Università del Saper Fare: a scuola di autoproduzione

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Questo argomento contiene 2 risposte, ha 3 partecipanti, ed è stato aggiornato da farfalla5 farfalla5 6 anni, 10 mesi fa.

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  • #140610
    farfalla5
    farfalla5
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    C’era una volta un padre che sapeva riparare una presa elettrica pericolosa; una madre che faceva il pane in casa e lo conservava per tutta la settimana, uno zio che sapeva coltivare un piccolo orto. C’era, appunto. Perché oggi, una parte di quel sapere “popolare”, l’abbiamo dimenticato, accantonato, messo sotto lo zerbino. Lo consideriamo superfluo, superato, poco tecnologico. L’abbiamo dato in comodato d’uso a qualcun altro che della nostra dipendenza fa uno strumento di potere: in materia di prezzo, di scelta, di quantità, di modalità di produzione.

    L’Università del Saper Fare nasce a Torino nel 2008 nell’ambito del Movimento della Decrescita Felice che nel circolo sabaudo aveva creato una delle sue prime roccaforti. “Volevamo rimettere in circolazione tutti quei saperi in via di estinzione” dice Paola Cappellazzo, ideatrice del progetto. L’idea originaria prevedeva che a tenere i corsi fossero anziani, le figure che della comunità ne conservano la memoria storica. Non sempre però era facile trovare le persone giuste per il corso giusto. “Ci siamo affidati allora a chi sapevamo che per formazione poteva avere certe cognizioni ed essere capace di trasmetterle” continua Paola.

    Giuseppe Leoni per esempio partecipò al primo workshop sul tema “Piccoli interventi elettrici in Italia”: era un simpatizzante con buone capacità manuali e qualche nozione da scuola Radio Elettra. Tanto bastava per insegnare a coloro che al primo filo scoperto chiamano l’elettricista come fare a riparare la presa.

    Era la primavera del 2009. A Torino oggi si fanno circa 40 corsi l’anno: si impara a fare il pane, i formaggi, gli yogurt, i regali di natale e le creme idratanti, a montare i pannelli solari e a coltivare pomodori e melanzane sul balcone.

    Genova, Roma, Reggio Emilia, Como hanno seguito l’esempio e fanno altrettanto. Nella città emiliana ci si specializza in pasticceria naturale; in quella romana si fanno i dentifrici, si cuce e si rammenda sotto la guida di sarte e si impara a fare la maglia; a Genova si insegna a costruire un forno in terra cruda. E molto altro.

    Chi partecipa? “Ci affidiamo a una mailing list di circa 1000 persone e non abbiamo mai avuto problemi a riempire i corsi. Al contrario, a volte, siamo costretti a limitare i posti per colpa degli spazi o di attrezzatura” racconta Fabio Campia, del Circolo di Torino. Nel 2011 ha promosso un questionario on line per sapere quali fossero i corsi più “gettonati”: pane , formaggio, detersivi e orto sono stati i temi più richiesti. Dalla rivalorizzazione dei bisogni primari si inizia a costruire un nuovo stile di vita.

    Affidarsi ai ricettari o alle guide in libreria porterebbe probabilmente a risultati simili. D’altro canto, restare in casa, cercando di mettere insieme i pezzi di una manualità dispersa e abituata solo a digitare su una tastiera, a volte è fin disincentivante. All’Università del Saper Fare ci si va anche per “vivere il sapere” insieme. Ci sono uomini e donne di tutte le età. Più raro il sessantenne che certe cose deve solo andare a trovarle, togliendo un po’ di polvere. Sicuramente più frequente è il giovane universitario con le tasche svuotate dalla spesa al supermercato. Oppure il recidivo che ritorna con la scusa del “mi serve un’altra lezione per farlo bene”.

    A ben vedere, l’’Università del Saper Fare ha uno di quei nomi che aprono varchi culturali e pongono interrogativi tali che viene subito da chiedersi: ma ora serve un’università per imparare a fare? Se siamo giunti a circondarci di migliaia di oggetti che compiono azioni al posto nostro, succursali del nostro sapere e prolungamenti virtuali della nostra volontà, evidentemente si.

    Ed è forse per questo che si moltiplicano i corsi di autoproduzione dentro e fuori le università, si diffondono consigli su come fare per, come riparare con, come costruire usando solo. Quel sapere era ed è parte della nostra identità.

