SALVIAMO IL NOSTRO PIANETA

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Questo argomento contiene 414 risposte, ha 23 partecipanti, ed è stato aggiornato da  Anonimo 7 anni, 10 mesi fa.

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  • #92352

    giorgi
    Partecipante

    [color=#0000cc]Caso primario dall'effetto serra:[/color]


    #92353
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    Carbone addio: sei paesi ci rinunciano
    Stati scandinavi e Usa si impegnano: stop a nuove centrali all’estero

    – See more at: http://www.greenreport.it/news/clima/carbone-addio-sei-paesi-ci-rinunciano/#sthash.IfJseAET.dpuf
    Con un comunicato congiunto Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia e Usa hanno annunciato l’intenzione di non finanziare più nuove centrali a carbone all’estero, tranne che in circostanze eccezionali. Questa presa di posizione dei 5 Paesi scandinavi e degli Usa rafforza la tendenza crescente tra i maggiori finanziatori e donatori di spostare gli investimenti dai combustibili fossili alla transizione verso l’energia pulita e rinnovabile. – See more at: http://www.greenreport.it/news/clima/carbone-addio-sei-paesi-ci-rinunciano/#sthash.IfJseAET.dpuf

    http://www.greenreport.it/news/energia/banca-mondiale-addio-al-carbone-oggi-la-nuova-strategia-energetica/
    Banca mondiale, addio al carbone? Oggi la nuova strategia energetica
    [16 luglio 2013]

    emissioni ets carbonio carbone co2
    Oggi, a Washington, il consiglio direttivo della Banca mondiale discuterà il nuovo testo della strategia energetica dell’istituzione leader dello sviluppo a livello planetario. “Verso un futuro energetico sostenibile per tutti” è il titolo della strategia negoziata negli ultimi due anni dai principali governi che controllano la World Bank, con non pochi conflitti.

    – See more at: http://www.greenreport.it/news/energia/banca-mondiale-addio-al-carbone-oggi-la-nuova-strategia-energetica/#sthash.FpqtWOcJ.dpuf

    Tempi duri per le centrali a carbone. Non le vuole più finanziare nemmeno la Bei
    Il gas combustibile di transizione verso un’economia low carbon

    [24 luglio 2013]

    bei
    La Banca europea per gli investimenti (Bei), il più grande istituto finanziario pubblico del mondo, con investimenti di 12 miliardi di euro nell’energia ogni anno, si è impegnata a eliminare i finanziamenti per centrali a carbone. La stessa cosa annunciata pochi giorni fa dalla Banca mondiale. Ieri sono state introdotte due deroghe al settore carbone della Bei, ma il consiglio di amministrazione della Banca europea è tenuto a chiarire queste esenzioni per assicurare una rigorosa attuazione della decisione.

    – See more at: http://www.greenreport.it/news/energia/tempi-duri-per-le-centrali-a-carbone-non-le-vuole-piu-finanziare-nemmeno-la-bei/#sthash.jeKZBtaV.dpuf

    ( http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/18/carbone-presto-prima-fonte-energetica-mondiale-entro-10-anni-uso-superiore-a-petrolio/450201/ Carbone entro 10 anni principale fonte energetica mondiale prima del petrolio !dodge )


    #92354
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    http://translate.google.it/translate?sl=auto&tl=it&u=http%3A//i-uv.com/portfolio/russia-solving-world-hunger/
    “The backyard gardening model is so effective throughout Russia that total output represents more than 50 percent of the nation’s entire agricultural output.”

    Imagine living in a country where having the freedom to cultivate your own land, tax-free and without government interference, is not only common but also encouraged for the purpose of promoting individual sovereignty and strong, healthy communities. Now imagine that in this same country, nearly all of your neighbors also cultivate their own land as part of a vast network of decentralized, self-sustaining, independent “eco-villages” that produce more than enough food to feed the entire country


    #92355

    Anonimo

    http://www.ilcambiamento.it/acque/tirreno_mare_plastica_dati_goletta_verde_2013.html

    Tirreno, un mare di plastica. I dati di Goletta Verde
    Il 95% dei macro rifiuti galleggianti nel mar Tirreno è costituito da plastica, il 41% di questi consiste in buste e frammenti plastici e la maggiore densità superficiale di questi detriti è stata rinvenuta nel Tirreno centro meridionale. Sono questi, in estrema sintesi i risultati del monitoraggio eseguito dalla Goletta Verde di Legambiente e dall’Accademia del Leviatano nei mesi scorsi.

