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Questo argomento contiene 69 risposte, ha 15 partecipanti, ed è stato aggiornato da farfalla5 farfalla5 4 anni, 10 mesi fa.

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  • #51952
    brig.zero
    brig.zero
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    #51953
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    Mi chiedi la mia opinione sul potere. E certo intendi il potere apparente dell'uomo sull'uomo, quello che muove la ruota terrestre.
    Comma primo: il potere esige, vuole determinatamente farsi odiare dal suddito, dall'impotente sottomesso.
    Secondo comma: il potere proibisce l'odio stesso che esige. Vuole contemporaneamente farsi odiare, nell'intimo del suddito al quale ha strappato un irrisorio consenso, e farsi ammirare ed amare all'esterno, nelle manifestazioni rituali. Gli chiede quindi tutto: amore, odio; reverenza, paura, silenzio, imprecazione, giuramento; obbligazione, ipocrisia; rispetto, distanza, dispetto; e così via.
    http://ebooks.gutenberg.us/wordtheque/it/AAAASR.TXT
    Il potere attira a sé tutto il sottomesso e lo colloca all'opposto di sé, nell'impotenza garantita da leggi e regolamenti che il potere emana contro i sudditi. Il suddito deve essere totalmente tale, non uomo, non umano, ma insetto, unità funzionale, sensore di un'anima-gruppo che
    produce, raccoglie e mette a memoria (del potere) le esperienze e le fatiche di tutti i sudditi, di generazione in generazione. E questa anima-gruppo, nella quale tutto confluisce e si trasforma irriconoscibilmente, è l'organizzazione, lo stato.
    Per ottenere la plenitudine della potenza, il potere garantisce di essere tramite tra i sudditi e il Potere, la Divinità, l'Oltre, un oltreprima invisibile per il suddito ma garantito dalla Storia, dai Sacri Libri, dalla Tradizione, dalla paura. Solo il potere conosce, eredita e può gestire il Potere. In tal modo, il potere è la sola religione. La sola religione è il potere.
    Nella immobilità di questo statuto, che fonda il potere sovrano e la sudditanza totale, sono diverse ma coincidenti le dichiarazioni con le quali il potere si fa erede e garante del Potere: il suo preambolo d'investitura può riferirsi alla Tradizione o alla Rivoluzione, a Dio o al Popolo, allo Spirito o al Sangue, a un Santo o ad un Vendicatore assunti o al cielo dei Martiri o a quello degli Eroi. Le differenze sono puramente formali e vogliono apparire evidenti nei rituali di investitura e di celebrazione – che è una autocelebrazione del potere – allo scopo, non dichiarato per quanto è implicito, di separare i sudditi di un potere dai sudditi degli altri poteri e di proibire ad essi la consapevolezza che la sottomissione e l'impotenza sono totali, che il potere ha questa sola religione, comunque travestita, e tutta la geografia è del potere.
    In quanto religione, cioè in quanto potere tendenzialmente assoluto, il potere non promana dai sudditi, anche se ad essi chiede periodicamente una ratifica formale, ma proviene dall'alto, che è il potere stesso in precedenti codificazioni, discende dall'oltre, divino per assioma o divinizzato per abitudine indotta e obbligata.
    Ai sudditi non spetta, quindi, che un comportamento religioso, cioè ubbidienza, paura, ossequio, sacrificio, silenzio su ogni argomento e progetto che sia dichiarato lesivo
    od offensivo del potere. La sua maestà è sacra. La sua storia è, per definizione culturale, la sola storia dei sudditi.
    A compenso e tacitazione di questa espropriazione tendenzialmente assoluta delle singolarità, il potere ammette ma riservandosene la punizione esemplare – la bestemmia, la ribellione segreta, la rabbia momentanea, la fuga od evaporazione psichica all'interno ingovernabile del suddito. Il misticismo e la demenza sono i due modi apparentemente estremi della stessa evasione dall'invivibile storico, ossia dal potere totalmente subito.
    Appartiene al potere, in certi casi, provocare sia il misticismo che la demenza e garantire l'emarginazione degli evasi immaginari ora in conventi e ora in istituzioni psichiatriche, ora in ghetti e ora in carcere.
    Le evasioni reali sono immediatamente perseguite. In quanto il potere è religiosamente totale, non ammette scampo.
    Il suddito può odiarlo in segreto – il potere glielo proibisce per concederglielo meglio. Ma all'esterno, nel rituale pubblico, deve soltanto ubbidire – il potere glielo obbliga per dargli quella sola libertà impotente, l'odio.
    Nessuna legge o consuetudine permette l'odio manifesto al potere, e nessuna legge o consuetudine lo perdona appena si manifesti. L'odio non è mai neppure nominato come possibile, come non è mai neppure nominata l'ubbidienza come comportamento obbligato. Ma nessuna legge perdona la disubbidienza manifestata, a reprimere la quale ogni legge del potere è dedicata. La legge è dunque pura e totale emanazione del potere da ubbidire e della sudditanza come pura e totale ubbidienza, da prima della nascita a dopo la morte. Infatti la nascita e la morte, in quanto atti religiosi, cioè accadenti all'interno del potere, che significano l'iscrizione o la cancellazione di un suddito, sono possessi del potere stesso. In tal modo esso espropria dell'origine e della fine, e abbiamo visto dell'intera esistenza, i suoi sudditi naturali.
    La volontà del potere sostituisce, con un atto ufficiale, la non volontarietà sia del nascere che del morire in quel tempo e in quello spazio. Il tempo e lo spazio sono possessi del potere divisi con altri poteri confinanti nel tempo e nello spazio. I sudditi non hanno altro spazio e altro tempo che quelli notarizzati e garantiti dal potere. Anche i morti sono suoi sudditi. E i nascituri, immediatamente trasferiti nei suoi registri e nei suoi dati statistici, ricevono una garanzia di esistenza in quanto sudditi incancellabili del potere.
    Tutto quanto ti ho detto è impossibile ad intendersi, prima ancora che ad accettarsi, essendo la verità stessa del potere, cioè quello che innanzitutto il potere proibisce di sapere. Per il potere, infatti, tutto il sapere è interno al potere e da lui derivato. È proibito sapere che cos'è il potere. Ed è tanto proibito che il potere stesso non lo sa, se lo proibisce. In tal modo il potere ha anche una buona coscienza. Perciò la cattiva coscienza resta tutta ai sudditi che essi possono tenere per sé in silenzio e senza redenzione.
    Non si è mai sufficientemente attenti all'orrore del potere, al karma del ruolo emergente. Chi si inchina ad adorare un potente adora, in realtà, se stesso, l'immagine di una potenza agognata, invidiata e impossibile. Appena ti lasci adorare, sei un potente; appena ti compiaci dell'adorazione, sei un potente che ammette il suddito e in quel momento lo crea, incatenato a quel ruolo. La stessa catena ti lega e ti inganna, senza scampo.
    La verità interiore dice: niente è adorabile se non ciò che non si può adorare; niente è alto se non ciò che ti innalza; tutta la potenza è in un filo d'erba, e si fa calpestare; tutto il potere del mondo è una tua immagine agognata, invidiata e impossibile: in realtà, il potere è magia, ma il vero mago ha potere solo su se stesso ed è suddito solo di se stesso.
    Attenzione, caro.


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    #51954
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    [color=#0033ff]L'UOMO ZERO[/color]