    Pamela Pelatelli

    Leggi tutti gli articoli sulla Decrescita
    http://www.greenme.it/approfondire/buone-pratiche-a-case-history/6783-universita-del-saper-fare-a-scuola-di-autoproduzione

    http://www.unisf.it/
    Corsi UNISF si svolgono a:
    Como
    Genova
    Reggio Emilia
    Roma
    Torino


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

    #140611
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    Intervista a Daniele Pierucci, autore di “Zeroellode – Quella cosa che chiamano università (atenei a perdere)” Phasar Edizioni, 2013
    R: Senza riferimenti particolari, trovo intollerabile l’imperialismo e il colonialismo di certi/e professori/esse e di certi presidenti di corso, trovo intollerabile che certa gente si ritenga così in alto da permettersi di non rispondere, trovo intollerabile che nell’università sia tutto imposto e non esista niente di concordato, trovo intollerabile che nell’università non esista la transizione da teoria a pratica (vedi certi ridicoli tirocini), trovo intollerabile che alcune regole siano create ad hoc e che altre vengano liberamente reinterpretate in base alla convenienza del momento. Trovo inaccettabile che certi/e professori/esse e certi presidenti di corso abbiano il culto della propria personalità, che lo vogliano imporre agli altri, che si considerino persone fatte verbo e che credano di essere il secondo avvento, trovo inaccettabile che salgano in cattedra per pontificare e per impartire il loro dogma, trovo inaccettabile un sistema manageriale tetragono alle opinioni altrui, trovo inaccettabili le frasi falsissime di certi presidi/rettori che dicono, addirittura in televisione, la prima cosa è l’attenzione allo studente, trovo inaccettabile che tráttino l’università come il loro piccolo feudo e che lì dentro valga la legge dell’usucapione. Trovo oscena la guerriglia mirata sull’individuo (vedi Cap. 4). Trovo inammissibile che gli studenti stiano zitti e si sacrifichino per gli ideali di altri. Trovo scandaloso che non esista vigilanza di alcun tipo su niente, in particolare sulla condotta di questi individui. Sono queste mentalità che rendono gli atenei del tutto inadeguati a formare le nuove classi lavoratrici…

    segnalatoci da Leonardo
    http://rinabrundu.com/2013/07/27/intervista-a-daniele-pierucci-autore-di-zeroellode-quella-cosa-che-chiamano-universita-atenei-a-perdere-phasar-edizioni-2013/


    #140612
    prixi
    prixi
    Amministratore del forum

    [color=#66cc33][size=18]Come coltivare l'aglio in balcone in 6 mosse[/color]

    Coltivare l'aglio. Le sue proprietà antisettiche erano già note nell'antichità. Nel medioevo, infatti, i medici erano soliti utilizzare delle mascherine protettive imbevute di succo d'aglio per proteggersi dalle infezioni ed ancora oggi l'Allium sativum viene largamente utilizzato in cucina per via delle sue proprietà curative. Oltre ad essere un toccasana contro l'ipertensione, i parassiti, l'influenza, il raffreddore ed essere un ottimo antiossidante e antitumorale l'aglio è anche una pianta da coltivare facilmente nel nostro terrazzo o nel giardino di casa.

    L'intero processo che va dalla semina alla raccolta è estremamente semplice e alla portata di tutti. L'importante è scegliere il tipo di aglio più adatto al nostro clima, piantarlo nel periodo giusto e conservarlo al meglio.
    Ma vediamo come avviare la nostra coltivazione d'aglio in sei semplici mosse.

    1. Scegliere il tipo di aglio da coltivare

    L'aglio maggiormente coltivato nell'Europa meridionale è sicuramente l'Allium sativum una pianta perenne a radice bulbosa, ampiamente utilizzata nella cucina mediterranea per insaporire i cibi. In Italia crescono spontanee circa una trentina di specie tra cui l'Allium vineale, l'Allium ursinum, l'Allium fragrans, l'Allium oreaceum; nel mondo se ne conoscono più di trecento specie con piante che vanno da poco più di una quindicina di centimetri sino al metro di altezza.
    Tra le specie italiane più conosciute ci sono l'aglio di Caraglio, l'aglio bianco piacentino, l'aglio rosso di Sulmona, l'aglio bianco di Vessalico, l'aglio rosso di Nubia.

