SALVIAMO IL NOSTRO PIANETA

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  • #91981

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/territorio/rapporto_cave_legambiente_2011.html

    Legambiente: “Basta con le cave, più riciclo degli inerti edili”
    14 Novembre 2011

    In Italia gni anno vengono estratte milioni e milioni di tonnellate di materie prime dalle 5.736 mila cave attive nel nostro paese.
    In Italia si continua a scavare. Ogni anno vengono estratte milioni e milioni di tonnellate di materie prime dalle 5.736 mila cave attive nel nostro paese. Nel solo 2010 sono stati 90 milioni i metri cubi estratti, di cui circa la metà (43 milioni di metri cubi) in Lombardia, Lazio e Piemonte. E pensare che tutto questo si potrebbe evitare: se in Italia il riciclo degli inerti è fermo al 10 per cento, in Germania si arriva all’86,3 per cento, in Olanda al 90, in Belgio all’87, mentre la Francia in 10 anni è passata dal 15 al 62,3 per cento.

    Sono i dati esposti da Legambiente nel Rapporto Cave 2011, presentato a Rimini con l'obiettivo di spingere verso un nuovo ciclo dell'attività estrattiva: quello del riciclo degli inerti appunto. “L’innovazione è fondamentale – ha dichiarato Edoardo Zanchini, responsabile Urbanistica di Legambiente e uno dei curatori del rapporto – a maggior ragione quando può avvenire in modo sostenibile come in questo settore dove il recupero degli inerti provenienti dalle demolizioni in edilizia può sostituire quelli di cava, come sta avvenendo in molti Paesi europei e che consente di avere molti più occupati e di risparmiare il paesaggio”.

    I vantaggi sarebbero molteplici, come accennato da Zanchini. Alla salvaguardia del territorio ed al risparmio delle sue risorse esauribili si aggiungono considerazioni più prettamente economiche ed occupazionali. Infatti, se per una cava da 100mila metri cubi l’anno gli addetti in media sono 9, per un impianto di riciclaggio di inerti della stessa dimensione gli occupati sono più di 12.

    Ma se in Italia si continua ad estrarre dalle cave il motivo, è a detta di Legambiente, che nel nostro paese si paga pochissimo (in alcune zone addirittura niente) per cavare. Se l'Italia si adeguasse ai canoni di concessione europei, e alzasse la tassazione sul deposito in discarica degli inerti, probabilmente tutto il settore reagirebbe di conseguenza.

    “Perché a livello nazionale e nelle Regioni non si guarda a questo settore per recuperare risorse invece di toglierle alle fonti rinnovabili o agli Enti Locali?”, si chiede Zanchini. “Copiando semplicemente dall’Inghilterra si potrebbero recuperare, ogni anno, quasi 300 milioni di Euro da un’attività che ha un impatto enorme sul paesaggio italiano”.

    Basta dare un'occhiata al resto d'Europa per vedere che il modello funziona. In Danimarca dove da oltre 20 anni ci si è posti il problema della riduzione delle estrazioni da cava ed oggi si ha un riciclo del 90 per cento degli inerti edili, si pagano 50 euro a tonnellata per il conferimento in discarica degli inerti, 5 volte quanto si paga in media in Italia. Nel Regno Unito il canone di concessione delle cave è pari a più di 6 volte quello richiesto in media in Italia.

    Legambiente chiede quindi di adeguare, in tutte le regioni, il canone al prezzo medio che si paga oggi nel Regno Unito per l’attività di cava, ossia il 20 per cento. In questo modo, si legge nel rapporto, si potrebbero ottenere risorse pari a quasi 268milioni di Euro solo dall'estrazione di sabbia e ghiaia, rispetto agli attuali 36 milioni di Euro.

    “Dopo 85 anni serve finalmente una riforma del settore che ripristini regole, controlli e sanzioni – ha concluso Zanchini – e che adegui i vergognosi canoni, visto l’impatto che le cave hanno sui territori. Un ritorno alla legalità che vale in particolare nelle Regioni del Mezzogiorno dove l’attività di cava è assurdamente gratuita e dove il peso delle Ecomafie nell’intero ciclo del cemento è decisamente inquietante”.


    #91982

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/riuso_riciclo/savona_olio_lubrificante_rigenerato_automezzi.html

    A Savona l'olio lubrificante rigenerato va sugli automezzi
    A Savona si sta sperimentando, sugli automezzi per la raccolta dei rifiuti, l’utilizzo di olio lubrificante su base rigenerata al posto di quello di prima raffinazione, che, a parità di caratteristiche e prestazioni, assicura elevati vantaggi ambientali.

    di Laura Pavesi – 15 Novembre 2011

    L’olio lubrificante usato è un rifiuto molto pericoloso
    Grazie ad un protocollo d'intesa siglato ad ottobre, il Comune di Savona sta sperimentando su alcuni automezzi dell’ATA SpA – l'azienda locale multiservizi, a capitale pubblico, che si occupa di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti – l’utilizzo di olio lubrificante proveniente al 100% da basi rigenerate.

    L’esperimento prevede un test sugli automezzi dell’ATA, per una durata di esercizio di 10.000 km (o di 1 anno) nel quale verranno messe a confronto le prestazioni dell'olio lubrificante tradizionale di prima raffinazione e dell'olio lubrificante completamente rigenerato.

    Il test, fortemente voluto dall’Assessorato all’Ambiente del Comune di Savona, ha lo scopo di dimostrare che l’olio formulato con base rigenerata possiede le stesse caratteristiche di quello di prima raffinazione e garantisce ai motori parità di prestazioni, ma assicura notevoli vantaggi ambientali ed è idoneo ad attuare una strategia di sviluppo sostenibile a lungo termine.

    Come sottolineato nel comunicato stampa del Comune di Savona, obiettivo dell’operazione è accrescere e diffondere ulteriormente la cultura della rigenerazione e l’importanza del riciclo, come possibilità concreta di sviluppo sostenibile. Si tratta del primo esperimento del genere in Italia, che risponde alla Direttiva Europea sugli “Acquisti Verdi” da parte delle pubbliche amministrazioni e che è stato realizzato grazie all’accordo firmato tra ATA SpA e Viscolube, azienda italiana leader nel settore della ri-raffinazione degli oli usati.

