di fatto motivati ​​dalla soverchiante ambizione di indossare l'Anello del Potere e quindi di modellare il corso degli eventi.

    Nel cercare di capire perché i governi si comportano in un modo o nell’altro in politica estera, il primo compito di un osservatore intelligente è quello di guardare verso il fronte interno. Le spiegazioni “ufficiali” per le azioni belliche sono sempre legate a qualche “crisi” presente a migliaia di chilometri di distanza, di solito attribuita ai vili atti del cattivo del mese. In realtà, la vera causa di solito molto molto più prossima e ci riguarda direttamente.

    Per esempio, diamo un'occhiata agli eventi in Libia, per i quali ci è stato detto che se gli Stati Uniti e la NATO non fossero intervenuti ben centomila civili sarebbero stati massacrati dalle forze fedeli a Muammar Gheddafi. Questa presunta “crisi umanitaria”, tuttavia, si è rivelata essere simile ad altre diffuse con la propaganda tipica delle guerre precedenti, alla pari dei bambini uccisi negli incubatrici in Kuwait, ma non così convincente quanto quella dei bambini belgi che si dice siano stati infilzati sulle baionette del Kaiser.

    Lo stiamo facendo per “i bambini”: questo è il tipo di guerra che il Segretario di Stato Hillary Clinton può sostenere! E lei certamente lo ha fatto: infatti, è stata lei, in combutta con altre due importanti arpie “progressiste” dell’alto comando della sicurezza nazionale, a chiedere che gli Stati Uniti intervenissero in Libia, decisione che il presidente era chiaramente riluttante a prendere. Eppure ha accettato per accontentare l'ala clintoniana del suo partito, sempre più inquieta, che sta aggressivamente spingendo perché Hillary sostituisca Biden nel 2012 e per placare George Soros. La dichiarazione improvvisa di una “crisi umanitaria” è stata, lapalissianamente, un ridicolo pretesto per l'intervento, cosa che si è resa ancor più chiara a posteriori, quando una vera crisi umanitaria è stata causata dai diversi ribelli delle “milizie” nelle roccaforti lealiste come Sirte e nella Libia occidentale in genere.

    La vera ragione dell'avventura libica è stata la necessità di evitare una crisi politica all'interno della coalizione dei Democratici: Obama voleva una “squadra di rivali” e questo è ciò che ha ottenuto. Dopo aver ceduto la politica estera della sua amministrazione ai Clinton, il presidente non ha avuto altra scelta che lasciare che Hillary affermasse sé stessa: quella della Libia è stata la sua guerra e Obama le ha dato spazio per ragioni puramente interne.

    La nostra politica imbarazzante e vacillante sulla questione palestinese, e il conflitto israelo-palestinese in generale, è un altro esempio lampante di come le dinamiche della politica interna possano guidare il processo decisionale della politica estera. Dopo un inizio promettente, l'amministrazione Obama ha abbandonato la sua politica di “grande equilibrio”, tanto vituperata dai neoconservatori, e ha finito con il capitolare dinanzi agli israeliani, riluttanti a tale svolta politica, e alla loro politica di “insediamento”, unendosi a loro anche nel disdegnare l’offerta dell'Autorità Palestinese per il riconoscimento dinanzi alle Nazioni Unite di un obiettivo a lungo perseguito da presidenti degli Stati Uniti, tra cui Bill Clinton e George W. Bush: la creazione di uno Stato palestinese. Perché questo improvviso voltafaccia?

    Come una volta sottolineò il candidato dei Democratico alla presidenza Wesley Clark, i grandi donatori del partito, “la gente con i soldi di New York”, non vede di buon occhio i candidati che non concordano con la linea del governo israeliano. La tempistica degli eventi che hanno portato al veto alle Nazioni Unite è un indizio: è avvenuto appena una settimana dopo la sconfitta di un Democratico in un distretto congressuale ebraico di New York, sino ad allora profondamente democratico. L'ultima tensione in rapido acuirsi nelle relazioni tra USA e Iran, il falso complotto “terrorista” iraniano – presumibilmente realizzato da un venditore di auto usate alcolizzato – è ancora di più la prova evidente che la politica estera è poco connessa a quello che accade in realtà, mentre esercitano su di essa grande importanza le esigenze politiche dei vari attori della vita politica interna del paese. In un'epoca in cui le prospettive di rielezione del presidente si fanno sempre più cupe, l'amministrazione Obama ha paura di perdere i donatori chiave e i blocchi di voto che dubitano del suo impegno per la “sicurezza” di Israele. Così, voilà, la grande inversione di rotta è fatta.