    Il 95% dei macro rifiuti galleggianti nel mar Tirreno è costituito da plastica, il 41% di questi consiste in buste e frammenti plastici e la maggiore densità superficiale di questi detriti è stata rinvenuta nel Tirreno centro meridionale. Sono questi, in estrema sintesi i risultati del monitoraggio eseguito dalla Goletta Verde di Legambiente e dall’Accademia del Leviatano nei mesi scorsi, secondo il protocollo scientifico elaborato dal Dipartimento Difesa della natura di Ispra e dal Dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa.

    L’uso della plastica e dei suoi derivati è cresciuto notevolmente negli ultimi 40 anni, trend che si riflette inevitabilmente sulla composizione del rifiuto marino. Diverse fonti, tra cui il programma dell’ambiente delle Nazioni Unite, UNEP, concordano che la plastica rappresenta la frazione merceologica preponderante dei rifiuti rinvenuti in mare (dal 60 all’80% del totale, con punte del 90-95% in alcune regioni).

    Per far luce sulla gravità del problema, Goletta Verde, l’imbarcazione di Legambiente, anche grazie alla collaborazione di Novamont, durante l’ultimo tour estivo, ha indagato l’entità del fenomeno del marine litter nel mar Tirreno. I risultati dell’indagine sono stati comunicati nel corso del convegno organizzato dal Kyoto Club tenutosi oggi presso il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

    Il monitoraggio di Legambiente, compiuto dallo Stretto di Messina alla Liguria, è stato realizzato congiuntamente al progetto di ricerca di Accademia del Leviatano che invece ha eseguito l’analisi continuativa delle tratte Livorno-Bastia e Fiumicino-Ponza: in totale con i monitoraggi delle due associazioni è stato possibile analizzare oltre 3.000 km di tratte marine con un’osservazione dei rifiuti in mare di ben 136 ore.

    “I dati emersi dal monitoraggio di Goletta Verde e Accademia del Leviatano nel Mar Tirreno evidenziano come la quasi totalità dei macro rifiuti galleggianti siano di plastica e, tra questi, la percentuale più consistente è quella che riguarda le buste – afferma Stefano Ciafani, vice presidente nazionale di Legambiente -. Questo dimostra che il fenomeno della plastica in mare è un problema di dimensione globale e non riguarda solo l’Oceano Pacifico: l’Italia e il Mar Mediterraneo, infatti, sono particolarmente coinvolti e pertanto sono necessarie misure drastiche.

    L’Italia fino al 2010 era il primo paese europeo per consumo di sacchetti di plastica usa e getta, con una percentuale di consumo pari al 25% del totale commercializzato in Europa, e solo grazie all’entrata in vigore del bando sugli shopper non compostabili ha ridotto questa percentuale. Inoltre – continua Ciafani – la sua posizione centrale nel Mediterraneo fa sì che il ruolo italiano nella tutela dell’ecosistema marino sia di cruciale importanza.

    L’uso della plastica e dei suoi derivati è cresciuto notevolmente negli ultimi 40 anni, trend che si riflette inevitabilmente sulla composizione del rifiuto marino
    È per questo che ci appelliamo alla Commissione europea affinché estenda a tutti gli Stati Membri il modello italiano del bando degli shopper non compostabili, per compiere un passo in avanti nella salvaguardia dei mari, per rafforzare il fronte comunitario sulla corretta gestione dei rifiuti, per tutelare la biodiversità e la fauna marina e per raggiungere uno degli obiettivi della direttiva quadro europea per la Marine Strategy”.

    Il monitoraggio di Goletta Verde e Accademia del Leviatano ha riguardato 3.075 km con un totale di 136 ore di osservazione. Il protocollo scientifico utilizzato è stato elaborato e riadattato da Ispra-NAT (Dipartimento Difesa della Natura) e Università di Pisa (Diartimento di Biologia) e ha preso in considerazione solo i rifiuti galleggianti più grandi di 25 cm, classificando i detriti in linea con il manuale OSPAR (Convenzione Oslo-Parigi per la tutela dell'ambiente marino dell'Atlantico nord orientale, adottata nel 1992 da 15 Paesi europei e nel 1997 dall'Unione europea).

