I ciarlatani del turismo verde

Le visite al tempio di Angkor in Cambogia affidate a una agenzia turistica; città storiche come quella di Huê in Vietnam sottoposte ad un flusso turistico incontrollato…

Malgrado l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) abbia inserito alcuni siti nel Patrimonio mondiale dell’umanità, alla fine sono gli obiettivi finanziari a prevalere, a scapito dei luoghi stessi e delle popolazioni. Certo l’Organizzazione mondiale del turismo (Omt) ha promosso l’idea di «ecoturismo». Una parola che suona bene alle orecchie dei viaggiatori attenti all’ecologia.

Ma, in assenza di definizioni precise, governi e gruppi privati sbandierano questo marchio in progetti poco ecologici e decisamente antisociali. È ciò che accade, ad esempio, nei siti in America latina.

Il sito archeologico del Mirador, situato nel nord del Guatemala e della riserva biosfera maya (Rbm), la più ampia area protetta dell’America centrale, era un gioiello difeso dalla foresta. Eccetto le comunità locali e gli archeologi, nessuno conosceva l’esistenza di queste ventisei città maya di età preclassica, di mille, milleottocento anni anteriori agli altri grandi siti maya (Palenque, Copán, Tikal).

Gli specialisti considerano il Mirador la culla della civiltà maya; custodisce le più alte piramidi mai costruite in Meso-america (147 metri di altezza). Un archeologo americano, Richard Hansen, in questo patrimonio ha visto una nuova miniera d’oro: «Qui abbiamo una combinazione unica di foresta tropicale e di siti archeologici di inestimabile valore, che creano un enorme potenziale turistico per il Guatemala».

Di conseguenza propone di costruire un complesso turistico che permetterebbe, a suo parere, di garantire redditi per restaurare il sito, fermare il saccheggio archeologico e conservare le risorse naturali. Nasce dunque il progetto El Mirador, garantito dal marchio «ecoturismo» e appoggiato dal presidente del Guatemala, Oscar Berger, e da una lunga lista d’istituzioni che assicurano di non avere altro scopo che la conservazione della riserva (1). Tuttavia, l’arrivo previsto, in questo ambiente incontaminato, di centoventimila turisti l’anno, crea frizioni tra comunità fino ad allora unite, mentre si privatizza un patrimonio in nome di ambigui obiettivi scientifici e/o turistici (2).

El Mirador è stato presentato dalla stampa come una buona notizia per l’economia del paese e per la conservazione del pianeta, prima ancora che il progetto sia presentato in dettaglio e che sia possibile iniziare a valutarne l’impatto ecologico. Il problema dell’acqua non è stato nemmeno sfiorato. Eppure, il Mirador non ha acqua; quella per gli scavi è stata portata con gli elicotteri. E per i turisti, il giorno in cui arriveranno? Nessuna risposta.

Ma per Hansen, sarebbe urgente agire (cioè espropriare): «La ricchezza della Rbm deve essere preservata; le comunità locali sono responsabili del suo deterioramento».

Una giustificazione particolarmente scandalosa. La comunità incriminata (si veda il riquadro di fianco) fa parte della rete dell’Associazione delle comunità forestali del Petén (Acofop), premiata dal vertice della terra di Johannesburg, nel 1992, per la «sua gestione conservativa di 500.000 ettari di riserva» attuata secondo i criteri imposti dal marchio Forest Stewardship Council (Fsc) (3). «Acofop non è assolutamente responsabile della deforestazione della Rbm – insorge Ileana Valenzuela, del gruppo Azioni e proposte del Peten. Hansen sa perfettamente che è invece distrutta dallo sfruttamento petrolifero, forestale [privato] e dalle strade del narcotraffico. Ora il turismo creerà movimenti e attività supplementari in una zona della riserva che finora è stata preservata proprio grazie al lavoro di Acofop».

Le coste inondate di calcestruzzo Il progetto di El Mirador ha già dovuto essere rivisto in nome di una presentazione più «verde», dopo che i primi piani presentati avevano suscitato le proteste generali: un treno e un eliporto hanno sostituito le strade e l’aeroporto previsti inizialmente. Tuttavia, niente vieta che questa zona possa essere, un giorno, percorsa da bus di turisti o da camion delle imprese forestali, se vengono realizzate le «strade turistiche» progettate dall’organizzazione Mundo Maya, membro del piano Puebla-Panama (4). Mundo maya riunisce la Banca interamericana di sviluppo (Bid) e i ministri del turismo di Messico, Guatemala, Honduras, Salvador e Belize per sviluppare un turismo «verde» a beneficio delle popolazioni locali… almeno nelle intenzioni.