    Prima meditazione

    Davanti ad ognuno si apre una porta.
    Quando l'uomo è totalmente sincero con se stesso, quando si vede nella realtà di ciò che è, e non di ciò che vuole sembrare, quando fa questo egli esce dal divenire.
    La porta è sempre aperta.
    Quando l'uomo vive la sua vita nella consapevolezza di ciò che è, senza fingersi diverso, senza voler apparire agli occhi degli altri, e ai suoi stessi occhi, diverso da quello che è in realtà, allora egli è nell'essere, ha abbandonato il mondo del divenire.
    Usciamo dal divenire. La porta è aperta.
    Quando l'uomo è impegnato in una vita che non è la sua vita reale, del suo intimo, egli sta seguendo una commedia che si è costruita su misura. E se è impegnato in questa commedia, che tante volte diventa una farsa, il suo essere non scorre liberamente. Inganna e si inganna. Soffre e fa soffrire.
    Ma la porta è aperta. È sempre aperta.
    Che il nostro sia essere e non apparire, essere e non divenire: allora sarà la serenità, l'equilibrio e la salute. La verità fondamentale è questa: “l'io non esiste”. Davanti a ciascuno si apre una porta, la sua porta. E in alto sta scritto: “l'io non esiste”.
    Cominciamo a distinguere l'illusione dalla realtà.
    Non esiste un corpo fisico secondo come spontaneamente ci appare.
    Non è un corpo fisico che attraverserà quella porta.
    Se l'uomo non si convince che la sensazione di avere un corpo fisico è un gioco della percezione, un'illusione dei sensi; se non è tanto padrone di questo concetto da poterlo in ogni momento aver chiaro in mente, e poterlo ritrovare nelle varie occasioni della vita, è inutile seguire le posizioni e gli atteggiamenti di cui ora dirò.
    Ma se comprendi che cosa vuol dire “l'io non esiste”, e se accetti le indicazioni su chi veramente sei, su chi veramente siamo, allora questa meditazione può essere utile e interessante.
    Occorre per prima cosa che tu sia consapevole di te stesso, che ti conosca, che tu riesca a capire quanto egoismo è in te.
    Non allarmarti: l'egoismo non è niente di errato e peccaminoso. È soltanto il contrario di altruismo.
    Occorre che ognuno ricerchi sinceramente la verità di se stesso. Non avere paura di te, di apparire a te stesso quale veramente sei.
    Sii sincero con te stesso, e la porta si apre.
    A questo punto è importante raccogliersi, meditare.
    Per agevolare la meditazione trova la posizione più comoda che ti consenta di rilassarti. Abbandona il tuo corpo fisico. Ed ecco la meditazione.
    Guardiamolo, questo corpo fisico. Che cos'è? Questo tuo corpo fisico che vedi e percepisci come un'entità materiale, a livello di materia atomica somiglia a un firmamento, a un universo astronomico in cui grandissimo è lo spazio occupato da materie estremamente rarefatte rispetto allo spazio occupato da materie solide.
    Se continui la meditazione secondo la verità che non è mai stata detta, giungi a considerare che questo tuo corpo fisico non esiste come un ente a sé, che nasce vive evolve e muore, ma è frazionato in una miriade di fotogrammi, di immagini, di situazioni che lo rappresentano dalla nascita alla morte.
    I fotogrammi, le situazioni dove è raffigurato il tuo corpo, sono immobili e complete in sé come i fotogrammi, appunto, di un film. La mente aziona il motore della percezione e il film si svolge, si anima: siccome in tutti quei fotogrammi è raffigurato il tuo corpo, il tuo corpo sembra in movimento nella direzione obbligata dalla legge dell'apparenza: da un prima a un poi, dalla causa all'effetto, dal semplice al complesso e così via.
    L'apparenza è perfetta, come deve essere. L'uomo deve uscire dall'illusione dopo avere vissuto, provato e sofferto fino in fondo il miraggio dell'io e del tempo, dell'io nel tempo. Gli orientali chiamano maya questo apparire e non essere di tutte le cose.
    Ora puoi dire a te stesso: io non sono identificabile con
    il mio corpo. Il mio corpo fisico non è un ente a sé stante. Che cos'è il mio corpo?
    Ora puoi rispondere: il mio corpo è qualcosa che mi fa percepire delle sensazioni, che mi pone in contatto con il piano fisico.
    Ora puoi adoperare l'immaginazione e dire: io potrei pensare di fuoriuscire da questo mio corpo, che non è per niente identificabile con me stesso, come si esce da un vestito. Questa è una immagine cara agli orientali.
    Ora puoi sapere e dire: ciò che io percepisco come freddo o caldo non è che una situazione riguardante il piano fisico, relativa ad uno spazio circostante il mio corpo fisico. Ma se io esco fuori da questo vestito, immediatamente il freddo e il caldo cesseranno. Infatti, avrò interrotto il collegamento fra il centro di sentire che io sono e l'ambiente nel quale esiste qualcosa che denuncio come caldo o freddo.
    Ora puoi aggiungere: la stessa cosa vale per il dolore che mi assilla. In realtà, io ho una parte del mio corpo che è sofferente, ma non sono io che soffro. Percepisco questa sensazione di sofferenza perché sono unito al mio corpo. Ma se esco dal mio corpo, il dolore non è da me più percepito.
    Ora puoi concludere: io sono un piccolo cosmo che ha in sé ogni risorsa, ogni potere. Agenti esterni attaccano il mio corpo dall'ambiente nel quale è immerso, ma attraverso un naturale meccanismo di comunicazione la mia mente comanda al mio corpo di aggredire e di annientare questi agenti esterni, e il mio corpo si mantiene in salute.
    Dunque, in questo piccolo cosmo che io sono, esistono infinite possibilità. Inconsciamente la mia mente comanda al corpo di respingere l'attacco di certi agenti esterni, che potrebbero danneggiarlo, e io neppure mi accorgo di essere stato attaccato. Ma se unisco la mia volontà e la mia mente cosciente all'azione della mente inconscia, io posso risvegliare nel mio corpo quelle difese naturali e latenti che
    combattono gli attacchi provenienti dall'esterno. Perché non sono io che soffro: è il mio corpo che soffre, e io posso aiutarlo efficacemente.
    La meditazione è questa: disgiungere, distinguere, nell'identificazione di se stessi, se stessi dal proprio corpo fisico.
    Tale separazione può essere ottenuta non solo durante questa meditazione, ma anche nella vita di ogni giorno.
    Quando sei riuscito in questa separazione e ti è diventata spontanea, mentre sei in mezzo alla gente dirai improvvisamente: ecco, il mio corpo viene trasportato da qui a là, ed io lo seguo. Ma io sono indipendente da lui. Potrei, se lo volessi, astrarmi e rientrare nel mio corpo quando fossi giunto a destinazione. Io posso farlo.
    Ognuno può dire: io non sono vecchio. È il mio corpo che è rappresentato vecchio, ed io subisco tutti quelli che sono definiti gli acciacchi della vecchiaia perché sono legato alle rappresentazioni di un corpo vecchio e pieno di acciacchi. Ma io posso reagire a questa situazione contingente, come a tutte le altre: posso, se lo voglio, astrarmi da questi acciacchi, da questo dolore.
    E così via.
    Prova a diventare padrone di questo concetto: il corpo fisico non esiste.
    A quale scopo?, dirai. Perché è una meditazione, un atteggiamento della mente che, completato da altre meditazioni, agevola il fluire in te del sentire, cioè del tuo vero te stesso. E tutto poggerà su una vita di essere, su una esistenza reale, non più legata al mondo illusorio del divenire, alla percezione illusoria del mondo.
    Davanti ad ognuno si apre una porta. La porta è sempre aperta.
    Si conclude la prima meditazione: La porta.