    Nell’asserire che la politica interna di un Paese è fondamentale per comprendere le relazioni con gli altri Stati, è importante non fare distinzioni, sia ideologiche che strutturali. Cioè, non si devono considerare nel ragionamento le descrizioni autoreferenziali e altri concetti che mascherano la comunanza di fondo di tutti gli Stati in tutto il mondo. Se stiamo parlando di democrazie, o monarchie, “repubbliche della gente” sul vecchio modello sovietico o repubbliche delle banane alla Hugo Chavez, si applica la stessa regola: l’”establishment”, sia esso capitalista, “socialista”, teocratico, o di qualunque altro sapore ideologico è tenuto e determinato a mantenere il potere, e farà di tutto per acquisirne di più.

    Questa comunanza è dimostrata dal fatto che le democrazie hanno le stesse probabilità di impegnarsi nelle guerre imperialistiche quanto le dittature di qualsiasi tipo: la nostra attuale politica della guerra infinita dimostra questa regola in modo abbastanza drammatico, e la storia lo conferma. La Gran Bretagna, di gran lunga l'impero più liberale e democratico che sia mai esistito, era allo stesso tempo il più grande aggressore, espandendo senza sosta l'impero in quasi tutti i continenti, abolendo la schiavitù ma schiavizzando milioni di persone sotto altre forme. I rivoluzionari francesi erano allo stesso modo espansionisti, come dimostra chiaramente la carriera di un famoso caporale francese. Come Roma, l'Atene dell'antichità classica, fondatrice dell'ideale democratico, era inizialmente una repubblica e successivamente ha costituito un impero nel Mediterraneo, che alla fine è andato in rovina.

    Una teoria libertaria degli affari esteri inizia con l'assioma che chi detiene il potere ci vuole rimanere: tutto il resto segue da questa proposizione di base. È il “tutto il resto”, tuttavia, a essere la parte importante e non un mero dettaglio da chiarire successivamente. Poiché la politica e le decisioni politiche sono fatte da persone reali, non da “forze” impersonali e da astrazioni fluttuanti, il contesto specifico in cui vengono prese queste decisioni è la chiave per comprendere il corso degli eventi. Non basta dire che c'è qualche grande complotto organizzato dagli Illuminati, dai partecipanti al Bilderberg o dai Savi di Fandom, i quali operano dietro le quinte e manipolano la “crisi” del momento a proprio vantaggio. È necessario citare dettagli particolari, cioè connessioni causali tra specifici individui, certe scelte politiche e i benefici ottenuti.

    Questo è il motivo per cui il giornalismo è una branca importante delle arti letterarie, e perché il suo declino è un duro colpo per la causa della pace e della libertà. Senza dettagli specifici e senz’armi di fronte ai fatti, né l'analista professionale né il cittadino interessato possono ottenere un indizio su ciò che sta accadendo nella più grande, e più pericolosa, potenza del pianeta. Ecco perché Antiwar.com è uno strumento così importante nella lotta contro il militarismo e l’interventismo: perché portiamo alla vostra attenzione le informazioni che non vogliono farvi conoscere. Il nostro orecchio è sempre a terra, ascoltando i segni rivelatori di un'altra “guerra per la democrazia” e/o “crisi umanitaria” che richiedano l'intervento militare degli Stati Uniti. Portandoli aldilà dei titoli dei giornali, diamo ai nostri lettori notizie importanti sulle ultime mosse del Partito della Guerra e, come il Partito della Guerra, non ci fermiamo mai.

    Non possiamo riposare, perché la tendenza dei governi a cercare costantemente opportunità di espandere il proprio potere, anche oltre i confini nazionali, è intrinseca al potere stesso e quindi costante. Non può essere né eliminata né ignorata: deve essere costantemente osservata e sfidata. Ecco perché siamo qui, e per questo dobbiamo continuare a essere qui sino a quando i governi esisteranno.

    * Un think tank (letteralmente “serbatoio di pensiero” in inglese) è un organismo, un istituto, una società o un gruppo, tendenzialmente indipendente dalle forze politiche (anche se non mancano think tank governativi), che si occupa di analisi delle politiche pubbliche e quindi nei settori che vanno dalla politica sociale alla strategia politica, dalla economia alla scienza e la tecnologia, dalle politiche industriali o commerciali alle consulenze militari.