    A Savona si sta sperimentando, sugli automezzi per la raccolta dei rifiuti, l’utilizzo di olio lubrificante su base rigenerata
    L’olio lubrificante usato è un rifiuto molto pericoloso e quello degli olii esausti è un problema che, se gestito in modo non corretto, comporta gravi rischi per l’ambiente e la salute umana. Secondo il Consorzio Obbligatorio degli Olii Usati (COOU), per capire l’entità del rischio, basta considerare che 4 chilogrammi di olio esausto (equivalenti al cambio dell’olio di un’auto), se dispersi in acqua, sono in grado di coprire una superficie grande come un campo di calcio, compromettendo gli ecosistemi marini e fluviali, e la salute pubblica. Mentre l’olio rigenerato torna a nuova vita con le stesse caratteristiche del lubrificante da cui deriva e costituisce un’importante risorsa economica per il nostro Paese.

    Dai dati diffusi dal COOU nel “Rapporto di sostenibilità 2010” presentato lo scorso settembre, emerge che nel 2010 in Italia sono state raccolte 192.000 tonnellate di olii lubrificanti usati, delle quali 169.787 tonnellate sono state destinate alla rigenerazione, un dato corrispondente all’88% del totale raccolto e in aumento del 2% rispetto all’anno precedente.

    “I risultati sono soddisfacenti – ha commentato il presidente del COOU, Paolo Tomasi – dal momento che riusciamo ormai a recuperare oltre il 95% del potenziale raccoglibile; ma il nostro obiettivo resta quello di raccogliere il 100% dell’olio lubrificante usato, e per fare ciò abbiamo bisogno della collaborazione di tutti, dalle amministrazioni alle imprese, passando per i singoli cittadini: con il nostro lavoro salviamo l’ambiente e al contempo aiutiamo il Paese a risparmiare nelle importazioni di petrolio”.

    Il protocollo d’intesa siglato a Savona costituisce un precedente importante in Italia, poiché prevede che, una volta accertato che le prestazioni dei mezzi in cui è stato utilizzato l’olio rigenerato siano almeno uguali a quelle dei mezzi che utilizzano lubrificante “tradizionale”, ATA SpA si impegna ad estendere l’impiego dell’olio rigenerato all’intero parco automezzi.

    L’Assessore all'Ambiente del Comune di Savona, Jorg Costantino, ha aggiunto che “si tratta di un'iniziativa dall'altissimo valore ambientale”
    La Presidente di ATA SpA, Sara Vaggi, ha dichiarato in proposito: “L'iniziativa di accordo con Viscolube ha l'obiettivo di verificare la possibilità di utilizzo di olio rigenerato proprio sui mezzi ATA che si occupano di ambiente. Ritengo questo un forte messaggio di impegno dell'azienda non solo nei confronti delle usuali frazioni recuperabili, ma verso una frazione necessaria (l'olio appunto) allo svolgimento quotidiano del lavoro ambientale di ATA”.

    L’Assessore all'Ambiente del Comune di Savona, Jorg Costantino, ha aggiunto che “si tratta di un'iniziativa dall'altissimo valore ambientale, perché risponde all'obiettivo di limitare al massimo il consumo di materie prime non rinnovabili; e perché valorizza il sistema di recupero e riciclaggio perché dimostra, nel concreto, che è possibile “chiudere il ciclo”, riutilizzando produttivamente quando deriva da una corretta e attenta raccolta differenziata”.

    L’esperimento in atto a Savona, quindi, potrebbe essere di esempio a tutte le altre amministrazioni, al fine di stimolare comportamenti virtuosi all’utilizzo di lubrificanti rigenerati e alla diffusione della cultura della rigenerazione, oltre che, in generale, ad una maggiore attenzione delle pubbliche amministrazioni agli 'acquisti verdi', sostenibili e rispettosi dell’ambiente.


    #91983

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/efficienza_energetica/uscire_crisi_combattendo_sprechi_bolzano.html

    Uscire dalla crisi combattendo gli sprechi si può. Non solo a Bolzano
    Nel 2006 l'ex edificio postale di Bolzano è stato completamente ristrutturato con standard di casa passiva. L'eccezionale risultato ottenuto indica che quella della ristrutturazione energetica del patrimonio edilizio italiano è una strada che le amministrazioni pubbliche potrebbero, e dovrebbero, percorrere per affrontare la crisi.

    di Paolo Ermani – 21 Novembre 2011

    Nel 2006 l'ex edificio postale di Bolzano è stato completamente ristrutturato con standard di casa passiva
    Altro che crisi, le amministrazioni pubbliche i soldi li hanno eccome e sono quelli che ad esempio pagano nelle loro bollette energetiche.

    Prendiamo uno degli innumervoli esempi per i quali si capisce che basterebbe intervenire sugli sprechi per trovare immense risorse e smetterla di tagliare lo stato sociale o svendere il patrimonio pubblico con la scusa che non ci sono soldi.

    Ogni sindaco nel proprio ufficio dovrebbe avere accanto alla foto del presidente Napolitano, la foto dell'edificio ex poste di Bolzano che è nei pressi della stazione ferroviaria.

    È un grande edificio pubblico sede di uffici della provincia di Bolzano ristrutturato completamente nel 2006 con standard di casa passiva e che ha raggiunto l'eccezionale risultato di un consumo di 7 kWh/mq all'anno contro gli oltre 200 kWh/mq annui precedenti, che poi sono il consumo abituale di un edificio simile in Italia. Questo risultato ha consentito di passare da un costo annuale di gasolio di 90 mila euro ad un costo di 4 mila (!). Il maggiore costo di investimento è stato del 10% rispetto ad una normale ristrutturazione e si ammortizza in cinque anni, dopodiché i guadagni sono assicurati.