    Seconda meditazione

    La porta è sempre aperta.
    Disponiti in una posizione comoda. Concentra la tua attenzione a queste parole.
    Qualcuno presente tra noi dirige i nostri pensieri e li solleva. Noi siamo al centro di una catena psichica, immersi in una forma che scende dagli alti piani spirituali per avvolgere e riequilibrare.
    Ora sei rilassato. Deponi il tuo fardello, il tuo carico di sofferenza e trai un sospiro di sollievo.
    La porta è aperta.
    Continuiamo a distinguere l'illusione dalla realtà.
    Se questa meditazione deve trarre l'uomo fuori dalle cristallizzazioni, da certi suoi modi di vedere e di vivere che sembrano far parte della sua carne, della sua natura, se questa meditazione deve smuoverlo e trascinarlo, allora deve scuoterlo, scandalizzarlo. Per farlo vibrare, reagire e vivere, finalmente.
    La verità fondamentale è questa: l'io non esiste.
    Io non esiste: questo è lo scandalo.
    Davanti ad ognuno si apre una porta, la sua porta. In alto sta scritto: l'io non esiste.
    L'uomo non è affatto identificabile con il suo corpo fisico: ecco lo scandalo. Ma l'uomo non è identificabile nemmeno con le sue sensazioni, emozioni, reazioni, passioni.
    Sensazioni, emozioni, desideri non rappresentano la realtà del tuo essere. Sono attributi, strumenti, stati d'animo provvisori e mutevoli. Ma non sono te stesso.
    Allora, devi ancora meditare e, in posizione rilassata, dire a te stesso: “Io non sono il mio corpo fisico, tanto che potrei uscirne e rimanere lo stesso e continuare ad avere una vita autonoma”.
    Ora puoi dire: “In questo momento, in cui sto tranquillamente meditando, provo una sensazione di calma, di abbandono, di benessere”. Ma io non sono nemmeno queste
    sensazioni. Queste sensazioni sono avvertite da me perché il corpo delle emozioni, che è il mio secondo corpo, me le rivela ed impone. Ma io potrei vivere ed esistere anche al di là di questo mio corpo delle emozioni e delle sensazioni.
    Chiamiamo questo secondo involucro 'corpo astrale'.
    Ecco le parole necessarie per questa meditazione. E sentirai il tentacolo dell'io che, piano piano, si ritrae dal piano fisico e passa al piano astrale, immediatamente più interiore.
    L'io è un tentacolo.
    Ora puoi dire a te stesso: “Io non sono il mio corpo fisico. Io non sono neppure il mio corpo astrale”.
    Ed ecco che il tentacolo si ritrae, si ritira.
    Ora ti chiedi: “Che cosa rimane, di me, se non sono mie le sensazioni, le emozioni, i desideri che mi animano?, e se esse sono soltanto attributi, strumenti, stati d'animo provvisori e mutevoli, ma non sono me stesso?”.
    Lo scandalo vuole che tu dica, spaventato: “Che cosa è veramente mio, se non sono miei né il corpo fisico, nel quale mi identificavo, né il corpo astrale, col quale mi esaltavo?”.
    E ancora il tentacolo si ritrae, si ritira.
    Una voce ti dice, mentre sei così sbigottito, spogliato dei tuoi corpi: “Resta di te, ed è tua, la cosa più importante, quella che nobilita l'uomo, che lo pone al di sopra di tutto il creato: resta la mente, l'intelligenza, il pensiero”.
    Questa voce era dentro di te. Dice: “L'uomo si identifica con il suo pensiero. Tu sei il tuo pensiero”.
    Ti chiedo: “Ne sei sicuro?”.
    Continuiamo la nostra meditazione.
    Sulla porta sta scritto: l'io non esiste. Io non esiste, in realtà. Eppure ognuno sente di essere un io. Ogni uomo dice: io sono. Io faccio. Io voglio. Io penso. “Quindi l'io esiste”, conclude l'uomo.
    L'io esiste, certamente: esiste fino a quando esiste l'illusione. Perché l'io è un'illusione.
    Tu puoi dire: “Eppure è tanto presente da costituire
    l'anima fondamentale di tante esistenze; eppure è la sola certezza di tante creature”.
    Ma fino a che punto esiste?
    L'io nasce dal senso di separatività. È un prodotto della mente. La mente si sente separata: la mente pensa, tutto il resto è pensato. E tutto ciò che è pensato dalla mente, è separato da chi pensa. La mente è io, tutto il resto non è io, è non io. E questo io è la misura, il tiranno e il giudice del non io.
    Questo io dice: “Mi piace, non mi piace; questo è bene, quello è male; questo è mio, quello sarà mio a ogni costo”. Si rivolge all'interlocutore, che sembra il diverso e il separato da lui, avviando rapporti di scambio a suo vantaggio, almeno sperato, tessendo reti diplomatiche per ingannarlo quando lo ritenga più forte. Anche la preghiera dell'io al suo dio è un'ambasceria diplomatica e una richiesta di scambio. Questa è l'azione della mente.
    Il fantasma dell'io ha sede unicamente nella mente dell'uomo. È lì e soltanto lì, nella mente, che si riassume ed agisce tutta la falsa percezione dell'io.
    L'io è il fantasma della separatività.
    Ora hai pensato questo: “Il fantasma della mente”. La mente, dunque, può pensare se stessa come fantasma; tu puoi pensare alla tua mente come ad un fantasma. Ma allora, chi è in te che pensa, e può pensare e giudicare la mente?
    Sospendiamo ogni giudizio e ascoltiamo la voce.
    La voce dice: “Voi che riassumete nella mente tutta la vostra vita di percezione, voi siete abituati a pensare in termini egoistici. Il pensiero è frutto dell'io, intendendo l'avidità, l'egoismo nelle più varie forme”.
    Chiediamoci: “Come nasce nell'uomo la facoltà di pensare?”.
    Questa è la nuova meditazione.
    La facoltà di pensare, attraverso i regni naturali e fino alle prime incarnazioni da uomo, si sviluppa unicamente attraverso l'egoismo. L'io, l'egoismo, nasce dal sentirsi circoscritti e limitati da tutto quanto è attorno all'individuo.
    Ora chiediamoci: “Come può un pensiero egoistico sperimentare ciò che non è egoistico? Come può ciò che è frutto del tempo sperimentare ciò che è senza tempo?”.
    C'è una sola risposta possibile: “Il pensiero può trascendere se stesso solo abbandonando questo modo di essere. Solo trascendendo il pensiero egoistico è possibile sperimentare la realtà e non più l'illusione.
    L'illusione è che ognuno sia separato da tutto.
    Ecco: e ancora il tentacolo si ritrae, si ritira.
    Vi sono momenti – tu lo sai – in cui tutto in te è calma. Sono i momenti che seguono le grandi tempeste interiori. È allora che l'individuo può sentire non più in termini egoistici e il sentire fluisce liberamente. Oltre il corpo fisico, oltre l'emozione e il sentimento, oltre la mente e i suoi pensieri, oltre l'io ed i suoi inganni, qualcosa fluisce liberamente.
    In quegli attimi intensi, dopo le tempeste interiori, gli altri uomini, le altre creature esistono talmente che l'uomo si sente fondere, confondere in essi, fino quasi a scomparire in una totalità indistinta e pacificata.
    Ecco: in quegli attimi l'io è trasceso. In quegli attimi altruistici, quando ogni giudizio è sospeso e ogni separazione è trascesa, l'amore fluisce liberamente e indistintamente. In quegli attimi l'individuo è oltre il divenire, nell'essere, e l'io non esiste.
    Ora puoi dire: quegli attimi, purtroppo, sono brevi e rari. Poi l'io torna ad imporre la sua legge.
    Ma tu ora sai che l'io non esiste veramente. Esiste solo come illusione del corpo, del desiderio e della mente. Ora tu sai che l'io è illusione e non ti identifichi più totalmente con la tua illusione.
    Ecco che, immediatamente, tu pensi a quel sentire, a quell'amore, a quello slancio altruistico come a una cosa sublime, e dici a te stesso: oh se riuscissi a realizzare stabilmente in me quel sentire altruistico. Allora sì che sarei divenuto un individuo evoluto!
    Ancora una volta ti inganni. Tutte le volte che cerchi di essere diverso da quello che sei, non fai che porre in atto un divenire, non fai che comportarti nello stesso modo egoistico che ti ha portato fino a qui, nell'illusione e nel dolore. Perché tu sai che il dolore nasce dall'illusione dell'io.
    Questo modo egoistico di pensare, di desiderare e di agire è stato molto utile, fino ad ora: ma da questo punto deve essere trasceso.
    Ecco lo scandalo: tu devi trascendere te stesso.
    Se capisci questo – e ora lo capisci – tu puoi questo. Tu puoi trascendere te stesso.
    Ora chiedi: “Come posso fare?”.
    La voce ti risponde: “Qualunque sistema è buono per divenire. Nessun sistema esiste per essere. E tu devi essere”.
    Questa è la nuova meditazione.
    Per compiere questo passo, che ti attende, che prima o poi compirai, oltre te stesso, non serve che violenti te stesso nel senso di rinnegare chi attualmente sei, che cosa desideri e pensi.
    Ricorda sempre: l'uomo è ciò che è. Ogni sforzo per cambiare se stesso significa voler portare, in un mondo dove non esiste più l'egoismo, l'egoismo stesso. Significa voler sperimentare un mondo senza tempo con i sistemi e gli strumenti fin qui adoperati per sperimentare il mondo del tempo e dell'illusione.
    Ecco che torna, con cadenza ossessiva, la domanda: come fare?
    La voce dice: “Ogni attimo della vostra esistenza interiore ed esteriore deve essere attentamente analizzato. Nessun moto interiore deve restarvi sconosciuto. Nessun pensiero, nessuna azione deve essere fatta istintivamente. E anche le azioni compiute senza prima una riflessione debbono essere poi oggetto di attenta meditazione”.
    In questa analisi senza fine non avrete mai la certezza di ciò che vi ha spinto e vi spinge ad agire; non saprete mai se una azione è mossa e dettata dall'altruismo, dal puro sentire, oppure non è che un moto altruistico mascherato; non saprete mai se quel sentimento di benessere e di pienezza, che in rari momenti è dentro di voi, indica il fluire della coscienza altruistica oppure è un momento in cui l'io gode della sua espansione e celebra una delle sue vittorie.
    Ma questo non ha nessuna importanza. Non dovete mai dire: ecco, io sono certo di avere raggiunto uno stato più alto, un sentire altruistico. Ciò costituirebbe un divenire.
    Voi dovete unicamente e semplicemente tenere una vigile, costante consapevolezza di voi stessi, fare un costante e vigile esame del vostro pensiero. Cercando per quanto è possibile, e con la massima sincerità, di comprendere i motivi per i quali quel pensiero sussiste, senza preoccuparvi se tali motivi possono apparirvi egoistici.
    Perché l'egoismo fino a questo punto dell'evoluzione è stata la spinta che vi ha fatto progredire, che ha sviluppato le vostre facoltà, i vostri corpi, la vostra vita interiore. E da ora in avanti, quando in voi comincia a rivelarsi la possibilità di un sentire che fluisca liberamente, è da ora che l'egoismo non ha più ragione di esistere, e potete liberarvene.
    Non preoccupatevi se in questa costante analisi di voi stessi non riuscite a capire qual è il vero movente che vi spinge ad agire e a pensare, ma cercate di essere consapevoli di quello che è in voi. Voi siete quello che 'ora' è in voi.
    Ora lo sapete: il pensiero, che siete voi, o il pensatore, che siete voi, può sperimentare la realtà solo se trascende se stesso, cioè trascende ogni moto egoistico, cioè trascende l'io. E questo trascendere si realizza ora, o forse tra cento o mille anni, ma si realizza soltanto e sempre nella costante, vigile, attenta consapevolezza di voi stessi.
    Ma chi siete voi stessi? Chi veramente sei tu che ascolti?
    Ora lo puoi sapere.
    La voce non te lo può dire. La voce può solo indicare.
    La porta è aperta, è sempre aperta.
    Davanti ad ognuno si apre una porta, la sua porta. In alto sta scritto: l'io non esiste. Questa è la verità fondamentale. E questo è lo scandalo.
    Si conclude la seconda meditazione: Lo scandalo.