    2. Piantare i bulbilli

    Una volta scelto il tipo di aglio bisognerà selezionare i bulbilli, comunemente ed impropriamente chiamati spicchi, che andranno messi a dimora. Potete acquistarli da fornitori specializzati o su internet ma è possibile ottenerne di ottimi anche dall'aglio che compriamo per cucinare; assicuriamoci soltanto che sia 100% biologico così da non contenere sostanze che ne impediscano la germinazione.
    Questi andranno interrati a circa 3 cm di profondità avendo l'accortezza di non capovolgerli, lasciando quindi l'apice rivolto verso l'alto. I bulbilli andranno posti in file parallele distanti 25-40 cm tra loro e ad una distanza di 10-15 cm uno dall'altro.
    Il periodo migliore per piantarli va da novembre a marzo; in questo modo potremo disporre di aglio fresco in primavera nelle zone con clima temperato per i bulbilli piantati a novembre, mentre per quelli piantati a marzo in zone con clima più rigido avremo ottimo aglio da conservare.
    La germinazione dei bulbilli avviene grazie alla riserva di nutrienti contenuta negli stessi, quindi più questi saranno grandi più rapida sarà la loro germinazione. Vi consigliamo quindi di scegliere i più grandi per avviare la vostra coltivazione. Inoltre, ad incentivare il processo di germinazione concorre anche la temperatura: quella ottimale è intorno ai 15-20°C.
    L'Allium sativum preferisce una posizione soleggiata e un terreno ben drenato: i bulbi, infatti, temono i ristagni d'acqua che, oltre ad impedirne il completo sviluppo, possono favorire la formazione di muffe e farli marcire.
    L'Allium ursinum invece predilige una posizione di mezz'ombra ed un terreno più ricco di torba e ben umido.

    3. Tagliare gli steli fiorali

    Generalmente si evita che l'aglio destinato ad un uso domestico vada in fiore, in quanto questo processo richiede un certo dispendio di energia e di nutrienti da parte della pianta, che vengono sottratti ai bulbilli. Quindi è consigliabile tagliare gli steli fiorali non appena in bocciolo.
    Per altri tipi di aglio invece va detto che la fioritura è decisamente interessante ed ornamentale e la loro coltivazione produce delle bellissime inflorescenze dalla forma ad ombrello.

    4. Raccogliere l'aglio

    La raccolta dell'aglio è determinata oltre che dalla specie coltivata anche dalla temperatura ma in linea di massima possiamo dire che va effettuata quando le foglie sono quasi completamente secche. La pianta va estirpata e lasciata essiccare all'aperto per circa una settimana. Passato questo tempo è possibile prelevare i bulbi e ripulirli dalle tuniche esterne, dalle radici e dal fogliame. I bulbi possono essere riuniti tra loro intrecciando le foglie e creando così le caratteristiche trecce che tante volte abbiamo visto nei mercati.
    Se nel periodo di raccolta le temperature sono o troppo basse o troppo alte rispetto alla media i bulbi potrebbero apparire di colore leggermente ambrati, ingialliti e essere umidi al tatto.

    5. Pulire l'aglio

    Lasciate essiccare le piante appena estirpate all'aperto, in un luogo ben soleggiato. Quando le tuniche esterne saranno ben essiccate, dall'aspetto cartaceo, potrete spazzolare le piante, rimuovere le foglie e tagliare le radici.

    6. Conservare l'aglio

    Il processo di conservazione dell'aglio è l'ultimo, ma non meno importante, passaggio della nostra coltivazione. Le condizioni ideali per una conservazione ottimale richiedono una temperatura compresa tra 16 e i 22 gradi con un livello moderato di umidità ed una buona circolazione d'aria, con una buona fonte luminosa ma sono da evitare i raggi diretti del sole.
    Sconsigliamo di conservare i bulbi in buste di plastica in quanto queste impediscono un buon ricambio d'aria e fanno aumentare l'umidità che porta l'aglio a marcire velocemente. Anche il frigorifero non è un buon posto in quanto le basse temperature accelerano il processo di germinazione.
    Se conservati alle giuste condizioni i bulbi possono durare anche per 6-7 mesi.
    Oltre che per insaporire i cibi, il vostro aglio, se conservato in un piccolo sacchetto da portare appeso al collo, sarà anche un ottimo deterrente contro i vampiri.
    Buona crescita a tutti!

    http://www.greenme.it/abitare/orto-e-giardino/3961-come-coltivare-aglio


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

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