    I tempi di ritorno dell'investimento sono guarda caso simili al periodo di una legislatura. Un sindaco illuminato potrebbe iniziare interventi di questo tipo ad inizio mandato e alla fine mostrare risultati estremamente positivi. In fondo non è difficile, basterebbe copiare adattando i procedimenti di cui sopra alle proprie esigenze locali.

    I benefici di questi interventi sono ambientali, economici, occupazionali, energetici
    A questo punto però non si metta per favore in campo la giustificazione che la Provincia autonoma di Bolzano ha i soldi, è ricca, etc. perché dalla Sicilia in su, ogni Regione, ogni Provincia ha degli sprechi vergognosi in qualsiasi campo e settore. Ormai iniziano ad esserci enciclopedie sugli sprechi delle nostre amministrazioni pubbliche. Ci sono scrittori e giornalisti che scrivono fiumi di reportage su questi argomenti. Il problema non è quindi se c'è chi ha i soldi e chi non li ha, bensì piuttosto se c'è chi i soldi li usa bene e chi li butta via.

    Vi immaginate poi interventi del genere in tutto il patrimonio edilizio pubblico italiano con una politica ad hoc? Altro che finanziarie di sacrifici, crisi terribili, spauracchi di crack economici, lacrime e sangue, sarebbe la volta di interventi intelligenti, mirati, economici e a vantaggio di tutti (forse tranne di chi ha interesse a vendere gasolio, gas o simili).

    Quali benefici da questi interventi?

    Ambientali: diminuzione complessiva dell'inquinamento

    Economici: meno spese per le casse dell'amministrazione pubblica e conseguentemente poter migliorare i servizi ai cittadini.

    Occupazionali: si crea nuova e numerosa occupazione in settori qualificati e qualificanti.

    Energetici: riduzione dei consumi e quindi direttamente meno importazione o acquisto di combustibili fossili.

    Dopo la ristrutturazione l'ex edificio postale di Bolzano ha raggiunto l'eccezionale risultato di un consumo di 7 kWh/mq annui contro gli oltre 200 kWh/mq annui precedenti
    Ogni comune, anche il più piccolo, dovrebbe fare questi interventi e se veramente si volesse agire con intelligenza dal punto di vista statale, si dovrebbe immediatamente partire con una campagna a tappeto di supporto e sensibilizzazione nazionale per la ristrutturazione energetica del patrimonio pubblico, coinvolgendo imprenditori, artigiani, tecnici e cittadini.

    Per fare ciò non servono certo i marziani, né vagonate di soldi, che i comuni comunque continuano a sprecare per le cose più assurde e inutili. In ogni caso anche se non li avessero potrebbero chiedere prestiti alle banche che, visti i tempi di ritorno e il guadagno certo di interventi del genere, difficilmente rifiuterebbero. Quali investimenti ad oggi infatti avrebbero ritorni notevoli e sicuri come questi piuttosto che continuare a giocare a Monopoli con alchimie finanziarie degne della strega Amelia?

    Come se non bastasse, le amministrazioni pubbliche potrebbero poi chiedere di intervenire alle Esco, cioè quelle ditte che investono loro i soldi nei vari interventi e si ripagano con il risparmio energetico ottenuto.

    Le possibilità sono molteplici e per ogni problema c'è anche più di una soluzione, quindi la questione non è se si può intervenire ma se si vuole intervenire.

    La testa è fatta per essere usata bene, non per sbatterla sempre contro lo stesso muro costruito con i mattoni dell'inefficienza, dello spreco e dell'ignoranza.


    #91984

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/riuso_riciclo/falsi_sacchetti_bio_plastica_quibio.html

    Falsi sacchetti bio. Quibio: “Continua la speculazione della plastica”
    Si riaccende l'attenzione attorno alle buste usa e getta bio, divenute obbligatorie dal 1 Gennaio 2011. Quibio, sito web impegnato nella diffusione di prodotti biodegradabili e compostabili, denuncia la circolazione sul mercato di 'biosacchetti' contenenti una percentuale di plastica, quindi non biodegradabili al 100 per cento.

    22 Novembre 2011

    Quibio denuncia la circolazione sul mercato di biosacchetti contenenti una percentuale di plastica non bio
    Subito dopo l'entrata in vigore della legge che ha introdotto l'obbligo di utilizzo dei sacchetti biodegradabili e compostabili, il sito Quibio.it aveva manifestato speranze ma soprattutto timori. Il rischio maggiore riguardava l'immissione sul mercato di biosacchetti contenenti una percentuale di plastica non bio, quindi non compostabili. Cosa puntualmente avvenuta, spiega in una nota Quibio, da dieci anni impegnato nella diffusione di prodotti biodegradabili e compostabili, che adesso riaccende l'attenzione attorno alle buste usa e getta bio, divenute obbligatorie dal 1 Gennaio 2011. “Ad inizio anno avevamo salutato con grande soddisfazione l'entrata in vigore dell'obbligo all'utilizzo dei biosacchetti – scrive Quibio in una nota-. La notizia era ed è ancora molto positiva, prima di tutto per l'ambiente: grazie a questa norma ogni giorno vengono prodotte centinaia di migliaia di tonnellate di plastica in meno”.

    “Allo stesso tempo avevamo suonato un campanello d'allarme relativamente al rischio di speculazione sul possibile business che si sarebbe innescato, ossia alla possibile immissione sul mercato di biosacchetti contenenti una percentuale di plastica tradizionale per aumentare i guadagni. Con enorme dispiacere, dobbiamo constatare che ciò è avvenuto, e la rabbia che sta montando tra i consumatori dimostra che molti se ne stanno accorgendo” sono le parole del fondatore di Quibio.

    Il responsabile del sito continua: “Cosa sta accadendo esattamente? Per tenere bassi i costi di produzione del sacchetto e speculare sulla loro vendita, molti sacchetti vengono tagliati con una percentuale di plastica non bio all'interno. Ciò, però, non li renderebbe più biodegradabili al 100% e quindi non compostabili. È arrivato il momento di sollevare il problema, per evitare che ciò che abbiamo fatto uscire dalla porta non ci rientri dalla finestra. Da una nostra indagine, infatti, solo la grande distribuzione e pochi esercenti minori stanno andando nella giusta direzione, utilizzando biosacchetti che rispettano la norma 13432 Ok Compost”.