Nei fatti, gli obiettivi di Mundo Maya mirano a «facilitare gli spostamenti dei visitatori tra i siti archeologici maya e a creare infrastrutture per il turismo (5)». In altre parole, a creare vie di comunicazione tra i siti di Palenque e Tulum in Messico, Tikal in Gutemala e Copán in Honduras, che attraverseranno la zona ancora intatta della Rbm, molto vicina al Mirador (6).

Ufficialmente, la regione si è impegnata a sviluppare «un turismo più rispettoso delle culture e dell’ambiente.

Il denaro ricavato sarà utilizzato nella lotta contro la povertà (7)». In realtà, questa politica rischia di provocare un immediato effetto contrario.

In Messico, le coste del paese vengono inondate di calcestruzzo, con centoquarantadue progetti in corso di realizzazione (su duecentosessanta previsti), per aumentare «l’offerta di spiagge» (8). A parte l’encomiabile eccezione del Costarica, che ha scelto una politica di conservazione, l’America centrale ha capito che la natura si vende bene. Tuttavia, i progetti classificati come «ecoturismo» spesso implicano attività a diretto contatto con la natura, ma non sono previsti né la partecipazione degli abitanti alla definizione e gestione del progetto, né sistemazioni ecologiche che ne riducano l’impatto. Poiché gli investitori privati richiedono luoghi vergine, protetti, i paesi forniscono la materia prima e, utilizzando le ricette del turismo classico, ogni amministrazione sogna di sviluppare durante il suo mandato «un grande progetto».

Il presidente messicano Vincente Fox, fin dal suo arrivo al potere, nel 2000, ha appoggiato una disastrosa iniziativa di Fonatur, l’istanza federale incaricata dello sviluppo del turismo. Si tratta di sfruttare «l’ultimo acquario mondiale» nella Bassa-California, una regione con una biodiversità marina unica e luogo di riproduzione della balena grigia e dello squalo balena. Sulle duecentoquarantaquattro isole (9), molto sensibili alle fonti d’inquinamento sonoro e chimico, il progetto Mar de Cortés vuole attirare gli yacht americani, costruire ventiquattro porti turistici con annesso complesso residenziale, capaci di accogliere cinquantamila imbarcazioni private. Si mira a cinque milioni di turisti entro il 2014.

Gli investitori privati hanno mano libera: il progetto Paraíso del mar («Paradiso del mare»), una delle componenti del Mar de Cortés, è iniziato senza disporre delle autorizzazioni necessarie né di uno studio d’impatto ambientale realizzato nelle forme dovute. Prevede la costruzione, su 500 ettari, di millecinquecento ville, duemila camere di albergo, due campi da golf, un centro commerciale, un parco ricreativo e due ospedali privati, per un investimento complessivo di 900 milioni di dollari. Di fronte all’impudenza degli investitori (strade costruite senza autorizzazione, distruzione di mangrovie…), l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’educazione, le scienze e la cultura (Unesco) ha dichiarato le isole del Golfo di California, che dal 1978 sono sotto la protezione del Messico, Patrimonio mondiale dell’umanità.

È significativo che né il governatore dello stato, Narciso Agúndez, né il sindaco di La Paz, Victor Castro Cosío, abbiano assistito alla cerimonia ufficiale di classificazione del sito da parte dell’Unesco, il 25 agosto 2005, mentre entrambi avevano inaugurato il cantiere di Paraíso del mar. «L’Unesco non potrà regolamentare alcunché per quanto riguarda il turismo, non ne ha la facoltà», si rammarica Ponzalo Halffter, esperto dell’organizzazione, autorizzata ad intervenire solo su richiesta di un governo – cosa che lo stato messicano si guarda bene dal fare. In compenso, una rete di associazioni locali, Ciudadanos Preocupados Ac, ha impugnato in tribunale questi progetti privati, perché «negli studi d’impatto ambientale non si è considerata la presenza delle balene o delle mangrovie». Secondo queste associazioni, «il contesto sociale è negato e lo sviluppo locale è tutto salvo una priorità».

L’Honduras permette «l’ecoturismo» anche su una delle più belle zone della costa caraibica, all’ingresso del parco nazionale Jeanette Kawas, terra dei Garifunas, popolazione afro creola insediata qui dal 1880. Per quanto riguarda il resto della costa, il paese ha già «venduto» le sue isole agli americani che vi praticano immersioni subacquee – attorno a Roatán dove si parla inglese e si paga in dollari – , mentre le terre agricole per la produzione di ananas sono in mano alla compagnia americana United fruit (diventata, dal 1990, Chiquita Brands Company). Non restava dunque che questa parte di costa circondata da alberi di cocco, finora dimenticata dal governo di Tegucigalpa.