    Terza meditazione

    Davanti a te si apre una porta, la tua porta.
    Disponiti in una posizione comoda.
    Se accetterai le indicazioni su chi veramente siamo, su chi veramente sei, allora questa meditazione può essere utile e interessante.
    Questa è la prima volta che ascolti qualcuno parlare. Questa è la prima volta che qualcuno parla a te.
    Questa è la tua occasione. Sei in una posizione comoda, rilassata. Abbandoni il tuo corpo fisico.
    Ripeti mentalmente queste parole: “Tu sei qui ora”.
    Analizziamo, una alla volta, queste brevi parole: tu sei qui ora.
    Tu.
    Tu pensi a te stesso e la memoria costruisce, come per incanto, una lunga scheda di dati e connotati di riconoscimento. Tu sei quello che appare, in vari luoghi e in vari tempi, in tutte queste immagini, in tutti questi segni di riconoscimento. Ma poniti, per un attimo, senza memoria, senza ricordi, e chiediti: “Chi sono io?”.
    Chi sei veramente?
    La voce risponde: “Tu sei quello che senti di essere ora. Tu sei qualcosa che sente di essere, di esistere, senza altre notizie e senza altre certezze. Tu sei un sentirsi di esistere unico e solo, impersonale e totalmente presente”. Ecco: se ti abbandona la memoria, che è lo strumento di continuità dell'intera rappresentazione, tu sei tu, ora. E basta.
    Ora.
    Che cosa significa ora?
    Ascolta: sei appena sveglio, non sai in quale luogo. Non esistono calendari né orologi. Non ci sono persone alle quali poter chiedere. E tu esci da una lunga distrazione. Che senso ha dire: ora?
    Tu sei, in questo momento, quello che sei, e questo momento non toglie e non aggiunge niente a quello che sei. Il tempo non è in te e non esce da te. Non ti lega e non ti scioglie.
    Sei tu ora, e basta. E sei qui.
    La memoria ti dà, a comando, i connotati di tempo e, potendo farlo, di luogo. Perché così è fatta, la memoria, che le serve un 'prima' per un progetto di 'poi', tale che le sfugge sempre l'adesso. Lo ricorderà 'poi': è sempre dopo, la memoria.
    Dunque, chi sei tu, ora?
    Ora ci sei solo tu, col tuo sentirti di essere, di esistere, senza altri connotati che questo: io sono.
    E già dire 'io' presuppone la somma, vissuta nella simultaneità, delle informazioni mentali su qualcosa che, per durata e riconoscibilità, è detto 'io' dalla stessa mente che tutto questo produce e sostiene.
    Ripeti: “Io sono. Io sono qui'.
    Ma qui, dove?
    C'è un 'qui' insieme ad un 'ora'?
    Ascolta: sei appena desto, in un luogo che non conosci, senza cartelli né altre segnalazioni di identificazione geografica. Per sapere dove sei, devi chiedere, credere e memorizzare informazioni ricavate da qualcuno che sappia, per abitudine al luogo, dove tu sei ora.
    Ma tu, dove sei? Dove sei veramente?
    Che tu sappia, per nozione abituale, il luogo e la via, la città e la regione, la nazione, il continente, il pianeta e il sistema solare, che cosa veramente aggiunge a quello che tu sei?
    Tutte queste notizie aggiungono veramente qualcosa al sentirsi di essere chi sei? mentre lo sei?
    La voce insiste, domanda: chi sei tu veramente?
    Nome, cognome, recapito, mestiere, stato civile, famiglia, residenza, età e sesso: tutto questo che cosa aggiunge o toglie a ciò che senti di essere ora e qui, dovunque e comunque tu sei tu, e nient'altro?
    Prima e oltre tutto questo, tu sei.
    Fai attenzione. È la memoria che ti lega a quella solida e rassicurante rete di connotati sociali e culturali, spaziali e temporali, reali e supposti, dentro la quale tu sei tutto quello che la mente e la memoria ti riferiscono, ti obbligano a riconoscere e a condividere.
    Eppure tu sai, intimamente, di essere tu e basta: tu qui ed ora, e basta. Un 'tu' senza attributi in un 'qui' senza spazio e in un 'ora' senza tempo.
    Perché è questo, è soltanto questo il presente: se tace la memoria, se tace la mente, se tace la paura di perdersi e di confondersi, se tace il mondo e ti spogli di tutto quello che ti sei messo e ti hanno messo addosso. In questo momento, in ogni momento, tu sei il tuo stesso sentirti di essere. Tu sei la spontanea consapevolezza che questo attimo sentito di esistenza non è non essere.
    La voce dice: “Tu sei questo essere, questo sentirti di essere e basta. Tu sei essere, in questo attimo sentito intimamente” .
    Ora puoi chiedere: ma che cosa è un attimo? Che cosa lo misura, e rispetto a che cosa?
    Fai attenzione: è ancora la mente che crea per te il tempo, e te lo porge con un comando.
    La tua mente dice: “Vivi nel tempo, altrimenti non sei!”.
    La mente vive nel tempo, altrimenti non è. Ma tu non sei la tua mente.
    Tu sei essere. E sei vivo. Tutto il resto, tutto ciò che ti lega e ti collega, non sei tu. È la folla dei tuoi attributi e connotati umani. Ma tu sei oltre tutto questo.
    La voce dice: “Tu non sei tempo, spazio, età, nazione, sesso, carattere, linguaggio, corpo, storia. Se ti lasci e ti senti vivere, tu sei soltanto essere, sentire di essere”. E l'attimo scompare. Il tempo scompare. Tutto scompare.
    Tu stesso scompari. Scompari in te stesso, nel puro e semplice sentire di essere, e basta.
    Dunque: chi sei tu?
    E chi sono gli altri?
    Ecco: sei in una posizione comoda, rilassata. Questa è la tua meditazione. Questa è la prima volta che ascolti qualcuno parlare. Questa è la prima volta che qualcuno ti parla: parla a te. Qualcuno ti ha parlato per la prima volta. E ora sai.
    E la meditazione continua.
    Si conclude la terza meditazione: Tu chi sei?

    Quarta meditazione.