    #91985

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/vertici_internazionali/verso_durban_accordo_globale_clima.html

    Verso Durban: serve un accordo globale sul clima
    di Andrea Degl'Innocenti – 25 Novembre 2011

    La conferenza di Durban si presenta sotto i peggiori auspici, con le nazioni mondiali a ranghi sciolti. Ma un accordo sul clima è quantomai urgente
    Fra pochi giorni inizierà la diciassettesima conferenza internazionale sul clima. Dal 28 novembre al al 9 dicembre, sotto l'egida dell'Onu, i grandi della terra si ritroveranno a Durban, Sud Africa, per discutere dei cambiamenti climatici e cercare di raggiungere un accordo vincolante sulle emissioni serra. Nello specifico, l'obiettivo sarà quello di ridurre a due gradi l'entità del riscaldamento globale, invece dei quattro e più previsti da diversi studi scientifici – ad esempio lo studio “four degrees and beyond” finanziato dal governo britannico – entro la fine del secolo.

    Nonostante l'emergenza climatica, il summit non parte sotto i migliori auspici. Le potenze mondiali vi arrivano a ranghi sciolti, con vedute anche molto diverse sul futuro accordo. Pesa, eccome, il fallimento del vertice di Copenaghen del 2009, che doveva sancire l'intesa definitiva e invece si è concluso nel caos, con un accordo di forma raggiunto sul finire giusto per nascondere la totale assenza di intenti comuni.

    Sebbene l'incontro di Cancun dell'anno passato abbia iniziato a riassemblare i cocci, mettendo le basi per futuri accordi, ci sono fin troppi elementi che si oppongono ad un patto definitivo sul clima. Se l'Europa appare ben disposta a fare la sua parte, a patto che anche gli altri paesi facciano la loro, gli Stati Uniti sono di tutt'altro avviso.

    L'amministrazione Obama, quella della promessa “green revolution”, ha fatto sapere che gli Usa non intendono ratificare il Protocollo di Kyoto, pietra miliare di ogni accordo sul clima. Il protocollo, sottoscritto ad oggi da 184 nazioni, era stato firmato inizialmente anche da Bill Clinton sul finire del suo mandato, ma il successivo governo Bush si era affrettato ad annullare l'adesione. Le speranza di molti ambientalisti erano riposte in Obama, ma a quanto pare resteranno deluse per l'ennesima volta.

    “Questo non dovrebbe costituire un ostacolo al buon svolgimento della Conferenza”, ha dichiarato Todd Stern, inviato speciale Usa sul cambiamento climatico. Ma gli altri paesi non sono d'accordo. A frenare gli Usa sembrano essere le diverse misure previste dal Protocollo per i paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo, con questi ultimi che, non essendo considerati responsabili della drammatica situazione attuale, si devono impegnare in misura decisamente minore a ridurre le proprie emissioni. Questa disparità permetterebbe all'economia cinese di avvantaggiarsi su quella americana, cosa considerata inaccettabile dall'amministrazione Usa.

    Si è creata così una situazione di stallo dalla quale è difficile uscire. Nessuno dei paesi più inquinanti – Cina, Usa, Giappone, Russia e India – sembra disposto a fare il primo passo verso un futuro più sostenibile, per paura di perdere posizioni sullo scacchiere internazionale. Solo l'Europa presenta condizioni più concilianti. “L'Ue è pronta da anni a siglare un trattato globale a Durban, ma la realtà è che altre economie, come Usa e Cina, non lo sono” ha sottolineato il commissario Ue per il Clima, Connie Hedegaard.

    “Siamo chiari – ha continuato Hedegaard – l'Ue sostiene il protocollo di Kyoto, ma un secondo periodo solo con l'Ue, che rappresenta solo l'11 per cento delle emissioni di CO2 del Pianeta, non è abbastanza per il clima, questo non può costituire un successo a Durban”. Già, perché a fronte dell'inquinamento europeo, stimato nell'11 per cento di quello globale, ci sono quello cinese e quello americano, che rappresentano rispettivamente il 18 ed il 24 per cento.

    Ma cosa frena i grandi della terra a raggiungere un accordo vincolante sul clima? “Non si rendono conto della gravità della situazione?” viene da chiedersi. Secondo Greenpeace, la responsabilità è da ricercarsi non tanto fra governi e amministrazioni, quanto piuttosto nella rete delle grandi aziende inquinatrici. Il rapporto “Who’s holding us back?”, svela come un manipolo di multinazionali – tra cui Eskom, BASF, ArcelorMittal BHP Billiton, Shell e le industrie Koch -, le associazioni di categoria e le corporazioni di cui fanno parte stiano condizionando pesantemente i governi e i negoziati politici riguardo alle leggi per la protezione del clima.

    “Se i Governi vogliono scongiurare le conseguenze irreversibili dei cambiamenti climatici, devono ascoltare i cittadini, prima ancora dei mercati, e agire nell'interesse della collettività”, ha dichiarato Salvatore Barbera, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. “A Durban è giunto il momento di dar voce alla gente, non alle multinazionali dell'inquinamento”.

    Gli fa eco Mariagrazia Midulla, responsabile Policy Clima ed Energia del WWF Italia, quando sostiene che “Durban deve riportare il mondo alla realtà scientifica del cambiamento climatico e delle sue conseguenze, eliminando anche le scappatoie esistenti. Le soluzioni alla crisi ambientale saranno anche un’importante opportunità per rilanciare l’economia verso un futuro più sostenibile, equo e sicuro”.

    Il Wwf prova anche a proporre una scaletta alle potenze mondiali sui possibili risultati di Durban: un accordo vincolante per un secondo periodo di impegni nel quadro del Protocollo di Kyoto nella maggior parte dei Paesi industrializzati possibile, che preveda il picco delle emissioni nel 2015 ed una riduzione dell'80 per cento entro il 2050.