In nome di un concretissimo «interesse nazionale», l’Istituto del turismo dello Honduras ha puramente e semplicemente espropriato 300 ettari di litorale, senza indennizzare i Garifunas. Nel 2004, ha venduto per 19 milioni di dollari questa striscia di terra ad una società privata costituitasi proprio per realizzare il grande progetto Micos Beach & Golf Resort. Questo nome, tra l’altro, ha irritato più di un garifuna. «Nella nostra lingua, micos significa scimmia e qui non ci sono mai state scimmie. Sulla spiaggia le loro uniche scimmie, siamo noi, i Garifunas!», spiega il giovane Alex Podilla, presidente di Pélikan café, un’associazione di promozione della cultura Garifuna. Niente scimmie dunque, ma un campo da golf di 25 ettari, duemila camere d’albergo, centosettanta ville, un centro congressi, un porto turistico, ecc.

Anche se l’attrazione principale è certo il parco nazionale dove dovrebbero svolgersi, senza ulteriori precisazioni, «svariate attività», i promotori sottolineano «il fascino della danza e della musica Garifuna». Già previsti anche gli spazi per il turismo sessuale?

In questi tre grandi progetti – El Mirador, Mar de Cortès e Micos Beach – , la natura è sfruttata e venduta, come lo è stata, quarant’anni fa, la magnifica baia di Acapulco. I metodi impiegati non sono affatto cambiati: corruzione delle autorità, informazione monca, indennizzo ridicolo o inesistente delle terre, diniego continuo delle conseguenze ecologiche e sociali. All’iniziativa partecipano gli stessi promotori e investitori (detti anche «coyote del turismo», per l’acquisto a basso prezzo dei terreni), alla ricerca degli ultimi gioielli intatti del pianeta.

Si è molto lontani dagli impegni assunti in materia dall’Organizzazione mondiale del turismo (Omt) e dagli stati, attraverso il codice mondiale di etica del turismo e la dichiarazione di Quebec sull’ecoturismo (10). E ad anni luce dalla vera definizione di ecoturismo. Col pretesto della conservazione (reale o meno), questa denominazione consente una privatizzazione delle risorse naturali ancora più rapida di quanto non avvenisse con il turismo classico. I progetti propongono talvolta soluzioni ecologiche, ma tutti esigono garanzie sulla proprietà della terra e costringono i locali ad andarsene.

La comunità locale perde la terra, la riserva di pesca o la sua sorgente d’acqua, cioè tutto ciò che le permette di sopravvivere. Talvolta, le zone federali (spiagge, bordi di fiumi, foreste) passano nelle mani di privati con raggiri di un’illegalità sconcertante. Di fatto, questi programmi riservano le ultime balene, gli ultimi ceiba (albero emblema del Guatemala) o la laguna dei Garifunas ai più ricchi, proprio a coloro che avranno contribuito di più alla loro distruzione. Diventerà allora normale pagare, e a caro prezzo, per accedere a una natura preservata. El Mirador conta sul turismo europeo (più colto), mentre Mar de Cortès e Micos Beach sono tagliati su misura per gli americani.

Nessuno denuncia l’uso fraudolento della denominazione «ecoturismo».

Quest’ultimo in genere gode di una buona immagine e il suo sviluppo è di attualità. Per le agenzie di sviluppo internazionali sembra addirittura diventato la panacea. In America centrale e in Messico, agenzie dell’Organizzazione delle Nazioni unite (11), organismi di finanziamento, Bid, Banca mondiale, United States Agency for International Development (Usaid) e Unione europea hanno molti progetti per le comunità locali (12). Giustificano questa politica con i vantaggi che consentirebbe: creazione di un’economia locale, formazione professionale e presa di coscienza da parte degli abitanti della ricchezza del loro patrimonio naturale e culturale. Insomma, una formula quasi perfetta, che risponderebbe alla necessità di valorizzare il patrimonio pur consentendone la conservazione.

Intimidazioni in Chiapas Organismi come l’organizzazione non governativa (Ong) Conservazione Internazionale e la Bid, sia pur molto criticati per le scelte politiche fatte nella regione, hanno comunque finanziato, negli anni ’90, piccoli progetti di turismo al 100% comunitari, nei quali gli abitanti assicurano una vera preservazione dell’ambiente, finanziata dai guadagni ottenuti con il turismo.