    Le aree oggetto del monitoraggio sono state così suddivise: Tirreno centro-meridionale (Calabria tirrenica, Basilicata, Campania, Lazio); Tirreno centro-settentrionale (Sardegna, Corsica, Liguria, Toscana), a cura di Goletta Verde, le tratte Livorno-Bastia e Fiumicino-Ponza, a cura dall’Accademia del Leviatano.

    Il dato più eclatante emerso dall’indagine è sicuramente la supremazia dei rifiuti plastici sul totale dei detriti avvistati. Una percentuale che in media è pari a quasi il 95%. Di questi, circa il 41% è costituito da buste e frammenti di plastica. Il Tirreno centro-meridionale spicca come l’area di monitoraggio a maggiore densità superficiale di rifiuti, con il record di 13,3 detriti ogni Km2, contro i 5,1 del Tirreno centro- settentrionale, i 2,1 della tratta Livorno-Bastia e i 2,4 della tratta Fiumicino-Ponza. Dopo buste e frammenti, il 13% della plastica registrata è costituita da teli (residui di dimensioni pari a un metro o più) e il 12,5% da bottiglie di plastica. Il 33% è stata, invece, la percentuale di cassette di polistirolo monitorate lungo la tratta Fiumicino-Ponza. In generale, l’abbondanza dei rifiuti è risultata essere di gran lunga maggiore in prossimità della costa.

    Il monitoraggio nel dettaglio

    Lungo il Tirreno centro-meridionale (Calabria tirrenica, Campania, Basilicata, Lazio) Goletta Verde ha monitorato 430 Km per un totale di 39 ore. In quest’area si è registrata la densità più alta di rifiuti monitorati rispetto alle altre aree, con ben 13,3 rifiuti ogni Km2.

    Il 93,8% del totale è costituito da plastica: in primis buste di plastica (27%), bottiglie (23%) e frammenti, sempre con una superficie superiore ai 25 cm2, che ammontano al 15%. Le altre categorie di rifiuti osservati (gomma, legno, tessuto, metallo, vetro e carta) ammontano in totale solo al 6,2%.

    Proseguendo il suo viaggio verso Nord, Goletta Verde ha indagato le acque del Tirreno centro-settentrionale (Sardegna, Corsica, Liguria, Toscana) percorrendo 285 km con un totale di 24 ore di osservazione. Nonostante siano, in questo caso, solo 5,1 i rifiuti monitorati ogni Km2, questo monitoraggio fa registrare il più alto tasso di plastica con l’98,5% del totale. Le buste la fanno ancora da padrone con il 32%, seguite da teli di plastica (18%) e gli immancabili frammenti che ammontano al 14%.

    Situazioni critiche anche per le tratte Livorno-Bastia e Fiumicino-Ponza sono state registrate dall’Accademia del Leviatano grazie a piattaforme di opportunità (traghetti C&S Ferries e Medmar) e la sperimentazione sul marine litter è avvenuta nell’ambito del protocollo del network internazionale di monitoraggio dei cetacei da traghetti di linea coordinato dal Dipartimento Natura di ISPRA.

    I monitoraggi sulla Livorno-Bastia (da aprile a luglio 2013) si sono svolti per 61 ore per 1.890 Km. Qui sono 2,14 gli oggetti osservati ogni Km2 e anche in questo caso la plastica costituisce il 90,4% del totale dei rifiuti, con composizione in linea con gli altri monitoraggi: 28% di buste, 20% di frammenti. I teli di plastica salgono al 19% mentre si attestano al 7% sia le bottiglie che le cassette di polistirolo.

    E sono proprio le cassette di polistirolo, evidente rifiuto della pesca, a sorprendere i ricercatori della tratta Fiumicino-Ponza. In quest’ultimo caso, sono stati monitorati 470 km con 12 ore di osservazione e la densità dei rifiuti galleggianti è di 2,4 su Km2. Cospicua, anche in questo caso, la percentuale di plastica al 96,8% con ben il 33% costituito proprio da cassette di polistirolo, seguito dalle buste al 17% e dai frammenti, sempre di polistirolo, che risultano pari all’11% sul totale dei materiali plastici monitorati


    #92356
    InneresAuge
    InneresAuge
    Partecipante

    Porcherie criminali di Chevron…


    Come può la vista sopportare, l'uccisione di esseri che vengono sgozzati e fatti a pezzi... non ripugna il gusto berne gli umori e il sangue, le carni agli spiedi crude... e c’era come un suono di vacche, non è mostruoso desiderare di cibarsi, di un essere che ancora emette suoni... Sopravvivono i riti di sarcofagia e cannibalismo.
    - Franco Battiato