    Anche Legambiente dà il suo contributo in vista del summit di Durban, con uno studio realizzato assieme ad AzzeroCO2 e Istituto di ricerche Ambiente Italia. Lo studio si incentra più sul nostro paese, facendo emergere il quadro di “un’Italia a metà del guado nelle politiche di efficienza energetica, con piani poco ambiziosi e misure spesso generiche, ma anche segnali estremamente positivi che giungono dagli interventi realizzati in questi anni e, soprattutto, da una potenzialità rilevantissima di risparmi in tutti i settori industriali”.

    Insomma, il quadro complessivo delle nazioni che si apprestano a partecipare al summit non sembra dei più confortanti. Ma il tempo stringe ed un accordo globale è quanto mai urgente. Proprio ieri la World meteorogiical organization ci ricordava che le concentrazioni di gas serra in atmosfera hanno praticamente raggiunto il punto di non ritorno.


    #91986

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/eco_vicinato/ecovillaggio_transizione_comune_subbiano.html

    Un ecovillaggio di transizione nel Comune di Subbiano
    Il progetto, nato da liberi cittadini, prevede la costituzione di un 'ecovillaggio di transizione', nel Comune di Subbiano (Ar) ispirato ai principi della permacultura, del cohousing e della decrescita felice. Una opportunità per mettere in pratica l'autosufficienza energetica, idrica ed alimentare, esercitando il mutuo soccorso e condividendo beni e servizi.

    di Valentina Valente – 25 Novembre 2011

    Il progetto, nato da liberi cittadini, prevede la costituzione di un 'ecovillaggio di transizione', nel comune di Subbiano (Ar)
    Cambiare stile di vita? Oggi si può. Nella primavera del 2010, un piccolo nucleo di famiglie e cittadini emiliani e toscani ha dato il via ad un percorso di progettazione partecipata per la realizzazione di un vero e proprio 'ecovillaggio'. Al gruppo si sono presto uniti anche nuclei provenienti da L'Aquila, Roma e Napoli, allo scopo di creare una collettività autosufficiente dal punto di vista energetico, idrico ed alimentare, basata sui principi del 'mutuo soccorso' fra gli eco-abitanti e la condivisione di beni e servizi per ridurre il costo della vita. Un'azione concreta, dunque, in risposta alla crisi economica, culturale ed ambientale che caratterizza i nostri tempi.

    In questa piccola collettività allargata ed aperta, infatti, gli 'e-coabitanti' mettono in discussione molti dei principi generali e delle norme che regolano l'attuale concezione capitalistica della società a favore di un futuro più sostenibile, equo ed armonico. Che, tradotto, significa valorizzare il rapporto tra proprietà privata e bene comune per ridurre sensibilmente il costo della vita. Si parte da questo semplice concetto base: “Tu hai un'idea e una moneta. Io ho un'idea e una moneta. Se tu dai una moneta a me ed io do una moneta a te, abbiamo entrambi una moneta. Ma se tu dai un'idea a me ed io do un'idea a te, abbiamo entrambi due idee”.

    Da questo semplice concetto si sviluppa un'economia che, oltre ad investire sulle competenze e sui servizi che i singoli 'e-coabitanti' possono offrire alla collettività, mira allo sviluppo di soluzioni ed idee per un'autosufficienza energetica (da fonti pulite e rinnovabili), idrica (acqua come bene primario) ed alimentare (orti sinergici, frutteto biologico, agricoltura biodinamica e giardini della salute).

    Il villaggio si configura come vero e proprio 'ecovillaggio di transizione' basato sui principi della permacultura, del cohousing e della decrescita
    Secondo il Manifesto del progetto, il villaggio si configura come vero e proprio 'ecovillaggio di transizione' basato sui principi della permacultura, del cohousing e della decrescita felice. Che cosa significa? La Transizione è un movimento culturale impegnato nel traghettare la società dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse, a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza.

    In ecologia la resilienza è la capacità di un sistema di adattarsi e sopravvivere a eventi esterni anche di tipo fortemente traumatico. In questo caso è la capacità di una comunità di affrontare le difficoltà derivanti dalla riduzione del petrolio e, conseguentemente, della disponibilità di energia.

    La decrescita, invece, è un movimento che ha come obiettivo una futura società sostenibile dove all'ossessione della produzione e dello sviluppo economico (crescita in base al PIL) si contrappone la consapevolezza delle necessità primarie di riproduzione, di cura delle persone, delle relazioni, del contesto sociale ed ambientale, e della preservazione degli ecosistemi.

    Inoltre, si propone un progetto residenziale ispirato a pratiche abitative innovative, come il cohousing (da più di 50 anni collaudato in tutta Europa e recentemente di grande diffusione anche in Italia), ossia una modalità abitativa improntata alla solidarietà, al risparmio delle risorse, all’attitudine all’autosufficienza, al rispetto della natura e alla condivisione, e della permacultura, che unisce la creazione di insediamenti umani sostenibili ad un sistema di riferimento etico-filosofico ed un approccio pratico alla vita quotidiana.

    L'ecovillaggio sorgerà su una vallata di 34 ettari nel Comune di Subbiano, in provincia di Arezzo
    Gli strumenti utilizzati per la realizzazione sono la bioarchitettura, la bioclimatica, la realizzazione di cicli chiusi (acqua, rifiuti, energia). È previsto inoltre un coinvolgimento diretto nella realizzazione con pratiche di autocostruzione e gestione diretta dell’insediamento.

    Secondo quest'ottica si potranno pianificare i consumi e la gestione delle risorse ad una scala più complessa di quella familiare, fare scelte di autoproduzione alimentare ed energetica, creare economie di scala (banche del tempo, prestazioni professionali agevolate, produzione artigianale interna), servizi autogestiti (anziani, bambini, adolescenti, gruppi di studio, laboratori creativi), e implementare economie (agricolo, ricettivo, culturale, lavori di servizio alla comunità ecc.).