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    Fonte: Why Governments Make War

    26.10.2011


    #67153

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/guerre/israele_guerra_iran_nucleare.html

    Nucleare. Israele: conto alla rovescia per la guerra in Iran
    Il presidente israeliano Shimon Peres ha annunciato che il conto alla rovescia è ormai imminente: entro pochi mesi contro l'Iran e il suo programma nucleare potrebbe scatenarsi quella che da alcuni è già stata definita la 'terza guerra mondiale', aperta da un raid aereo e missilistico. Alcune ipotesi e constatazioni sulla situazione geopolitica attuale.

    di Giorgio Cattaneo – 7 Novembre 2011

    Il presidente israeliano Shimon Peres ha annunciato che il conto alla rovescia è ormai imminente
    Tempo scaduto: tra poco parleranno le armi? Contro l’Iran, nel mirino per il suo programma nucleare, potrebbe scatenarsi la 'madre di tutte le guerre', aperta da un raid aereo e missilistico entro pochi mesi se l’Aiea denuncerà la preparazione di bombe atomiche. Esplicito il presidente israeliano, Shimon Peres: conto alla rovescia ormai imminente.

    È la conferma di un pericolo reale, denunciato con insistenza da analisti come il canadese Michel Chossudovsky: “La terza guerra mondiale non è mai stata così vicina”. Liquidato Gheddafi e neutralizzato Assad, la Nato è padrona del Mediterraneo e il regime di Teheran appare isolato: mentre l’Unesco pensa di inserire la Palestina nel patrimonio dell’umanità, Israele testa nuovi missili e organizza war games in Sardegna. E anche gli inglesi tifano per la guerra, che Obama sperava di riuscire almeno a rinviare.

    “Mentre l’attenzione internazionale è concentrata sulla crisi finanziaria e dei debiti sovrani – scrive Simone Santini su Clarissa. – una nuova voragine, forse ancor più drammatica, rischia di aprirsi nel breve periodo: una voragine che si chiama guerra”.

    Sembra la conferma dell’allarme lanciato continuamente da osservatori come Giulietto Chiesa: “Siamo di fronte a un’epocale collasso finanziario del capitalismo basato su carte false, trilioni inesistenti e conti truccati, col debito statunitense che ha raggiunto livelli stratosferici: in questo caso, la guerra è la soluzione migliore per fare tabula rasa”.

    Non una crisi regionale, ma una guerra planetaria innescata da conflitti in apparenza locali come quello libico: la conquista di Tripoli da parte della Nato, dopo la secessione africana del Sud Sudan, ha di fatto tagliato alla Cina i rifornimenti strategici (petrolio e gas) sui quali Pechino aveva investito moltissimo. E ora, l’Iran: molto più vicino ai confini cinesi, il paese degli ayatollah – partner fondamentale di Pechino – potrebbe diventare il detonatore di un conflitto planetario.

    “Secondo indiscrezioni l’Aiea si appresterebbe ora ad accusare l’Iran di procedere verso la costruzione della bomba atomica”
    “La rottura della diga, il 'game changer' – scrive ancora Santini – potrebbe avvenire la prossima settimana con la divulgazione di un rapporto dell’Agenzia atomica internazionale”. Gestita fino al 2009 con grande equilibrio dall’egiziano Mohammed El Baradei, già contrario alla guerra in Iraq scatenata dalla menzogna ufficiale delle 'armi di distruzione di massa' di Saddam, secondo indiscrezioni l’Aiea si appresterebbe ora ad accusare l’Iran di procedere verso la costruzione della bomba atomica, anche se i ripetuti controlli e le numerose ispezioni hanno accertato che finora Teheran non ha violato il “trattato di non proliferazione”.

    Secondo il Guardian, l’Iran starebbe invece implementando nuove centrifughe per l’arricchimento dell’uranio spostandole in istallazioni sotterranee e fortificate nei pressi della città di Qom. Per questo, secondo un alto funzionario governativo britannico, rimasto anonimo, “oltre i 12 mesi non potremmo essere sicuri che i nostri missili possano essere efficaci: la finestra si sta chiudendo, e il Regno Unito deve procedere con una pianificazione razionale”.