    #92357

    Anonimo

    http://www.abruzzoweb.it/contenuti/laquila-la-vita-dentro-le-case-di-paglia–si-respira-comunita-e-poi-si-risparmiano-costi/527455-302/

    L'AQUILA: LA VITA DENTRO LE 'CASE DI PAGLIA',
    ''SI RESPIRA COMUNITA' E POI SI RISPARMIANO COSTI''

    L’AQUILA – “Restare umani” in un contesto ostile e alienante come quello dell’Aquila post-terremoto sembrerebbe un’impresa molto difficile, ma non per gli ideatori del Villaggio Eva, nel piccolo borgo di Pescomaggiore.

    Nella frazione che si trova a pochi chilometri dal capoluogo abruzzese sorge infatti un complesso abitativo fatto interamente di paglia.

    Nonostante la tecnica costruttiva possa sembrare inusuale è in realtà molto diffusa fuori L’Aquila. Inoltre, secondo quanto afferma chi ci abita, i benefici di questo stile di vita sono molteplici, a partire dai ridotti costi di gestione, con la bolletta del riscaldamento tagliata per esempio a un quarto, e la tendenza a recuperare una maggiore socialità.

    Attualmente in questo sito risiedono otto abitanti molto diversi tra loro che sono riusciti a trovare un’armonia. Si tratta di “otto aquilani, di cui quattro persone del paese, due ex abitanti della zona della Valle dell’Aterno, una studentessa che risiede all’Aquila da molto tempo e il suo fidanzato francese”, racconta l’avvocato Dario D’Alessandro, referente per il Comitato di rinascita di Pescomaggiore.

    La motivazione di questa scelta nasce in risposta alla credenza diffusa che vivere a contatto con la natura possa essere un ostacolo alla vita moderna fatta di frenesia e sprechi, piuttosto che un modo per ritrovare se stessi e il piacere per una quotidianità ecosostenibile.

    Questo stile di vita non solo porta benefici allo spirito, favorendo la socializzazione, permette anche di non mettere mano al portafoglio in maniera troppo pesante o incisiva. Infatti, grazie agli impianti fotovoltaici, il riscaldamento tramite le stufe a legna e l’impianto di fitodepurazione, ossia il riutilizzo delle acque reflue, i costi si rivelano essere di gran lunga inferiori, mentre “l’acqua viene immediatamente riutilizzata per irrigare i campi, considerando che si trovano a soli 15 metri da casa”.

    “Nel periodo di inverno pieno, con la stufa a legna, ho pagato circa un quarto della cifra che avrei pagato con una stufa a pellet”, spiega l’avvocato, che ha avuto esperienza diretta, avendo vissuto nel Villaggio Eva per 18 mesi.

    La distanza per arrivare ai servizi più vicini come scuole, banche e supermercati sembra non disturbare affatto gli abitanti di questo villaggio, lieti di fare qualche chilometro in più piuttosto che fare a meno del loro amabile stile di vita.

    In proposito, D’Alessandro sottolinea che “in fondo, per arrivare a Paganica bisogna fare solo 5 chilometri!”.

    Un idilliaco villaggio di paglia fuori le mura di Pescomaggiore potrebbe rischiare di contribuire alla trasformazione del paese originario in un mero luogo di memoria, questa una possibile obiezione che gli abitanti del posto non negano.

    “Sfortunatamente, il rischio è alto e non riguarda solo noi ma l’intero ‘cratere’ sismico – ammette D’Alessandro – Comunque Pescomaggiore è un paesino ancora vivo. Certo è che più gente e attività commerciali vi arrivano, migliore sarà il benessere quotidiano degli abitanti”.

    Nella situazione in cui versano i piccoli centri colpiti dal terremoto del 6 aprile 2009, avere l’audacia di investire in questi piccoli borghi, colmi di storia e tradizioni, significa contemporaneamente alimentare la “memoria collettiva”, concetto del filosofo francese Paul Ricoeur, della comunità e offrire uno sbocco per il futuro dei suoi abitanti.