    L'ecovillaggio sorgerà su una vallata di 34 ettari nel Comune di Subbiano, in provincia di Arezzo, a 470 mt. s.l.m., e potrebbe ospitare fino a 30/40 nuclei familiari. Si tratta di una vallata protetta situata proprio al centro di un 'ferro di cavallo protettivo' che vede gli appennini a nord con il parco nazionale delle foreste casentinesi, l'alpe di Catenaia ad est, il Pratomagno ad ovest.

    La vallata rimane aperta ed esposta a sud per ricevere luce e calore. Sulla proprietà esiste un piccolo laghetto alimentato da una sorgente naturale. Il sito ha diversi appezzamenti da adibire a seminativo e parco naturale, terrazze agricole e, last but not least, una quiete assoluta.


    #91987

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/riuso_riciclo/porta_porta_sacrofano_senza_produrre_plastiche.html

    Porta a porta. A Sacrofano un anno e mezzo senza produrre plastiche
    A fine aprile 2010 il Comune di Sacrofano, in provincia di Roma, è passato al sistema di gestione rifiuti porta a porta. Ma una mega-discarica si evita e si contrasta al meglio solo se si mettono in atto tutte le misure per evitare di riempirla. Roberto Pirani, come cittadino, ha dato il suo contributo non avendo mai conferito le plastiche. Nell'articolo che segue ci spiega come fare.

    di Roberto Pirani – 24 Novembre 2011

    Il Comune di Sacrofano è passato al sistema di gestione rifiuti porta a porta a fine aprile 2010
    Il Comune di Sacrofano è passato al sistema di gestione rifiuti porta a porta a fine aprile 2010. Ne sono stato testimone e utente (entusiasta). Credo di essere stato uno dei non pochi cittadini che ha spinto per questo e devo riconoscere che a fronte di una percentuale di raccolta differenziata in linea con i minimi previsti dalla Legge, la tariffa che pago in questi anni non è mai aumentata.

    Un buon risultato davvero, oltre al fatto di avere alcuni addetti in più al lavoro…. Rimane da attuare la tariffa puntuale e un maggiore controllo sui cittadini di scarso senso civico, coi primi cassonetti tal quale presenti sulla via Flaminia bersaglio di tanti, troppi, conferimenti scorretti. La Stazione di Sacrofano, ricadente nel territorio di Roma, è uno spettacolo inqualificabile (basterebbe che l'AMA li spostasse su pertinenze raggiungibili soltanto dal Bar e Ristorante contigui).

    Precisate le poche criticità, il PaP di Sacrofano per quanto di mia conoscenza per le utenze domestiche è encomiabile, corretto, puntuale nel ritiro; il personale pur in presenza di difficoltà per la nuova organizzazione (e un passaggio societario che li vede coinvolti) si sono sempre distinti per gentilezza e professionalità.

    Va dato atto al Sindaco Casagrande che a Sacrofano i soldi del cofinanziamento provinciale sono stati ben investiti (persino a fronte di un assurdo aumento retroattivo del costo di discarica per i Comuni!) e questa comunità – a differenza di altre – sta facendo la propria parte in una situazione di stallo a livello regionale, con discariche al collasso e mancanza di centri di compostaggio che rendano convenienti gli sforzi dei tanti comuni che, assumendosi le loro responsabilità, hanno abbandonato il sistema stradale.

    Un piccolo suggerimento per il nuovo anno è puntare anche sul Last minute market, insieme ai vicini comuni con un sistema di gestione simile – Formello e Campagnano in primis – che permetta di evitare lo spreco di cibo in discarica. Non costa nulla…

    “Il mio contributo come cittadino è stato quello di non aver mai conferito le plastiche da quando c'è il nuovo sistema”
    Il mio contributo come cittadino al sistema in atto a Sacrofano, oltre a non aver mai conferito un sacchetto di organico al sistema di raccolta grazie alla compostiera in giardino (anche senza sconto in tariffa, non mi importa), è stato quello di non aver mai conferito le plastiche da quando c'è il nuovo sistema. No, neppure una volta.

    Dall'aprile 2010, il mio bidone da 120 litri è stato esposto per il ritiro la prima volta giovedì 17 novembre 2011. Più di un anno e mezzo. Come è stato possibile non conferire mai le plastiche?

    Ho approfittato di una rigidità del sistema di raccolta, che per tutti coloro che risiedono fuori dal centro storico ha previsto un bidone carrellato (da esporre una volta a settimana tutti i giovedì, per la precisione).

    Per le mie abitudini di utilizzo di plastiche il contenitore carrellato fornito dal Comune di Sacrofano era sicuramente sovradimensionato, ma invece di chiederne uno più piccolo mi ha permesso di sfruttarlo come accumulo in giardino delle poche bottiglie e flaconi che avevano esaurito il loro primo uso. Per mesi dentro c'è stata sì e no una spanna scarsa di plastiche in un bidone alto un metro.

    Per riuscire a riempire il mio contenitore per le plastiche, non acquistando neppure acqua minerale, ho anche iniziato a raccogliere bottiglie abbandonate in questi mesi sulla strada che porta alla mia abitazione (ancora troppi incivili le lanciano dalle auto in corsa), oltre a conservare quanto avanzava da cene anche se non ero a casa mia, a chiedere ad amici e familiari di conservare qualche bottiglia di acqua da 1,5 litri per riutilizzarla per l'acquisto di acqua alla spina frizzante nella vicina Campagnano: dopo un mese di riuso, queste poche bottiglie di recupero sono sempre andate ad accumularsi nel bidone giallo e sostituite con altre.

    Buona parte di quanto contenuto nel contenitore carrellato che ho in giardino deriva dal trasloco di un'altra casa, nella quale c'erano vari flaconi di detergenti e saponi da terminare. Ho dovuto raccogliere plastiche di altri per riempire almeno la metà del mio 120 litri giallo… C'è però un altro punto importante che mi ha permesso di evitare di conferire le plastiche per ben un anno e mezzo.