Nei progetti del Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep): «la partecipazione delle comunità è il motore del processo di conservazione e nessuna attività viene fatta senza la popolazione», spiega Diego Masera, responsabile del turismo per l’America dell’organizzazione.

In compenso, da parte degli stati, il dato «comunitario», cioè la creazione e la gestione del progetto da parte degli abitanti, pone un nuovo problema. Una comunità organizzata e cosciente del valore delle risorse naturali, si rivela meno disponibile a vendere la terra a basso prezzo, a lasciarsi privatizzare la fonte di acqua o la cascata.

Nel Chiapas, i progetti di ecoturismo promossi dai governi (locale e federale) non si fondano sul modello comunitario, ma tendono a promuovere un turismo familiare e privato. Il governo locale vanta continuamente l’ecoturismo come «la soluzione ai problemi economici del Chiapas», ma da alcuni anni finanzia i peggiori progetti di ecoturismo del Messico… Secondo Maxime Kieffer, consulente del settore, che ha appena fatto una ricerca in Chiapas, «gli abitanti non sono stati consultati nella fase preparatoria, si presentano loro l’attività e le capanne stesse già pronte, in cemento, senza alcuna sistemazione ecologica per limitare l’inquinamento.

I responsabili non sono formati, manca una gestione collettiva, non c’è nessun progetto di sviluppo locale, nemmeno una riflessione sui rifiuti». Peggio: quando le comunità rifiutano un progetto sulle loro terre, i metodi impiegati per convincerli lasciano presagire un futuro nero per la regione. Così, Roberto Barrios, del consiglio autonomo della comunità zapatista, ha ripetutamente denunciato le intimidazioni, da parte di funzionari pubblici e di investitori privati, per realizzare un progetto eco-turistico nei pressi delle loro cascate. Ora, il primo diritto di una comunità è quello di poter rifiutare l’arrivo di visitatori sulle sue terre – dunque, non vedersi imporre progetti, anche «se sono buoni, veramente buoni», come ripete ossessivamente alla stampa la responsabile del turismo del Chiapas.

Questi progetti sono finanziati anche dall’Unione europea, attraverso il programma Prodesis. Con un partner così poco raccomandabile come il governo di Pablo Salazar (Partito rivoluzionario istituzionale [Pri]), l’Unione appoggia progetti turistici che non hanno niente di ecologico e che per molti versi sono contrari alle regole dell’ecoturismo.
Nella comunità lacandona di Lacanjá Chansayab, le famiglie gestiscono progetti individuali, senza alcuna collaborazione tra loro. Confessano di portare sempre la tunica tradizionale (13), perché, secondo i formatori inviati da Sectur (il ministero del turismo), così vogliono vederli i turisti.

Se si crede ai depliant pubblicitari, il Chiapas è il regno della natura e della pace. Il verde dell’ecoturismo farebbe così sparire il kaki dei soldati, che pure non hanno mai abbandonato la regione dal 1994, data della sollevazione zapatista. In effetti, la pubblicità è astuta e potrebbe funzionare. Nell’ufficio locale del Sectur, a Tuxtla Gutierrez, si riconosce che, benché i progetti realizzati non rispettino i principi chiave dell’ecoturismo, il termine è utilizzato in tutta la promozione del governo.
Co-presiedendo il secondo Forum internazionale del turismo solidale (Fits) in Chiapas, nel marzo 2006, la Francia ha avallato questa falsa immagine. Fox, lo stesso che propone la distruzione della Bassa – California, è stato accolto da Salazar come «il grande fondatore del turismo solidale».

Gli sforzi del Chiapas nel settore sono stati lodati da Jean-Louis Dieux, vice presidente della regione Provence – Alpes – Côte d’Azur, che ha presentato il Chiapas come un pioniere, e presto un modello, di turismo solidale… Nel contempo, i partecipanti al forum provenienti dall’Africa e dall’Asia criticavano, in una lettera aperta agli organizzatori, il fatto «di non aver potuto discutere con alcuna comunità nel corso delle visite sul terreno». Un’ulteriore prova che la visione offerta dal governo locale non è esattamente la stessa dei partecipanti a questo forum.

All’interno del Fits, come altrove, salvare la denominazione di «ecoturismo» è diventata una priorità per reti, associazioni, universitari che difendono il concetto. Il marchio, in particolare per il turismo solidale, è sembrato, all’inizio, la soluzione più indicata.

Il marchio del turismo solidale deve garantire, oltre alla cura della tutela dell’ambiente, la gestione da parte degli abitanti del progetto di turismo e il reinvestimento di parte dei profitti in servizi comuni.