    La meditazione continua. Lo scandalo continua.
    Ora tu sai chi sei veramente. E vuoi sapere, ancora, che cosa accade nel momento in cui l'uomo muore. E vuoi sapere che cosa accade 'dopo'.
    Tu vuoi sapere chi muore.
    Tutto questo, che fino ad ora è parso il mistero e il proibito assoluto, ora lo puoi sapere.
    La porta è aperta.
    Ma per parlare della morte, con semplicità e con proprietà, è necessario cominciare a parlare della vita.
    Bisogna cominciare da ciò che è tua proprietà per tutta questa vita, affinché sia questa vita. Intendo dire: il tuo corpo.
    Disponiti in una posizione comoda, rilassata.
    Concentra la tua attenzione.
    Ecco, piano piano si fa il silenzio. La benedizione del silenzio.
    Qualcuno, presente tra noi, dirige i nostri pensieri. Qualcosa scende dagli alti piani spirituali, attraverso i piani energetici, per avvolgerci e riequilibrarci. Non importa chi sia.
    Ora sei rilassato. Rilassato.
    Può iniziare la meditazione sul corpo dell'uomo. Sui sensi dell'uomo. Chi è veramente l'uomo. Che cosa è veramente la vita. E che cosa è, con semplicità e proprietà, la morte dell'uomo.
    Pensa, per prima cosa, alla tua pelle. Sentila. La tua pelle è una maglia, una guaina, un involucro esterno del tuo corpo fisico.
    L'interno del tuo corpo è interno perché c'è questa guaina che lo contiene e lo nasconde ai tuoi stessi occhi.
    Tutta la tua pelle è sensibile. Se è toccata o anche solo sfiorata, tocca e sfiora. Il tatto è simultaneamente attivo e passivo. Qui più e là meno, il senso del tatto è esteso per tutta la pelle del tuo corpo e lo rende totalmente sensibile.
    Ora domandi: “Che cosa fa la pelle, che cosa fa il tatto?”.
    La pelle ti divide da tutto ciò che non è il tuo corpo, che non sei tu. La tua pelle fa sì che tu ti senta diviso da tutto il mondo delle cose e delle persone. Ti individua, ma ti isola e ti divide.
    Quando tocchi qualcosa, quella cosa che hai toccato esiste, e non è te. Pensi: “Io tocco, le cose sono toccate”.
    Quello che non potrai mai toccare sono i tuoi organi interni, contenuti dentro la guaina della tua pelle, fino a che appunto restano interni. Invece puoi toccare, teoricamente, tutto ciò che è all'esterno, fuori di te.
    Se qualcosa non si può toccare, la tua spontanea conclusione è che quella cosa non esiste. Infatti, tutto ciò che esiste si può toccare – tu pensi. È fuori di te, e tu lo tocchi.
    Se non puoi afferrare e fare tua qualche cosa, puoi però toccarla e dire in quell'attimo a te stesso: ecco, io l'ho toccata e quindi esiste. Non ne eri completamente certo, l'attimo prima.
    Anche il fuoco esiste perché, almeno una volta nella tua
    vita, lo hai toccato e ne sei rimasto scottato. Quindi tu pensi: il fuoco scotta.
    Ha un grande potere, il tatto. Ha il potere di creare, anche nel buio, gli oggetti, le forme, i corpi, e di dichiararli esistenti, presenti.
    Dimmi: se tu non avessi il senso del tatto, come potresti dire che tutto il mondo delle forme e dei corpi esiste?
    Certamente la vista, l'udito, l'olfatto e il gusto ti farebbero sentire vivo, presente, immerso nella vita. Ma pensa solo per un attimo a che cosa accadrebbe se tu non avessi il senso del tatto.
    Pensa, solo per un attimo, alle tue dita cieche!
    E adesso ringraziamo il tatto.
    Se potesse parlare, che cosa ti direbbe l'olfatto?
    L'olfatto direbbe: a me e grazie a me arrivano gli odori, i fetori, i sentori di tutto ciò che è là, fuori di me.
    Il senso dell'olfatto prova e garantisce che le cose, gli oggetti e le creature emettono dei segnali olfattibili grazie ai quali tu li individui, li distingui, li cataloghi, li respingi o li cerchi.
    Pensati, solo per un attimo, senza l'olfatto, con il naso cieco. Allora tu vivresti in un altro mondo, inodore ed anzi indifferenziato per tutto quanto riguarda gli odori e anche i ricordi degli odori.
    Stiamo arrivando, senso dopo senso, a capire che il mondo sembra là, fuori di te, e tu qui, con i tuoi sensi, a testimoniare grazie a questi tuoi sensi che il mondo esiste.
    Dunque: il mondo esiste perché i tuoi sensi ne testimoniano l'esistenza, le forme e tutti gli altri attributi. Tu pensi: il mondo è là, io sono qui.
    È la verità, questa, o è solo l'apparenza?
    La voce dice: “Prova a pensare, per un momento, che il mondo non è là, fuori di te, già esistente, reale, oggettivo e stabile. Prova a pensare che il mondo, come a noi sembra, siamo noi a crearlo, con questi nostri comunissimi sensi, quelli che madre natura ci regala: anzi, ci presta. Prova a
    pensare che siamo noi a crearlo e poi a pensarlo creato”.
    Questo lo si capisce meglio se veniamo a parlare degli altri sensi.
    E parliamo dell'udito.
    Se potesse parlare, che cosa direbbe l'udito?
    Direbbe: “È qui, a me, che giunge il suono di tutto ciò che è udibile, di tutto ciò che è fuori di me, nello sconfinato rumoroso altrove del mondo esterno”.
    Dimmi: “Ma è veramente esterno a te, all'uomo, il mondo delle cose, delle forme e delle persone?”.
    Prova, per un attimo solo, a pensarti completamente privo del senso dell'udito. Non è una esperienza rara: il mondo è pieno di sordi.
    Allora, che cosa succede se l'udito, se gli orecchi scompaiono?
    Succede questo: il mondo non suona, non risuona più. Non c'è più un mondo esterno di suoni e di echi. Cade la distinzione fra te, l'ascoltatore, e tutto il resto del mondo che non è te e che emetteva continuamente suoni.
    È l'udito a garantire che gli oggetti e le persone emettono dei segnali acustici, grazie ai quali li individui e li distingui, li cerchi e li respingi. Se l'udito ti viene a mancare, il mondo cambia completamente. È un altro mondo, nel quale tu vai ad abitare in silenzio perfetto, totale, non umano.
    E adesso che sappiamo questo, ringraziamo l'olfatto e l'udito.
    Ora puoi entrare in possesso di un nuovo concetto: questi tuoi sensi così comuni, naturali, dei quali in condizioni normali non si parla mai, creano il mondo dell'uomo.
    Dimmi: senza di loro, in che mondo vivresti?
    Poniti questa domanda: “Esisterebbe ancora un mondo, un qualsiasi mondo esterno, se tu non avessi questi sensi che lo percepiscono?”. Veramente questi sensi lo percepiscono, come Si pensa comunemente, o non sono piuttosto loro a crearlo? E se così è, che fine fa la nozione stessa di 'mondo esterno'? Esterno a chi? a che cosa?
    Tutto sarà ancora più evidente se veniamo a parlare del senso della vista.
    Pensa, solo per un attimo, al mondo dei ciechi. Non è davvero un altro mondo, il mondo dei ciechi?
    Sia ringraziata la vista.
    Sei in una posizione comoda e rilassata. Ascolti qualcuno che per la prima volta parla a te; è la prima volta che ascolti qualcuno parlare.
    L'occhio è qualcosa che unisce il vedente al mondo visibile, con tutte le sue forme e con tutti i suoi colori.
    Ma la scienza sa che il mondo non ha colori, non è colorato come sembra. È la mente che, ricevendo le immagini del mondo, le colora e, per spontanea magia, le fa vedere colorate.
    I daltonici, gli attinici, vedono altri colori rispetto a quelli abitualmente legati alle parole 'rosso', 'verde', 'giallo' e così via. I daltonici non ne vedono qualcuno, gli attinici non ne vedono nessuno e il loro mondo è grigio. Per gli altri, il mondo non è grigio ma è colorato. È questa la loro illusione.
    In realtà, il mondo non è colorato e non sono gli occhi in quanto tali a dare i colori al mondo: è qualcosa oltre gli occhi, è la mente che colora il mondo.
    In realtà, il mondo è incolore.
    Togliamo i colori. Rimangono le forme, le immagini, le cose.
    L'occhio è lo strumento magico per impossessarsi di immagini, per empircene la memoria, per fare scorte di mondo, di cose, di ricordi.
    Se il senso della vista parlasse, che cosa direbbe?
    Direbbe questo: “Io sono qui, a occhi aperti, e garantisco chi ha la vista che lui è qui, e guarda, e là, fuori di lui, c'è tutto quanto sia guardabile, guardato, desiderabile, indesiderato. Io divido il mondo: fra chi guarda e ciò che è guardato. Io faccio il bello e il brutto, il prossimo e il lontano”.
    L'occhio ruba, si dice. In effetti, ruba le immagini di tutto ciò che è prossimo, nitido, vistoso, colorato. Mentre ciò che è remoto, ai limiti della sua portata, sfuma ed offre di sé immagini ambigue, di sogno, di fumo, quasi senza corposità. E l'occhio ruba anche quelle, appena può.
    Pare davvero che il mondo corposo sia quello più prossimo a chi guarda, alla sua vista; mentre il mondo lontano dagli occhi è quasi incorporeo, evanescente.
    Ora rifletti: se tu sei nel buio, nella notte, oppure chiudi gli occhi che hai, che cosa succede?
    Ora devi rispondere: il mondo delle immagini scompare. E solo la memoria può ancora garantirti che quel mondo di immagini è là e ti aspetta appena riaprirai gli occhi.
    Dimmi: ma i ciechi, ai quali quel mondo delle immagini non spetta, che non li aspetta perché non hanno gli occhi, ma i ciechi che cosa sanno di quel mondo? Esiste, per i ciechi, il mondo delle immagini, delle forme, dei colori, delle corposità e delle evanescenze?
    Per essi quel mondo non esiste.
    Ma allora, non solamente gli occhi inventano, attraverso la mente, i colori del mondo, ma inventano la consistenza, lo spazio, l'intera geografia del mondo. Gli occhi creano, inventano il mondo. E poi, per magia, ti dicono: il mondo è là.
    La meditazione continua.
    Ora sono io a chiederti: “Chi ti aveva detto, prima di ora, che sono i sensi a creare il tuo mondo?”.
    Eppure è così. Questo mondo che sembra là, mentre tu sei qui; che sembra così corposo, reale, tangibile, con le sue leggi e i suoi cicli di esistenza, con i suoi stellati e le sue distese d'acqua, col suo passato e il suo presente, è una creazione dei tuoi, dei miei, dei nostri umanissimi sensi.
    Siano ringraziati i sensi.
    Se tu potessi interrogare il senso del gusto, che cosa ti direbbe?
    Direbbe: qui è la vera conoscenza del mondo. Qui è il primo criterio di giudizio e di validità: il bene buono ed il
    male cattivo, il morbido e il duro, il dolce e il salato, l'acerbo e il maturo, il liquido, il solido e il gassoso. Tutto comincia e tutto finisce qui, nella bocca.
    Tutto è cibo. L'uomo è onnivoro, perciò è l'ultimo e il sapiente. L'uomo può scegliere, perciò il mondo è offerto alla sua scelta.
    La bocca dice che l'uomo è signore e padrone del mondo. L'uomo fa tutto per la sua bocca.
    Il mondo è là, fuori di lui, diviso e diverso da lui. Le mani toccano il mondo; gli occhi lo pesano e selezionano, lo desiderano e lo scelgono, gli orecchi misurano le distanze del mondo e lo avvertono, lo minacciano e lo mettono in stato di difesa. Il gusto aggiunge a tutto questo: io ricevo il mondo e lo mangio. Se non mi piace, lo sputo. Il mondo è mio.
    Questo dice la bocca.
    E ora dimmi: ma se la bocca non fosse, se non si aprisse sul volto con le sue labbra, i suoi denti, la sua fame, il suo gusto, la sua sete, la sua parola – che ne sarebbe del mondo?
    Chieditelo ancora, fai tuo questo interrogativo: esisterebbe ancora un mondo, un qualsiasi mondo esterno, se l'uomo non avesse questi suoi sensi che percepiscono il mondo? Ma allora, la funzione dei sensi è quella di percepire il mondo esterno, come l'io pensa, o non piuttosto quella di inventarlo, di crearlo? E se così è, ed è così, che fine fa la nozione stessa di mondo esterno? Esterno a chi?
    La meditazione continua.
    Abbiamo parlato con semplicità e proprietà della vita. Ora tu vuoi sapere che cosa accade nel momento in cui l'uomo muore. E che cosa succede 'dopo'. Tutto questo, che sembrava segreto e proibito, ora lo puoi sapere. E lo saprai.
    Ora sai che cosa sono i tuoi sensi, chi sei tu veramente, che cosa è il mondo, che cosa è l'esistenza dell'uomo nel mondo. Concentra la tua attenzione su ciò che ti è stato detto. E stato detto a te. Tu solo hai ascoltato. E ora tu sai.
    Ora che sai tutto questo, potrai sapere che cosa accade ad ogni uomo, che cosa accade a te, oltre la vita.
    La meditazione continua. Lo scandalo continua.
    Si conclude la quarta meditazione: I sensi.