    “Le bottiglie sono state tutte rigorosamente sciacquate e soprattutto schiacciate per ridurne il volume”
    Le bottiglie sono state tutte rigorosamente sciacquate e soprattutto schiacciate per ridurne il volume. Quante volte ho visto vicini conferire tutti i giovedì semplicemente perché gli imballaggi per alimentari non venivano schiacciati…. In molti casi ho anche cercato di dare piccoli suggerimenti. Non conferire una volta alla settimana consiste in un risparmio diretto e indiretto per se stessi e per la comunità.

    Con questo non pretendo certo che tutti abbiano le mie abitudini negli acquisti, in larga parte in vetro e cibi freschi (senza imballaggio), ma se tutti avessero maggiore attenzione invece di raccogliere le plastiche una volta a settimana si potrebbero raccogliere una volta al mese, con risparmi diretti e immediati per l'Ente e per i cittadini per mancati costi di raccolta e conferimento. Oppure queste ore di lavoro non utilizzate potrebbero essere dedicate ad altri servizi come prolungare l'orario dell'isola ecologica.

    Ritengo che la riduzione del conferimento delle plastiche abbia una diretta relazione con la comunicazione e soprattutto con il controllo che possono fare gli addetti. Dopo richiami verbali o scritti al rispetto delle regole, alcuni carrellati andrebbero non-ritirati fino a che l'utente non procede a schiacciare meglio gli imballaggi. Motivandolo con un biglietto lasciato dagli operatori: “conferimento scorretto, si prega di… etc.”.

    Si potrebbero fornire di schiaccia bottiglie le persone che ne necessitano e ne fanno richiesta: i risparmi sarebbero immediati. Una comunicazione più puntuale su questo banale aspetto credo sia consigliabile, così come piccoli aumenti della tariffa per chi insiste ad essere riottoso al rispetto delle regole di interesse generale.

    Quando è cominciato il sistema ad aprile 2011 a Sacrofano veniva richiesto di conferire bottiglie e flaconi sfusi senza sacchetti, solo dopo qualche mese si è comunicato che si richiedeva di conferirle imbustate agli utenti (e poi riposte dentro al 120 litri). C'era un problema di volatilità dai mezzi di raccolta sicuramente, non so se c'erano altre problematiche.

    Questo piccolo disagio mi ha permesso di ri-esaminare dall'inizio i vari imballaggi, quasi di 'giocare a Tetris' per farcene stare il più possibile in tre sacchetti semi trasparenti che ho recuperato. In questo gioco ho impiegato un'oretta. Oltre a schiacciare con ancora più attenzione i vari imballaggi, ho potuto così inserirli nel contenitore da 120 litri coprendone al meglio gli spazi.

    Una mega-discarica si evita e si contrasta al meglio solo se si mettono in atto tutte le misure per evitare di riempirla
    Il risultato è che fra due giorni esporrò le mie plastiche sicuramente da 1°fascia Conai senza alcun disagio, senza alcun odore (basta sciacquare i vari imballaggi) e occupando meno spazio possibile nel mezzo di raccolta.

    Mi auguro che questo piccolo esempio possa essere seguito e ispirare al Comune di Sacrofano un richiamo di comunicazione su questi aspetti, oltre a incentivare il controllo degli operatori su quanto viene conferito e in che modo.

    Colgo l'occasione per salutare il Sindaco Casagrande – dal 1 gennaio del 2012 mi trasferirò in altro comune – e fargli il mio più cordiale in bocca al lupo per le sfide che attendono questa e le comunità limitrofe.

    Una mega-discarica si evita e si contrasta al meglio solo se si mettono in atto tutte le misure per evitare di riempirla (se non per quanto riguarda i residui di lavorazione degli impianti Conai). È la sfida che tutti gli oltre 2500 Comuni italiani lanciano alle tante, troppe, istituzioni che ancora tollerano sulle loro strade l'antiestetico spreco di materia che i media insistono a definire 'rifiuto'. Con una corretta organizzazione quello che si raccoglie sono solo materiali, non rifiuti: in un terzo dei comuni italiani per la gestione dei materiali da raccolta differenziata siamo all'avanguardia in Europa!

    Se tutti i comuni italiani attardati al cassonetto stile anni '70, si assumessero le proprie responsabilità si potrebbero creare 200mila posti di lavoro, ottenendo al contempo enormi risparmi per il sistema-Paese. È il sistema stradale ad essere più costoso, non viceversa. I dati nazionali non sono interpretabili e sanciscono la convenienza del sistema Porta a porta.

    Le discariche (o peggio gli inceneritori) si evitano se non c'è nulla o quasi nulla da buttarci dentro. Nessuno si merita la nuova discarica di Roma: ognuno si assuma le sue responsabilità.

    Una nuova discarica tal quale è l'esatto contrario della pianificazione necessaria nel 2011.

    Qualcuno lo spieghi allo staff del Prefetto: il commissariamento per imporre una discarica di questo tipo significa che le istituzioni ammettono il loro fallimento, la mancanza di organizzazione.

    Il tema della raccolta differenziata è organizzativo e culturale, non tecnologico: a fare la differenza è unicamente la volontà politica. Tanti comuni nel Lazio lo dimostrano e possono dimostrarlo ancora meglio in futuro.

    Il porta a porta è migliorabile: il cassonetto stradale – con tutto quello che ne consegue – no.


    #91988
    prixi
    prixi
    Amministratore del forum

    [size=18]La sveglia che funziona ad acqua 🙂

    Cercate modi sempre nuovi per risparmiare dal punto di vista energetico e volete dare una mano all'ambiente riducendo il numero di batterie necessarie per il funzionamento dei vari gadget presenti in casa? Sicuramente vi interesserà questo orologio che, al posto delle inquinanti batterie alkaline, utilizza la pura e semplice acqua per alimentare una batteria “ecologica”.

    Ruotando il display a 90 gradi la visualizzazione passa da orologio, a sveglia, a timer, per finire con la temperatura.