    Venti di guerra, verso un attacco annunciato che sembra ormai dietro l’angolo: “Gli Stati Uniti potrebbero farlo da soli, ma non lo faranno”, dice ancora il funzionario londinese, “per cui abbiamo necessità di anticipare le loro richieste: ritenevamo di avere tempo almeno fino a dopo le elezioni americane del prossimo anno, ma ora non siamo più così sicuri”.

    Le notizie che si rincorrono descrivono un clima internazionale di grave allarme, a partire ovviamente da Israele: Tel Aviv spinge perché l’attacco all’Iran sia scatenato entro la primavera 2012. Ne parla apertamente il maggior quotidiano israeliano, Yedioth Ahronot, che descrive il dibattito in corso tra 'colombe' preoccupate dalle conseguenze del raid e 'falchi' come il premier Netanyahu e il ministro della difesa Ehud Barak, decisi a sferrare l’attacco contro il nemico strategico Ahmadinejad, che ha sempre dichiarato di voler cancellare Israele dalla carta geografica del Medio Oriente.

    Anche il paese sembra diviso sulla possibilità di una guerra, dice ancora Clarissa: secondo il sondaggio pubblicato dal quotidiano Haaretz, quattro israeliani su dieci (il 41% del campione) sarebbero favorevoli al raid, mentre quasi altrettanti (il 39%) sarebbero contrari; in attesa di decifrare l’intenzione degli incerti, Haaretz sostiene che in ogni caso la maggioranza (il 52%) si fida della valutazione e delle decisioni che vorranno prendere Netanyahu e Barak.

    Venti di guerra, verso un attacco annunciato che sembra ormai dietro l’angolo
    Intanto, Israele si prepara al peggio: il 3 novembre un’esercitazione ha mobilitato il paese per quattro ore, simulando una difesa contro attacchi missilistici dall’esterno. Le forze armate hanno testato con successo un nuovo missile balistico capace di raggiungere l’Iran, e l’aviazione israeliana ha appena condotto a termine un’imponente esercitazione nella base Nato di Decimomannu in Sardegna, con sei squadroni di cacciabombardieri impegnati a simulare azioni d’attacco su lunghe distanze con rifornimenti in volo.

    Se fino a ieri le autorità israeliane parlavano di “esercitazioni di routine”, denunciando la “fuga di notizie” innescata da due ex dirigenti Mossad, Meir Dagan e Yuval Diskin, a confermare l’allarme è lo stesso Peres, premio Nobel per la pace, che il 4 novembre ha dichiarato alla tv commerciale Canale 2 che l’opzione militare si sta affrettando: “I servizi di sicurezza di tutti i Paesi comprendono che il tempo stringe e di conseguenza avvertono i rispettivi dirigenti, perché a quanto pare l’Iran si avvicina alle armi nucleari”.

    Nel tempo che resta, ha aggiunto Peres, insistendo sulla tempestività dell’imminente azione, “dobbiamo esigere dai Paesi del mondo di agire, e dire loro che devono rispettare gli impegni che hanno assunto, e far fronte alle loro responsabilità: sia che si tratti di sanzioni severe sia che si tratti di una operazione militare”.

    Sempre l’inglese Guardian, aggiunge Simone Santini, il 2 novembre ha pubblicato un reportage secondo cui le forze armate del Regno Unito starebbero intensificando i preparativi in vista di attacchi missilistici degli Stati Uniti contro siti iraniani. Gli strateghi della Royal Navy starebbero esaminando la migliore dislocazione possibile nell’area mediorientale delle unità navali, tra cui i sottomarini dotati di missili da crociera Tomahawk.

    “Anche se Barack Obama non avrebbe intenzione di imbarcarsi in un nuovo conflitto, potrebbe esservi 'costretto'”
    Londra sarebbe pronta a concedere agli americani l’utilizzo dell’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, già usata come fondamentale base d’appoggio in precedenti conflitti nella regione. L’Iran è tornato al centro delle preoccupazioni diplomatiche dopo la guerra in Libia: anche se Barack Obama non avrebbe intenzione di imbarcarsi in un nuovo conflitto, potrebbe esservi 'costretto' dall’atteso rapporto nucleare dell’Aiea, dopo le voci di 'complotto iraniano' contro l’ambasciatore saudita negli Usa.