    Quinta meditazione

    Disponiti in una posizione comoda. Concentra la tua attenzione. Qualcuno, presente tra noi, dirige i nostri pensieri, ci scioglie e ci lega.
    Ora sei rilassato. Disteso.
    In questo abbandono delle tensioni il tuo essere si solleva dal peso quotidiano. Le tue angosce ti abbandonano e tu godi di una serenità ristoratrice. Deponi il tuo fardello e trai un sospiro di sollievo.
    La meditazione continua.
    Preparati a uscire da tutto, in silenzio.
    Un uomo perde l'olfatto.
    Rimane la memoria degli odori. Gli manca il segno della presenza di tutto ciò che gli è esterno secondo l'olfatto. Perde un senso della presenza del mondo esterno.
    Un uomo perde la vista.
    Rimane la memoria degli oggetti e della loro distribuzione tridimensionale e prospettica attorno a lui. Perde il senso e la prova della sua centralità.
    Perde lo spazio. Perde il senso della progettazione spaziale da qui a là, da se stesso ad ogni altrove, da se stesso a dovunque sia visibile qualunque cosa del mondo.
    Il mondo intorno a lui non esiste più che come sospetto, come notizia portata da altri, come tatto e gusto di cose ad una distanza sempre troppo minacciosamente ravvicinata rispetto al suo corpo, alla sua sensibilità.
    Un uomo perde il tatto.
    Rimane la memoria delle cose esterne a lui secondo il tatto, la memoria del suo stesso essere corporeo. Perde il suo
    corpo. Perde la sua centralità di materia personalizzata e sensibile.
    Perde il contatto con gli altri, l'alterità, la presenza degli altri. Perde la sua presenza con gli altri e grazie a loro. Egli non termina più in un punto, dal quale comincia tutto ciò che egli non è. Perde se stesso e il mondo.
    Un uomo perde il gusto.
    Rimane la memoria dei sapori delle cose. Perde le cose.
    Si ciba di immateriali, inodori, insapori, imprendibili quid dei quali non sa nulla. Come afferrarli? È senza tatto. Come individuarli? È cieco. Come distinguerli? È senza olfatto.
    Perde labbra, denti, gola, corpo e sue funzioni. Perde il tempo, in quanto non può più usarlo.
    Un uomo perde la deambulazione.
    Rimane la memoria dello spazio e di lui nello spazio. Perde la distanza, lo spazio, la sua centralità rispetto a tutto ciò che sembrava spontaneamente a portata del suo braccio, della sua presa, del suo andare a prendere nel mondo.
    È completamente solo.
    Un uomo perde l'udito. Perde la voce. Rimane il ricordo della sua voce, di tutte le voci. Perde la possibilità di chiamare, di chiedere, di volere, di progettare l'esistenza mediante ordini e richiami.
    Perde il silenzio come alternativa ai suoni, al suono. Il suo silenzio è perfetto. E non è silenzio: è il vuoto.
    Un uomo ha perso spazio, tempo, presenza, centralità, corpo, distinzione tra esterno e interno. Ha perso ogni prolungamento verso il fuori di se stesso, ogni filtro e misura.
    Tutto ora gli è estraneo, di tutto quello che credeva più suo, che credeva se stesso.
    Tutto è immoto, inodore, insapore, intoccabile, invisibile, improponibile se non come memoria. E la memoria sbiadisce.
    Un uomo ha perso la memoria.
    Ecco, ha perso l'ultima traccia di sé nel mondo, nello spazio e nel tempo. Non esiste più. Non è mai esistito. Non è mai esistito niente fuori e dentro di lui, prima e dopo, corposo e sottile, vissuto o immaginato, proprio o altrui.
    Dimmi: che cosa rimane a quest'uomo?
    Quest'uomo ha perso tutto. Ma è vivo.
    Ha perso tutto ciò che per lui era la vita. Ma è ancora vivo. A quest'uomo rimane il sentirsi di essere: di essere, appunto, vivo.
    È un sentirsi di essere incorporeo, incolore, inodore, inconsistente, non spaziale, non temporale, continuo, omogeneo, non più riferito a qualcosa di esterno a lui, a niente di materiale, oggettuale, sensibile.
    È un sentirsi di essere come pura essenza, vuota di ogni attributo e di ogni funzione.
    Senza più alcun senso fisico, rimane tuttavia a quest'uomo il senso di essere vivo: o meglio, il senso di essere così come è, ciò che è – e basta.
    Quest'uomo è “io sono”, “io mi sento di essere”, e basta. Non è più un uomo, se uomo significa tutto quello che ha perso. Non è neppure un io.
    Chi è quest'uomo?
    Quest'uomo è l'uomo zero.
    Tutto ciò accade con il morire del corpo.
    L'esterno si sottrae ai sensi fisici. I sensi lo creavano.
    Egli non è mai stato, pur essendo stato. Egli è per altri, pur non essendo per nessuno. Egli scompare in se stesso.
    È tutto in se stesso. È soltanto se stesso.
    Sentirsi di essere, cioè la coscienza di esistere, è ciò che rimane e prosegue oltre il corpo, oltre i corpi, abbandonati come strumenti ormai inutili, come occasioni e parentesi chiuse. La coscienza di esistere resta, libera dal corpo, oltre i corpi, oltre i sensi e le varie rappresentazioni del mondo che i sensi creano ed impongono attraverso la mente.
    E adesso?
    Egli forse dormirà. Dormirà, quel sentirsi di essere, per
    riposarsi del cambio d'abito che la vita gli impone per essere vivo oltre la vita.
    Forse si risveglierà con un altro abito di sensi e di immagini diversamente rivelatrici e illusorie.
    Forse apparirà, con altri abiti e altri ruoli, sulla stessa scena, insieme agli stessi e come lui irriconoscibili personaggi della stessa inesauribile rappresentazione: la vita.
    Non sarà lui, ma quel sentirsi d'essere, a tornare. E tornerà dove non è mai stato. E sarà chi è sempre stato.
    Solo la vita continua. Non ha mai avuto inizio, non avrà mai fine. Il mondo non esiste. Il mondo è la creazione di chi esiste, mentre esiste, per chi esiste.
    I sensi creano il mondo. Poi i sensi svaniscono.
    Puoi chiedere: che ne è di quest'uomo? L'uomo zero?
    Rimane di lui ciò che non è nato con lui e non è morto con lui. Rimane, oltre ogni apparizione ed ogni sparizione sulla scena rivelatrice e illusoria del mondo, il sentirsi di esistere, di essere. Di essere qui, ora.
    Un qui senza luogo, un ora senza tempo.
    Rimane l'essere senza altri attributi. Rimane la vita.
    Fino a che, libero, senza più necessità di veicoli sensori, senza percettori e senza prolungamenti, sarà quello che in realtà è sempre stato e che è, eternamente: puro sentirsi di esistere. Pura coscienza di sé, senza interno né esterno vuota di ogni connotato e attributo che non sia, appunto, la piena e perfetta coscienza di sé.
    Essere divino. Beatitudine. Essenza. Altro non si può dire.
    Puoi chiedere: che cos'è la piena coscienza di sé?
    È la perfetta consapevolezza che è illusione il prima e il dopo, la vita e la morte, il se stesso e gli altri, la pietra e il superuomo, il soggetto e l'oggetto, il mondo e i mondi. Perché tutto è uno, e nessuno in particolare.
    Solo l'uno esiste. E tutto è uno.
    Questo accade all'uomo oltre la sua morte.
    Queste sono notizie date a te perché le devi sapere. Questa è la tua meditazione.
    Forse è questo che accade. Ma le parole non dicono niente oltre la vita dell'uomo, che le ha create per la vita. Le parole non dicono il silenzio.
    E queste sono le notizie del silenzio
    Forse è questo che accade oltre le parole. Ma sono soltanto parole. Quello che accade non si può dire. Lo si può soltanto vivere. È vita oltre la vita e oltre tutte le parole della vita.
    Eppure queste parole, che forse non dicono niente, sono le parole che tu devi sapere: per vivere e per morire, e per non morire.
    Perché la morte non esiste.
    Ma soltanto le parole dicono questo: la morte non esiste. Le parole possono essere credute o non credute, e tu sei libero di ascoltare o di non ascoltare.
    Non ci sono vere parole per dire: la morte non esiste.
    Le parole che dicono questa verità possono sembrare le parole più menzognere.
    Eppure posso rivolgerti solo parole, se tu vuoi ancora ascoltare. Tu puoi ascoltare soltanto parole. Il silenzio non parla.
    Ti ho detto le parole del silenzio. Ora sono tue. Puoi farne quello che vuoi, quello che puoi.
    Ma il silenzio ora è in te. Il silenzio in te parla, senza parole, e dice, senza parole: la morte non esiste.
    Eppure la morte esiste.
    Questa è la verità. Questo è lo scandalo. Questo è il silenzio. Questa è la meditazione. E la meditazione continua.
    Si conclude la quinta meditazione: L'uomo zero.