    Attenzione però…nonostante l'alimentazione sia ad acqua, i produttori specificano che il gadget non è impermeabile.

    http://tecnologia.tiscali.it/articoli/news/elettronica-di-consumo/11/11/la-sveglia-che-funziona-ad-acqua.html?news_elettronica

    … non è certo una notiziona … e non salverà il pianeta … eppure, queste pile ad acqua, che non conoscevo, mi sono piaciute ….
    hanno un certo chè di “nuova cultura” :VV:


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

    #91989

    Spiderman
    Partecipante

    Biodiversità: perché preservarla?

    Difendere la complessità e l’interdipendenza delle forme di vita sul pianeta è l’unica garanzia di futuro: per tutti

    Quando si parla dei cambiamenti climatici e socio-ambientali in atto, tendiamo a immaginare le peggiori situazioni catastrofiche proiettate nel futuro: lanciamo allarmi per quello che potrebbe essere, per le irrecuperabili perdite a venire o per il superamento di tanti punti di non ritorno rispetto all’attuale equilibrio geoclimatico, stabilitosi nel corso di migliaia e migliaia di anni. Eppure la catastrofe ecologica più importante, quella che ha e che avrà nell’immediato l’impatto più devastante sull’esistenza della specie umana la stiamo già vivendo. È la veloce perdita di biodiversità animale e vegetale in corso.
    Un articolo della rivista Nature del settembre del 2009 ha infatti posto all’attenzione di tutta la comunità scientifica e, volendo, dell’umanità in generale, il fatto che la perdita di biodiversità costituisce il primo problema che dovremmo fronteggiare, prima ancora del cambiamento climatico di cui tanto si parla. La stessa ONU – in un’insolita e tempestiva presa di coscienza – ha stabilito che il 2010 fosse l’anno dedicato alla biodiversità.
    Ma cosa si intende esattamente con questo termine?

    Una ricchezza incommensurabile
    La biodiversità è la varietà degli esseri viventi, animali, vegetali e microrganismi, esistenti in natura. Inoltre si intende la varietà degli ecosistemi e dei loro equilibri. Lo stesso termine viene anche utilizzato per indicare la variabilità genetica all’interno di ogni singola specie e quel mondo di interrelazioni orizzontali e verticali tra i geni di tutte le specie e i legami che intercorrono tra esse. L’essenza della biodiversità è in sostanza la complessità nell’interdipendenza.
    L’uomo non può astrarsi da questa interconnessione, sebbene gli ambienti artificiali che ha creato e in cui vive gli facciano sembrare la natura solo come un documentario per bambini in cerca di esotismo. Ma è “scientificamente dimostrabile” che sul cemento non cresce nulla, che la plastica non nutre e che un video, per quanto avvincente sia, non può sostituire la realtà che è il risultato dell’azione dell’essere umano nel suo ambiente naturale.
    La questione della salvaguardia della biodiversità è ormai annosa. Già al vertice mondiale delle Nazioni Unite a Rio de Janeiro del 1992 venne firmata dalle controparti nazionali una Convenzione per la difesa del patrimonio genetico e delle specie esistenti. Anche a Johannesburg, nel 2002, al vertice mondiale dedicato allo sviluppo sostenibile, i paesi europei presenti si posero l’obiettivo di fermare la perdita di biodiversità entro il 2010. Promessa che, come tutti possono constatare, dati alla mano, è stata ampiamente disattesa.
    Ma ridurre la biodiversità non significa solo impegnarsi per salvaguardare l’habitat di alcune specie in via di estinzione come il camoscio o l’ululone appenninici (come sta facendo il WWF con l’assegnazione del premio Panda d’oro ogni anno).
    Anche intervenire sulla molteplicità delle specie coltivate ha un impatto di non poco conto in questa lotta per la vita. Per fare un esempio, si dice che solo qualche decina di anni fa le specie di patata coltivate nel mondo fossero migliaia (2). Ora ne sono rimaste pochissime coltivate su una scala degna di nota (sebbene ci siano piccoli segnali di controtendenza). Idem per frumento o riso e altri cereali di importanza fondamentale per l’alimentazione umana. Questa riduzione di specie e diversità espone l’umanità a maggiori rischi di carestie dovute a patologie vegetali cui piante omologate in tutto il mondo non sarebbero in grado di far fronte.
    Nei millenni, la saggezza contadina dei vari popoli ha saputo individuare e preservare le specie vegetali più adatte ai vari climi e alle varie situazioni parassitarie. È una pura follia procedere, come si sta facendo, a questa “semplificazione” ingenerata solo da necessità legate al profitto e alla commercializzazione.
    Ma la biodiversità è anche meccanismo ecosistemico ampliato.
    Ad esempio, la stabilità del clima dipende anche dalla dinamica della biodiversità, con i suoi influssi sulla circolazione delle acque e sulla fertilità dei suoli. Tranne che per un 1% di gas nobili, l’atmosfera è interamente il prodotto delle emissioni degli organismi viventi sulla superficie della Terra, umani compresi.
    La quantità di specie viventi non è ancora stata fissata definitivamente dagli scienziati e le cifre che possiamo trovare nei vari testi e autori sono molto discordanti.
    In linea di massima possiamo azzardare un’ipotesi di questo tipo. In natura esistono:
    5000 virus
    4000 batteri
    70.000 funghi
    40.000 protozoi
    40.000 alghe
    250.000 piante
    45.000 animali vertebrati
    70.000 molluschi
    75.000 aracnidi
    950.000 insetti

    [link=http://www.stampalibera.com/?p=35971#more-35971]Continua…[/link]

    PS Mio appunto personale: Il pianeta, versa in queste condizioni, esattamente perchè lo consideriamo nostro.


    #91990
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    http://daltonsminima.altervista.org/?p=17487
    Ed eccole alcune E-mail sul cosidetto climategate

    http://www.climatemonitor.it/?p=21234
    Nuovo giro nuova corsa, appena poche ore ha iniziato a circolare un altro file proveniente dal misterioso hacker FOIA, apparentemente lo stesso che aveva messo sulla rete i dati e le mail comparsi nel novembre 2009…


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