    Finora, le installazioni atomiche iraniane – destinate dichiaratamente all’uso civile – hanno resistito anche agli attacchi cibernetici sferrati dall’Occidente, e gli americani stanno riposizionando le proprie forze nella regione. Secondo il professor Chossudovsky, l’obiettivo è – da anni – l’accerchiamento dell’Iran: “Dalla seconda guerra mondiale, non si era mai visto un simile spiegamento di forze”. L’idea, spiega Clarissa, è di compensare il ritiro delle forze combattenti dall’Iraq ampliando la presenza militare nella penisola arabica, come ai tempi della prima guerra del Golfo, con nuovi stanziamenti in Kuwait, in Arabia Saudita e negli Emirati, e inviando ulteriori contingenti navali nel braccio di mare che separa le monarchie petrolifere dall’Iran.

    Nonostante la crisi e i tagli (solo annunciati) alla spesa militare, gli Usa rilanciano: obiettivo, una “Nato del Golfo” con Bahrein, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita, che renda permanente la prova generale di collaborazione appena sperimentata in Libia. “Gli scenari fin qui illustrati – si domanda Santini – puntano dritto verso un confronto militare o, come pensano alcuni analisti, fughe di notizie e pianificazioni militari servono per aumentare la pressione su Teheran, lanciando moniti credibili, per ottenere maggiori successi diplomatici?”.

    La risposta, in un senso o nell’altro, non tarderà probabilmente ad arrivare. “Nel frattempo, a fronte di un possibile conflitto con esiti devastanti, il movimento pacifista pare del tutto inerme ed impreparato. Tornerà ad agitarsi, forse, quando sarà ormai troppo tardi. Ammesso che non lo sia già ora”.


    #67154

    Anonimo

    http://comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9306

    L'UNICO SUPERBLOCCO MILITARE GLOBALE
    Postato il Mercoledì, 09 novembre @ 17:10:00 CST di supervice

    LA NATO DECIDE LE CONDANNE PER IL MONDO INTERO

    DI RICK ROZOFF
    Global Research
    Il 31 Ottobre il capo della Organizzazione del Trattato Nord-Atlantico (NATO) Anders Fogh Rasmussen è arrivato a Tripoli, capitale della Libia, alla fine della guerra di sette mesi che il blocco militare ha portato nel paese e ha dichiarato: “È meraviglioso essere in Libia, nella Libia libera!”

    Come già ventidue secoli prima aveva fatto Scipione l’Africano il Giovane nella vicina Tunisia, l’allora Cartagine, Rasmussen ha piantato il vessillo del conquistatore sul suolo del Nord Africa. E forse anche la NATO concederà a Rasmussen l’onorifico soprannome di Africano dopo la prima guerra e la prima conquista sul continente del blocco militare atlantico.

    Mentre nella capitale libica si crogiolava nel trionfo che i commentatori occidentali hanno celebrato come la prima completa e incontestata vittoria militare della NATO, “il maggior successo nella storia della NATO” per dirla con le parole dello stesso Rasmussen, al Segretario Generale è stato chiesto se ci fossero programmi per replicare “il modello libico” anche in Siria: “La mia risposta sarà molto breve, la NATO non ha alcuna intenzione di intervenire. Lo escludo completamente”, ha affermato Rasmussen.

    Ma, smentendo la sua stessa dichiarazione, ha immediatamente aggiunto: “Ciò detto, condanno fermamente le azioni repressive ai danni della popolazione siriana. Quello che è accaduto in Libia manda un chiaro segnale. Non si può ignorare la volontà del popolo.”

    La guerra di 227 giorni contro la Libia, iniziata dall’Africom dal 19 al 31 Marzo e successivamente portata avanti dalla NATO, è, secondo il capoclan della NATO, “un chiaro segnale” per la Siria, ma “la NATO non ha alcun intenzione” di intraprendere un’azione militare contro la Siria. Davvero scarse le rassicurazioni offerte sia al governo che al popolo siriano.

    Stando a un resoconto, nel giorno in cui Muammar Gheddafi veniva brutalmente ucciso, il senatore John McCain, membro di rango nella Commissione del Senato per le Forze Armate e candidato alla Casa Bianca nel 2008, avrebbe minacciato il presidente siriano, il Primo Ministro russo e alcuni dirigenti cinesi non meglio identificati con l’eloquente monito: “Hanno ragione per essere preoccupati”.