    #92358

    Anonimo

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/09/14/disoccupati-pensionati-figli-crisi-tornano-raccolta-pomodori/708453/

    Disoccupati e pensionati, gli italiani figli della crisi tornano a raccogliere pomodori
    Prima le campagne intorno a Fiorenzuola, tra Piacenza, Parma e Ferrara, erano il regno esclusivo dei migranti, all'inizio magrebini e dopo indiani e pakistani. Poi, la ricomparsa degli abitanti locali. Complice il crollo dell'economia, le aziende che chiudono e la disoccupazione che galoppa

    È chiamato “oro rosso”. E per trovarlo servono sudore e ore di un lavoro massacrante, ripagato con tanti calli alle mani e pochi soldi. Eppure, anche al nord, la schiena degli italiani è tornata a piegarsi nelle campagne per la raccolta del pomodoro. Tornando ad affacciarsi su un settore, che da tempo ormai era regno esclusivo dei migranti, prima magrebini e poi indiani e pakistani. Colpa della crisi, delle aziende che chiudono e della disoccupazione che galoppa.

    Il viaggio nel distretto del pomodoro parte dalle campagne intorno a Fiorenzuola, tra Piacenza, Parma e Ferrara. Niente a che vedere con il “triangolo”, che al sud evoca sfruttamento e caporalato. Qui, in questi campi dove si produce e si trasforma il 98% dell’intero pomodoro da industria nel nord Italia, sono ricomparsi gli italiani. Nella provincia di Piacenza, terra che vanta la maggior estensione di campi coltivati con questa coltura, non mancano le storie di chi, dopo aver perso il lavoro, è tornato a sporcarsi le mani per 6-7 euro all’ora.

    “Ero dipendente in un’azienda di impianti di depurazione in vetro resina a Caorso – racconta Anna Maria, 56 enne di Piacenza – ma complice il periodo economico e alcune scelte discutibili della ditta, ho preferito andarmene. Avevano iniziato pesanti tagli al personale ma soprattutto spesso non mi pagavano”. Un vero e proprio cambio di vita, dalla fabbrica ai campi, perché i ritmi sono ben diversi: “Ho provato a fare le pulizie, non è andata bene. Alle cooperative preferisco i privati. E poi mi sono adattata a tornare in campagna. Non è semplice – ammette – ci avevo lavorato da ragazza ma farlo adesso è dura. A una certa età è pesante stare sotto il sole dalle 7 alle 9 ore”. Guardare al futuro, poi, con un impiego stagionale, non è certo una passeggiata: “Se trovassi altro cambierei. Anche perché qui c’è lavoro solo d’estate. E d’inverno? Ci sto già pensando e non so cosa farò. Non si trova nulla e quel poco è in nero. Cercherò di andare avanti in qualche modo”.

    Nelle campagne, rispetto al passato, gli spazi occupazionali si sono comunque ridotti. Soprattutto per gli italiani. Un po’ per l’introduzione della raccolta a macchina. E un po’, come accade ormai in tutti i lavori manuali, per l’arrivo in massa dei migranti che ha portato gli agricoltori ad abbassare drasticamente le retribuzioni. Però si trova anche chi, come Giovanni Terzi, quarantenne di San Giorgio piacentino, ha deciso che, anche potendo, non tornerà più indietro: “Facevo l’autista e stavo bene. Poi, purtroppo, hanno arrestato il titolare della ditta. Lui si intascava gli appalti per la manutenzione delle autostrade e io sono rimasto senza occupazione. Ma ora sto bene. Certo è dura, però preferisco lavorare il sabato e la domenica che piangermi addosso”.

    Presenza più tradizionale, e ormai consolidata da anni, invece, quella degli studenti. Loro si concentrano soprattutto nella raccolta di aglio e cipolle, prodotti che ancora necessitano di essere colti manualmente. “È durissima – confessa Michela, 23 anni di Muradolo – non tutti sono predisposti, perché i giovani sono abituati in ufficio. Io lavoro, sono impiegata durante l’anno ma nelle ferie ho deciso di venire in campagna per racimolare qualche soldo in più. Stessa storia per Giorgia Soleri, 19enne che nella raccolta delle cipolle vede la possibilità di pagarsi l’università: “È faticoso ma non ho trovato altro. Ed è anche inutile cercare ormai. Ho sentito che avevano bisogno in campagna e non ci ho pensato due volte. Certo c’è da sudare, però alla fine uno stipendio lo porti a casa”.