    Sesta meditazione

    Chiameremo questo incontro “Chiedete e vi sarà dato. Bussate e vi sarà aperto”. Infatti, la porta è sempre aperta.
    L'uomo zero ha forse delle risposte per voi.
    Che cos'è la vita dell'uomo?
    La vita dell'uomo è l'esistenza dei suoi sensi, attraverso i suoi sensi. L'uomo nascendo ha in dotazione dei sensi. Quando gli vengono sottratti, è il morto. Il corpo, senza i sensi in funzione, si scioglie.
    Altra vita si impossessa di quel corpo smesso, vita sottoumana, sciolta dalla finalità propria dell'uomo. E la finalità è che l'uomo vive e muore per nascere spiritualmente. Muore quando termina la vita da uomo, che unifica e trascende l'attività di tutte le parti componenti. L'attività delle parti inizia con la sua nascita ed è a lui asservita, destinata. Poi questa macchina fisica va in pezzi, sciolta dal legame finalistico che l'ha fusa in uno.
    Che cosa sono i sensi?
    I sensi sono l'uomo. Ma l'uomo è più dei suoi sensi. Tuttavia, senza i sensi non c'è l'uomo. I sensi fanno vivere l'uomo anche oltre i sensi. I sensi sono un veicolo e un limite. Oltre di loro c'è l'oltre della vita fisica. Con altri sensi.
    Che cos'è la morte?
    Avete capito, e forse compreso, che la morte non esiste. Eppure si muore. Tutto eternamente è, e tutto è eterno scomparire. Questo è l'enigma che nessuna parola può sciogliere. Non lo scioglie la fede. Lo scioglie solo la logica. Ma chi insegna la logica? E chi la vuole imparare? La logica fa paura.
    Credi nella sopravvivenza? Che cosa sopravvive?
    Noi tutti siamo testimoni della sopravvivenza. Di che cosa? Abbiamo appena ascoltato: non sopravvive l'occhio, il palato, la mano, l'orecchio, il naso, il passo, la fame e la sete. Di tutto questo, che sembra tutta la vita, non sopravvive nulla, tranne un ricordo destinato come tutti i ricordi a morire, tranne una nostalgia che è l'ultimo dolore della vita trascorsa e, forse, è la sola paura della morte che sopravvive anche alla morte.
    Allora, che cosa rimane, se i sensi e le loro creazioni, cioè il mondo illusorio, scompaiono come fumo al primo vento?
    Sentiti ora, qui, e saprai che cosa sopravvive. Resti tu in quanto ininterrottamente ti senti esistere: ne hai la coscienza, l'intima presenza, l'intima certezza. Tu sei sentirsi di esistere. E questo sentirsi di essere vive ininterrottamente, non nasce e non muore, assiste al nascere e al morire.
    Non resta nient'altro?
    Nient'altro, dici? Ma è questo sentirsi di esistere che sei sempre stato, che sei e che sarai sempre. Tu sei questo sentire, e basta. Questo tu sei, oltre i sensi, i sentimenti, i desideri, i pensieri: oltre tutto quello che credevi sostanza ed è solo attributo, qualità, indispensabile inganno per la vita. Oltre tutto quello che speravi eterno e destinato a sopravviverti, e invece vedi come scompare e ti abbandona; oltre tutto questo, resti tu come 'sentirsi di esistere', carico di tutte le esperienze vissute e divenute insensibilmente te stesso, tua stessa coscienza, tuo essere più comprensivo e più ricco.
    Di chi furono quelle esperienze che mi hanno arricchito e ora sono la mia intima ricchezza?
    Di chi furono i sensi, i sentimenti, i desideri, i pensieri sentiti nel tempo e che ora sono in te oltre il tempo, come puro sentire? Di chi fu tutta questa vita, chissà quando e come vissuta in questo mondo apparente, che ora è in te come tuo tesoro impersonale e straniero al mondo, inadoperabile se non per amore, dato che per amore l'hai ereditato? Di chi è questo tesoro di sentire, questo sentirsi di essere così carico ed esperto, che ora e adesso è in te?
    È davvero importante che un remoto 'tu' sia vissuto, che tanti lontani e dimenticati 'tu' vivessero – per il tu che sei adesso – quelle passioni e quei pensieri che furono, per lo spazio di un mattino, la vita di qualcuno?
    Davvero non ti piace, anzi ti repugna essere una comunione, una fusione di vite che in te sono vive sempre perché tu le contieni e da esse trai tutta la vita che sei, del loro cibo ti nutri e ti sostieni?
    È davvero importante pensare e pretendere che tu sei
    sempre stato, che tu sarai sempre, perché eterno sei tu, tu eternamente solo lungo un solitario sentiero verso l'alto? È questa la tua sopravvivenza, è questa la tua reincarnazione, sempre con la stessa carne, più o meno?, la stessa persona?
    Ma allora, che cosa è la sopravvivenza?
    L'io non può sopravvivere, semplicemente perché è un fantasma, un'idea della mente, un sogno e forse un incubo notturno che, con la morte, svanisce. È l'uomo se ne libera. Ma dal fango dell'io spunta il fiore della coscienza. E tu in verità, sei coscienza, sei solo la tua coscienza. Questo è il sentirsi di esistere, la coscienza di esistere: il fiore.
    Tanti, che non furono te, naturalmente, ma ora sono in te, costituiscono il tuo sentirti di esistere; tanti, che sono te e sono fusi in te, scomparsi perché tu apparissi, compongono il tuo sentirti di esistere ora.
    Tutti formano e formiamo il sentirsi di esistere di tutto ciò che esiste e, per questo, sente. Non senti, non capisci che tutto è tuo?
    La voce dice: “Se mancasse la coscienza d'essere, che nella sua forma più elementare è solo sensazione, mancherebbe l'esistenza. Se non si esiste, non si può sentire. E se si sente, vuol dire che si esiste”. Questa è la sopravvivenza.
    E così poco?
    Sì, è così poco che, nella tua coscienza d'essere, è tutta la coscienza e tutto l'essere e tutto il sentire a te qui ora possibili, che tu stai vivendo. Quanti, quanti vissero, perirono, sentirono, affinché tu, ora, senta di esistere e, quindi, esista! Lo capisci? Essi sono i tuoi anelli. E anche tu sei anello.
    L'essere totale, il sentire totale, la coscienza totale è, per concludere l'esempio, l'intera catena del vivente, dell'esistente.
    E dimmi, tu pensi che la catena sappia tutto di tutti i suoi anelli?
    Li sente, certo, perché è sentire totale, perché li contiene e ne è composta, perché è tutti i suoi anelli mentre è se stessa, ed è se stessa oltre tutti gli anelli che sostiene. Ma
    che sa di ognuno di essi? Sa, di ogni anello, di ogni io, anche muto e inespresso, quello che l'anello sente di se stesso. Ecco, mio caro scontento: tu componi, nell'essere totale, il sentire totale; e lo componi armoniosamente sentendo te stesso ora, alla fine e all'inizio dei tempi illusori, alla fine e all'inizio della creazione che mai fu. Perché la creazione è ora.
    Non ti spaventare: tu stai dalla parte del creatore, come creatore, e dalla tua parte, come creatura. Ecco, questo sei tu: creatore e creatura. Che cosa può sopravvivere?, che cosa muore?
    Questa è la tua meditazione.