    Il 20 ottobre ha dichiarato alla BBC: “Penso che i dittatori di tutto il mondo incluso Bashar al-Assad, forse anche il Signor Putin, forse alcuni cinesi, o forse tutti quanti loro, debbano essere un po’ più nervosi adesso.” Tre giorni dopo, mentre era in Giordania, ha poi ripetuto il parallelo tra Libia e Siria.

    Se Rasmussen fosse stato una persona diversa, ossia se fosse stato individuo onesto, i commenti fatti nella capitale libica si sarebbero limitati a citare Tacito quando, a proposito della campagna militare romana nel secolo successivo alla terza guerra punica, affermò: “Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium; atque, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.” (Rubare, massacrare, rapinare, questo essi, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, dicono di aver portato la pace). La Libia è stata distrutta. Ciò che resta di Sirte rappresenta una cruda immagine che rispecchia fin troppo bene le parole dello storico romano.

    Tre giorni dopo, ritornato al quartier generale della NATO, Rasmussen ha affermato nel suo ultimo briefing mensile per la stampa: “Permettetemi di ribadire che la NATO non ha alcuna intenzione di intervenire in Iran e che come alleanza non è coinvolta nella questione iraniana.”

    Ha cominciato i suoi commenti con questo resoconto: “Questa settimana ho avuto il privilegio di poter visitare Tripoli, la capitale della Libia libera. È stata la prima volta che un segretario generale della NATO ha messo piede nel paese, qualcosa che nessuno di noi avrebbe potuto neanche immaginare appena un anno fa.”

    Rispondendo poi ad una domanda sulla questione libica, ha affermato:

    “Siamo preparati a offrire lo stesso tipo di assistenza che abbiamo fornito agli altri partner nell’ambito della riforme nei settori della difesa e della sicurezza. Vale a dire per aiutare nel complesso a porre le agenzie di difesa e sicurezza sotto un controllo civile e democratico. Possiamo inoltre aiutare nell’organizzazione di una moderna difesa e di moderne strutture. In termini più specifici, possiamo aiutare nella formazione di istituzioni come il ministero della difesa o nell’organizzazione dello staff generale delle forze armate, per fare alcuni esempi.

    “La NATO ha grande competenza nell’ambito delle riforme del settore di difesa e sicurezza, e di fatto alcuni dei nostri alleati sono passati attraverso una simile transizione dalla dittatura alla democrazia e possiedono quindi una preziosa esperienza da offrire.

    Ho parlato con il presidente Jalil chiarendo che, dietro loro richiesta, noi siamo pronti ad assistere la Libia in questo sforzo riformatore.”

    Conoscendo la storia degli ultimi venti anni dell’Alleanza, quello che in realtà Rasmussen sta offrendo è la formazione da parte della NATO, da zero e in inglese, delle forze armate del nuovo “regime per procura” libico, così come ha già fatto, o sta ancora facendo, in altre nazioni e province che ha invaso o in vari modi soggiogato: Bosnia, Kossovo, Macedonia, Afghanistan e Iraq.

    La Libia fino ad ora era stata l’unica nazione del Nord Africa a non essere attratta nella partnership militare del “Mediterranean Dialogue” della NATO (Egitto, Tunisia, Marocco e Algeria ne sono membri, così come Israele, Giordania e Mauritania), ma presto diventerà l’ottavo membro di una risorsa condivisa tra NATO e Africom.

    Il capo di quella che è non solo l’unico blocco militare esistente al mondo, ma anche l’alleanza militare multinazionale più grande e longeva della storia, sembra abbia cominciato a rilasciare regolari smentite su eventuali attacchi ad altre nazioni che sono al di fuori della zona euro-atlantica, ma il credito di cui possono beneficiare le dichiarazioni del Segretario Generale è valutabile dal numero esagerato di menzogne profuse dalla NATO negli ultimi dodici anni per intraprendere guerre in piena regola in ben tre continenti.

    Con al momento ventotto membri a pieno titolo – dopo un incremento del 75% nel decennio 1999-2009 – e quaranta partner in tutto il mondo, il blocco nord-atlantico ha incorporato le forze armate di un terzo delle nazioni del mondo, forze da schierare nelle zone di guerra o post-belliche dei Balcani e dell’Asia meridionale, con Africa come prossima destinazione.