    Persino i pensionati italiani, che non riescono ad arrivare alla fine del mese, decidono di rimboccarsi le maniche e tornare su un trattore. È il caso del signor Gino, 60enne di Monticelli: “Lavoravo alla Telecom e nel 2002 sono iniziati gli spostamenti per il lavoro flessibile. In buona sostanza mi hanno mandato in pensione. Ho iniziato a prenderla nel 2004 e ora per andare avanti do una mano a dei miei parenti in campagna. I giovani sono ancora pochi, vista la situazione dovrebbero adattarsi a tutto. Capisco che è difficile, perché si fa il raccolto sia con il sole, sia con la pioggia. Non ci sono sabati, domeniche, Natale o Pasqua. In campagna non si pensa alle vacanze. Si vive con il tempo della terra”.

    La tendenza che ha riportato lentamente gli italiani verso la campagna è stata anticipata dal boom di richieste di lavoro nelle industrie di trasformazione del pomodoro. Anche se, solo a Piacenza, quest’anno è stato assunto uno stagionale su cinque. Troppe le domande arrivate alle aziende, che si sono viste costrette a selezionare il 20% dei curriculum, cioè 700 su 3500.

    Negli stabilimenti i tempi non sono quelli dei campi. Sono più standardizzati – 8 ore al giorno anche di notte – ma, anche in questo caso, per due mesi è necessario scordarsi sabati e domeniche. All’inizio dell’estate, davanti ai cancelli, si sono presentati molti “figli della crisi”, cioè gli under30 senza lavoro o precari. Disoccupati, ex imprenditori che hanno chiuso l’attività, casalinghe che cercano di integrare il reddito famigliare perché il marito è in cassa integrazione e alcuni pensionati con un mensile talmente risicato da non permettergli di arrivare alla seconda settimana del mese.

    Ma il cosiddetto “oro rosso”, che a Piacenza può essere considerato un ammortizzatore sociale, non brilla più come una volta. I problemi sono tanti. Dal ritardo nella raccolta a causa di una primavera tardiva, al calo della metratura di terreno coltivato (nel distretto si è passati a 29175 ettari, rispetto ai 33 464 del 2012), fino alla mancanza di acqua a causa di accordi discussi tra regioni, come quello sulla diga del Brugneto, fatto con la Liguria, che non ha dato gli esiti sperati.

    E così, le domande di lavoro aumentano ma calano le aziende. Nel Dopoguerra, Piacenza poteva vantare 40 ditte specializzate nella lavorazione del pomodoro. Oggi invece si contano sulle dita di una mano: Arp, Emiliana Conserve, Steriltom e Consorzio padano. Le altre rimaste si sono diversificate con l’inscatolamento di diversi frutti della terra, dal mais ai piselli fino ai fagioli. Come l’Agri Daf di San Giorgio, Conserve Italia di Lusurasco di Alseno, Manzella Carlo di Castelsangiovanni e la Suncan di Castelvetro piacentino.


    #92359

    Anonimo

    http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=630

    NEI PROSSIMI ANNI CINQUE MILIONI DI MORTI NELLE TERRE AVVELENATE DI CAMPANIA E LAZIO

    Passiamo alla seconda bomba (ma autentico tric trac per la melma mediatica quotidiana). L'ha lanciata con due interviste a Sky (e ad un paio di tivvù casertane) Carmine Schiavone, cugino del più noto Francesco, alias Sandokan. Tra una cifra e l'altra di morti ammazzati come noccioline nelle faide tra clan, si fa uscire una cifra rotonda: nei prossimi anni 5 milioni di morti nelle terre avvelenate di Campania e Lazio. Anche stavolta: strilli e titoloni su carta stampata? Altre tivvù a cercare di capirci meglio? Aule parlamentari in seduta permanente per far luce? Inquirenti, forze dell'odine e autorità di controllo a sirene spiegate? Sempre lo stesso, tombale silenzio. Un'omertà di Stato che più compatta non si può. Come se una colata di cemento – in perfetto stile mafioso – avesse cucito bocche, occhi e orecchie.