    Settima meditazione
    Perché oggi possiamo sapere tanto?
    Questo è il tempo della rivelazione, cioè letteralmente della 'apocalisse'. La Sfinge, simbolo di silenzio, non è più muta. Gli antichi sapienti sapevano che l'uomo il quale non sappia comprendere la verità al di fuori del proprio io, inevitabilmente la travisa e crea una verità soggettiva, rimanendo legato ad essa e così autolimitandosi.
    Che cos'è la verità? È la visione reale del tutto, nella quale sparisce ogni senso di separatività ed ogni soggettivismo. Allora gli antichi sapienti, per prevenire questa naturale tendenza dell'uomo, crearono dei monumenti alla verità, i quali sono muti per il profano e sono invece eloquenti in modo inequivocabile per chi sa intenderli.
    La Sfinge è uno di questi monumenti. Le religioni custodiscono molti di questi antichi monumenti, pur senza comprenderli: essi sono universali e, per questo, contrari ad ogni divisione religiosa.
    Oggi i tempi sono maturi. I tempi corrono parallelamente a quanto si esprime nelle parole di fuoco dell'Apocalisse. I sigilli cadono uno ad uno. Le chiese sorgono e tramontano seguendo il piano divino che Giovanni, il veggente dell'Apocalisse, vide e trascrisse.
    Che cosa possiamo comprendere oggi dell'Apocalisse?
    Essa non è la profezia degli eventi cronologici umani, ma è la storia della lotta tra lo spirito e la materia, tra la carità e l'egoismo, tra la scienza e l'ignoranza.
    Le sette chiese, i sette sigilli, i sette angeli, le sette trombe, i sette candelieri, le sette coppe, le sette teste della Bestia, simbolizzano tutti le sette età attraverso le quali passa la chiesa universale, la quale è cosa ben diversa da qualsiasi chiesa.
    Che cosa possiamo sapere oggi?
    L'opera del Cristo non sta scritta in nessun libro, e i libri non sono più letti. Il Cristo vive in ciascuno di noi come principio e trionfa ogni volta che trionfano amore, altruismo e carità.
    Dice la sapienza: vince la forza, ma l'intelligenza vince la forza e lo spirito vince l'intelligenza.
    Di questa storia ha scritto Giovanni: la storia dell'animo umano. Le sette chiese sono le sette età dell'animo umano, attraverso le quali passa l'umanità – per la quale il Cristo è venuto – prima della iniziazione generale.
    Dice la leggenda che la spiegazione dell'Apocalisse è un segno dell'avvicinarsi degli ultimi tempi. Possiamo noi essere degni di questa rivelazione.
    U libro della verità si apre successivamente. Man mano che cade un sigillo (cioè trascorre un'età) si ha una nuova luce (appare una stella), è proclamata una nuova verità (la tromba), è instaurata una nuova chiesa (il candeliere), è suscitata una nuova potenza (l'angelo), avvengono guerre e flagelli (la coppa ricolma di sangue).
    Noi viviamo la fine della sesta età. Qualcosa è annunciato. Dice il verbo: 'Io scriverò il nome della nuova Gerusalemme accanto al nome del vincitore e ad esso insegnerò il mio nuovo nome”. Si tratta quindi di una nuova rivelazione. Noi la stiamo vivendo.
    Dopo queste sette età, ecco la chiesa universale che Giovanni ha visto. L'Uomo busserà alla porta di ciascuno e chi aprirà farà cena con lui, e lui con esso.
    Questa è la legge dal principio alla fine.
    Di poi il grande riposo, riposo che si estende a tutto il creato, il riposo dell'Uomo.
    Questa è la rivelazione, cioè letteralmente l'Apocalisse, il libro della scienza dei simboli. La Sfinge non è più muta. Ma chi ascolta?
    http://ebooks.gutenberg.us/wordtheque/it/AAAASR.TXT

    [color=#ff6600]Questa è l'ultima meditazione.[/color]

    :medit:


    https://www.facebook.com/brig.zero

    #51955
    prixi
    prixi
    Amministratore del forum

    [size=18]22 Luglio 2012 Giornata Mondiale degli Abbracci


    :cor:


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

    #51956
    brig.zero
    brig.zero
    Partecipante

    https://www.facebook.com/brig.zero

    #51957

    liburno
    Partecipante

    Leggo a distanza di anni e sollevo lo stesso identico quesito di Giusparsifal al quale non mi sembra aver letto una vera risposta…..

    Giusparsival, hai riscontrato ancora il tuo problema? hai avuto qualche risposta sucessiva al tuo questito?


    #51958

    liburno
    Partecipante

    Leggo a distanza di anni e sollevo lo stesso identico quesito di Giusparsifal al quale non mi sembra aver letto una vera risposta…..

    Giusparsival, hai riscontrato ancora il tuo problema? hai avuto qualche risposta sucessiva al tuo questito?


    #51959
    Richard
    Richard
    Amministratore del forum

    :bay:

    http://www.craniosacrale.it/pdf/artrosi_lombare.pdf
    Vediamo di comprendere i motivi fisiologici e psicosomatici.
    Il corpo umano è molto più complicato di quanto possa farci credere una
    lezione di Anatomia. Oltre ai sistemi e ai processi noti a tutti, nel corpo agisce
    un flusso complesso di energia in movimento.
    Quando queste correnti si bloccano o subiscono costrizioni perdiamo il
    potenziale di fluidità fisica, emotiva e mentale di cui disponiamo.
    Se il blocco perdura o si aggrava notevolmente ne risultano dolore, disagio,
    malattia e disturbi.
    Con la Terapia Cranio Sacrale l’obbiettivo è di aiutare i pazienti a sciogliere
    questi blocchi, perché quando l’energia non è più soggetta a restrizioni il
    corpo può dar corso al processo risanatore.
    Lo sblocco delle energie può aiutare il corpo, la mente e persino lo spirito. Vi
    sono infatti nell’umanità aspetti che la scienza non riuscirà mai a spiegare, fra
    i quali la moralità, l’amore, lo spirito e l’anima.


    #298718
    prixi
    prixi
    Amministratore del forum

    IPNOSI-GENIOSI: Il potere della parola – Giuseppe Tirone

    Che la parola abbia consistenza energetica uno psicoterapeuta ipnologo, consapevole delle conseguenze del suo dire, non lo può certamente ignorare fino al punto da condividere quanto Raphael afferma in un suo libro: “La parola è sostanza che vibra”, ma arrivare a credere che una parola scritta su un barattolo possa agire sulla sostanza contenuta dal barattolo stesso per influenza vibrazionale è “dura da digerire” per colui che non si vuol perdere nella fantascienza.


    "Il cuore è la luce di questo mondo.
    Non coprirlo con la tua mente."

    (Mooji - Monte Sahaja 2015)

    #298719
    farfalla5
    farfalla5
    Partecipante

    Fantastico…io ci credo!!!


    IL PARADOSSO DELLA NOSTRA ERA: "Abbiamo case più grandi e famiglie più piccole; Piu comodità, ma meno tempo; Piu esperti, ma piu problemi; Piu medicine, ma meno salute;
    E’ un tempo in cui ci sono tante cose in vetrina e niente in magazzino.
    Parliamo troppo, amiamo troppo poco e odiamo troppo spesso.

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