    Il suo ultimo trofeo è il corpo insanguinato, martorizzato e brutalizzato di Muammar Gheddafi, assassinato dopo che un missile Hellfire americano e bombe a guida laser francesi avevano colpito il 20 ottobre il suo convoglio vicino alla città di Sirte, otto mesi prima del suo settantesimo compleanno. Così, in mancanza delle più elementari nozioni di decenza, valore, morale ed estetica, sono i governi occidentali e le gente che li merita, (come uno scrittore britannico del secolo scorso rovesciò la celebre massima di Joseph de Maistre) che gli unici stimoli rimasti per risvegliare le loro sazie e disumanizzate sensibilità sono (essendo loro ormai assuefatti alla violenza anche a quella su larga scala) la necrofilia e un malvagio e macabro Grand Guignol.

    Il livello più basso della cultura americana, l’intrattenimento di evasione per le masse, è soddisfatto dalla passione per i vampiri, per gli zombie mangia-uomini e simili e le crude immagini di leader o dirigenti deposti; anche gli stranieri che vengono mutilati e straziati sono altri spaventosi fattori di intrattenimento per spettatori annoiati.

    A proposito dell’assassinio di Gheddafi e del figlio Mutassim, della pubblica esposizione dei loro corpi e delle celebrazioni da stadio di questi macabri atti da parte di personaggi del calibro del Segretario di Stato Hillary Clinton, il rappresentante russo presso la NATO Dmitry Rogozin li ha biasimati come emblemi di un sadico trionfalismo, il primo ministro Vladimir Putin li ha definiti disgustosi e il vicepresidente della Duma Ivan Melnikov ha parlato di un corretto esempio di quella che è la politica degli Stati Uniti e dei loro alleati NATO nel paese nord-africano.

    Sono in realtà grotteschi nel senso dato alla parola da Hegel, ossia dell’idealizzazione del brutto.

    Il summenzionato funzionario russo ha ammonito: “Penso che il mondo intero debba guardare oggi le foto e i video dell’assassinio di Gheddafi. Non si tratta solo di un ex dirigente della Libia morto, ma è anche il simbolo della sovranità nazionale di un paese indipendente fatta a pezzi dagli americani.”

    Il giorno dopo l’assassinio di Gheddafi la stessa agenzia di stampa ha citato un altro deputato dello stesso partito comunista, Vadim Solovyov, che ha affermato: “L’economia americana ha bisogno di petrolio a basso costo e il governo USA è pronto anche a dichiarare guerra per procurarsene […] Qualunque paese che abbia grandi riserve di energia (Iran, Siria, Venezuela o Nigeria) potrebbe essere il prossimo.”

    Le forze aree e navali della NATO continuano nella loro furia assassina in Afghanistan e oltre il confine in Pakistan, in Kosovska Mitrovica, in Libia, al largo delle coste della Somalia nel golfo di Aden e nelle acque adiacenti (dove la NATO ha ucciso il capitano di un peschereccio taiwanese e ferito due pescatori iraniani in attacchi separati all’inizio di quest'anno).

    Un servizio speciale di Stop NATO in Agosto ha fornito una lista, dichiaratamente incompleta, di nazioni che la NATO potrebbe attaccare o dove potrebbe intervenire in base al primo Strategic Concept per il XXI secolo, adottato dal blocco al summit di Lisbona nel novembre dello scorso anno e messo in atto per la prima volta in Libia.

    In questa lista compaiono i seguenti paesi: Algeria, Bielorussia, Bolivia, Repubblica dell’Africa Centrale, Ciad, Cuba, Repubblica Democratica del Congo, Cipro, Ecuador, Eritrea, Iran, Libano, Madagascar, Mali, Moldavia-Transnistria, Myanmar, Nicaragua, Niger, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Palestina, Somalia, Abcasia, Nagorno-Karabakh, Ossezia del Sud, Sudan-Sud Sudan, Suriname, Siria, Uganda, Venezuela, Sahara Occidentale, Yemen e Zimbabwe.

    Nel frattempo l’amministrazione Obama ha annunciato lo schieramento di forze speciali in quattro delle summenzionate nazioni, e nel giorno dell’assassinio di Gheddafi il senatore Chris Coons, presidente della Sottocommissione per gli Affari d’Africa nella Commissione per le Relazioni Estere del Senato, ha affermato, come riportato dalla Associated Press, che “la morte di Moammar Gheddafi e la promessa di un nuovo regime libico sono argomenti a sostegno della misurata reazione militare degli USA in Africa centrale dove hanno inviato circa 100 truppe in Uganda, Congo, Repubblica dell’Africa Centrale e Sud Sudan.”