    Eppure Schiavone – in modo terribilmente crudo, fino a scivolare per certe parti nel grottesco – ne ha raccontate di tutti i colori. L'avvelenamento è cominciato più di vent'anni fa, ora la situazione è irrecuperabile – questo il tono delle sue frasi – ogni bonifica non serve ormai a niente, la gente muore, i tumori crescono ogni giorno, arriveremo a 5 milioni di cadaveri. Una guerra, un'ecatombe. E altre cifre dello scempio: a metà anni '90 servivano 26 mila miliardi di lire, figurarsi oggi quanti, e per di più adesso inutili. La camorra ha comprato tutti, ha fatto affari con tutti, ha pagato perchè i controllori non controllassero e divenissero complici. Ha fatto i nomi di politici di prima e seconda repubblica, parlato di servizi deviati (come nel caso di Carmine Mensorio, il dc gavianeo atteso dai pm per una verbalizzazione bomba e “tuffatosi” dal traghetto che dalla Grecia lo avrebbe riportato in Italia: caso archiviato in un baleno dalla procura di Ancona come “suicidio”). Ha descritto (scivolando in una parodia alla Totò e Peppino) la sua passione per la facoltà di medicina e la sua abitudine a esaminare i “suoi” picciotti a caccia di esame facile, indossando il camice bianco con la complicità di baroni e accademici dell'epoca (ha fatto addirittura nomi, cognomi e cattedre interessate).

    La cosa più incredibile è che Schiavone ha ora raccontato davanti a un microfono cose che aveva già cominciato a dire circa vent'anni fa. Agli inquirenti. E poi addirittura anche in commissione antimafia. In una verbalizzazione del 1996 in una caserma dei carabinieri del basso Lazio – riportata per ampi stralci dalla Voce circa un anno fa – Carmine Schiavone raccontava per filo e per segno zone di sversamento, quantitativi, indicava collusioni, complicità, faceva riferimento ad altri business, parlava di personaggi che solo dopo anni e anni balzeranno alla ribalta delle cronache giudiziarie (come l'avvocato pro Casalesi Cipriano Chianese), calcolava tangenti e mazzette, segnalava la somma globale che i clan potevano investire per i loro “soldati” e per comprare i silenzi. Parole al vento. Mentre gli sversamenti illeciti sono proseguiti a ritmo incessante. La stessa Voce, del resto, ha cominciato a descrivere i traffici di rifiuti super tossici fino dal fine degli anni '80, dettagliando – per fare solo due esempi – i ruoli di Gaetano Vassallo (un altro che ha cominciato a verbalizzare davanti agli inquirenti solo qualche anno fa) e dello stesso Chianese (in combutta con Licio Gelli, visti i frequenti viaggi della band, in compagnia di Francesco Bidognetti, alias Cicciotte 'e mezzanotte, in quel di villa Wanda, ad Arezzo). Fino ad un reportage del 2007, “Le nostre Seveso”, dedicato – tragiche cifre alla mano – alla morte annunciata (e parliamo di 6 anni fa) delle martoriate terre campane, che oggi va di moda chiamare “le terre dei fuochi”, e prima ancora “il triangolo della morte”.

    Poche mosche bianche a raccontare quelle scomode, incredibili, dolorosissime verità. Un oncologo che per i più raccontava favole, Antonio Marfella (proprio oggi in audizione al Senato per dettagliare i numeri della tragedia annunciata), un colonnello dell'esercito toscano in pensione, Giampiero Angeli, le Assise di palazzo Marigliano, costola dello storico Istituto per gli Studi Filosofici fondato dall'avvocato Gerardo Marotta. Per il resto, una coltre di silenzio: tutto ok, tutto in ordine, secondo l'Arpac, costituita allo scopo di accertare la salute del territorio, nel tempo diventato un feudo mastelliano di collusione & coperture; tutto ok secondo la Regione, sia sotto il regno di Antonio Bassolino che quello dell'attuale governatore, l'ex psi Stefano Caldoro (al cui attivo anche i crac sanità e trasporti). E pensare che il registro-tumori in Campania (cardine per una lotta concreta contro il cancro, previsto e attuato praticamente in tutte le regioni del Paese) ha visto la luce solo qualche mese fa… Forse perchè ci vuole un registro da 5 milioni di pagine. Nere.

    Andrea Cinquegrani


    #92360
    Siberian Khatru
    Siberian Khatru
    Partecipante

    distruggere la nostra casa è terribile questi capiscono solo i soldi speriamo in una rivoluzione di testa vogliono sfruttare, sfruttare, produrre produrre mamma mia in che mondo siamo capitati.


    « Con la modernità, in cui non smettiamo di accumulare, di aggiungere, di rilanciare, abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza.
    E per il fatto di non essere più capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, oggi siamo immersi nell’illusione inversa, quella, disincantata, della proliferazione degli schermi e delle immagini »
    Jean Baudrillard

    #92361
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    dobbiamo sopravvivere per portare il cambiamento per chi lo vorrà.


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

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