    Se le nazioni di tutto il mondo hanno bisogno di rassicurazioni quasi quotidiane, anche se inattendibili, di non venire attaccate dalla più potente formazione militare multinazionale della storia, questo è un atto di accusa a un’epoca che costringe a vivere sotto una continua e ubiqua minaccia. I tempi sono maturi e in effetti già da tempo si sarebbe dovuto fare un appello indirizzato a individui, organizzazioni, partiti politici e governi per convocare una sessione straordinaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per chiedere lo scioglimento della NATO perché costituisce una grave minaccia alla pace nel mondo.

    **********************************************
    Fonte: Sole Military Super-Bloc: NATO Issues Daily Reprieves To The World

    05.11.2011


    #67155

    Spiderman
    Partecipante

    [link=http://www.agi.it/estero/notizie/201111101157-ipp-rt10093-iran_stampa_inglese_israele_attacchera_entro_natale]IRAN: STAMPA INGLESE, ISRAELE ATTACCHERA' ENTRO NATALE[/link]

    11:57 10 NOV 2011

    (AGI) – Londra, 10 nov. – Israele sferrera' un attacco contro l'Iran “entro Natale o l'inizio del prossimo anno”: e' quanto ha riferito un alto funzionario del Foreign Office, secondo cui il governo britannico e' stato informato della volonta' dello Stato ebraico di colpire i siti nucleari di Teheran “il prima possibile” con il supporto logistico degli Usa. “Ci aspettiamo che accada qualcosa entro Natale o all'inizio del nuovo anno”, ha spiegato la fonte. A riferirlo e' il quotidiano britannico Daily Mail. Fonti del ministero della Difesa britannico, tuttavia, hanno escluso un coinvolgimento diretto di Londra nell'operazione. L'Iran fa sapere che rispondera' “con pugno di ferro” a un eventuale attacco sferrato da Israele e Usa. Il duro avvertimento viene lanciato dall'ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell'Iran. “I nostri nemici, in particolare il regime sionista, l'America e i loro alleati sappiano che risponderemo fermamente a qualunque minaccia o attacco. La nostra nazione, le Guardie Rivoluzionarie e l'esercito risponderanno ad un attacco con schiaffi e pugni di ferro”, ha affermato Khamenei secondo quanto riporta la tv di Stato iraniana.


    #67156

    Erre Esse
    Partecipante

    [quote1320930274=Spiderman]
    [link=http://www.agi.it/estero/notizie/201111101157-ipp-rt10093-iran_stampa_inglese_israele_attacchera_entro_natale]IRAN: STAMPA INGLESE, ISRAELE ATTACCHERA' ENTRO NATALE[/link]

    11:57 10 NOV 2011

    (AGI) – Londra, 10 nov. – Israele sferrera' un attacco contro l'Iran “entro Natale o l'inizio del prossimo anno”: e' quanto ha riferito un alto funzionario del Foreign Office, secondo cui il governo britannico e' stato informato della volonta' dello Stato ebraico di colpire i siti nucleari di Teheran “il prima possibile” con il supporto logistico degli Usa. “Ci aspettiamo che accada qualcosa entro Natale o all'inizio del nuovo anno”, ha spiegato la fonte. A riferirlo e' il quotidiano britannico Daily Mail. Fonti del ministero della Difesa britannico, tuttavia, hanno escluso un coinvolgimento diretto di Londra nell'operazione. L'Iran fa sapere che rispondera' “con pugno di ferro” a un eventuale attacco sferrato da Israele e Usa. Il duro avvertimento viene lanciato dall'ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell'Iran. “I nostri nemici, in particolare il regime sionista, l'America e i loro alleati sappiano che risponderemo fermamente a qualunque minaccia o attacco. La nostra nazione, le Guardie Rivoluzionarie e l'esercito risponderanno ad un attacco con schiaffi e pugni di ferro”, ha affermato Khamenei secondo quanto riporta la tv di Stato iraniana.
    [/quote1320930274]

    Fino a quanto andrà ancora avanti questa storia?


    #67157

    Spiderman
    Partecipante

    [quote1320930956=Erre Esse]

    Fino a quanto andrà ancora avanti questa storia?

    [/quote1320930956]

    Boh? Intanto preparo il badile, è l'unica arma che ho! :hehe:


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