In Francia, gli operatori turistici solidali, oggi riuniti nell’Associazione per un turismo equo e solidale (Ates), hanno invitato Fairtrade Labelling Organisation (Flo) (14), che controlla la catena del commercio equo, a lavorare su questo tema. Queste associazioni, trasformatesi in operatori turistici, hanno in effetti tutto l’interesse a giocare sulla trasparenza e a mettere in evidenza la propria capacità di azioni solidali e la propria etica, quando altre agenzie si limitano a un codice di buona condotta, ma nella pubblicità utilizzano espressioni accattivanti quali «turismo responsabile».

Esclusi i piccoli progetti Ma la certificazione rimane un processo pesante, complesso e costoso.

Per Ernest Cañada, responsabile dell’Ong spagnola Azione per un turismo responsabile (Atr), «le spese per la certificazione legata al marchio escludono i piccoli progetti». In Messico, per esempio, il costo di certificazione del marchio del commercio equo sfiora i 2.000 euro l’anno per un’organizzazione di produttori di caffè. «Inoltre – prosegue Cañada – , certificando il caffè di multinazionali come Nestlé, Mac Donald o Carrefour, Flo ha preso una strada che non è la nostra.

Certificare attività di ecoturismo che presto porteranno a catene alberghiere, e che per altro continueranno a violare i diritti dei lavoratori, per noi non ha alcun senso».

Per non riproporre gli errori fatti con il marchio del commercio equo, si dovrebbe evitare che le spese di certificazione siano sostenute dai progetti stessi, affinché anche i più piccoli – che sono la maggioranza – possano entrare nella rete. Ma soprattutto, un marchio di turismo solidale, duraturo o responsabile, dovrebbe, per principio, escludere dalla competizione i grandi gruppi turistici.

Con o senza marchio, l’ecoturismo deve smettere d’ingannare il cliente.

L’attivismo non è una soluzione universale applicabile ovunque: non è possibile riconvertire in «guide», col pretesto della protezione o dello sviluppo sociale, tutti i popoli che vivono vicino a un sito archeologico o a una foresta primaria. Il governo del Chiapas fa una scommessa pericolosa sul futuro piazzando, così velocemente e così male, le proprie carte sulla casella «ecoturismo». E come il commercio equo non ha evitato la crisi del caffè nella regione, l’ecoturismo «adulterato» non farà miracoli contro la povertà.

di ANNE VIGNA
Giornalista, presidente dell’associazione EchoWay (promozione dell’ecoturismo solidale).

note:
(1) L’università della California, la National Geography Society, Counterpart International, o ancora Global Heritage Fund.
(2) In Chiapas, l’organizzazione Maderas del pueblo ha spesso denunciato programmi di bio-pirateria presentati come ecoturismo. Finora queste denunce non sono provate, ma le autorità non hanno condotto alcuna seria inchiesta.

(3) La Fsc è un’organizzazione non governativa (Ong) che dal 1993 riunisce proprietari di foreste, di imprese della filiera del legno, gruppi sociali e associazioni ecologiste. Il marchio Fsc si basa su dieci principi e cinquantasei criteri; la verifica viene fatta da società di certificazione indipendenti.

(4) Il piano Puebla – Panama è un piano di «sviluppo», il cui compito è creare infrastrutture (strade, porti, dighe, ecc.) per permettere l’insediamento di attività economiche (maquilladoras, miniere, ecc.) da Panama fino allo stato di Puebla in Messico. Si legga Braulio Moro, «Il piano «Puebla-Panama», nuova trappola dell’America latina», Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 2002.

(5) Documenti della Bid, progetti turismo, piano Puebla – Panama.
iadb.org/ppp
(6) Si veda il dossier dell’Ong guatemalteca Tropico verde, sul suo sito («Qué es el proyecto Mundo Maya?»), tropicoverde.org
(7) «Dichiarazione delle isole Galapagos» (2002), Vertice ibero -americano e caribico dei venti ministri del turismo e dell’ambiente (Ecuador).
Gli impegni presi sono stati confermati dagli stessi, nel settembre 2004, con la «Dichiarazione del fiume Amazonas», nel corso del vertice d’Iquitos (Brasile).
(8) Gli altri segmenti comprendono il turismo culturale, il turismo d’affari, il turismo da crociera, il turismo di avventura e l’ecoturismo.
Fonte: Sectur (ministero del turismo messicano), Proyectos en desarrollo, Messico, 2005
(9) Per l’Unesco, queste isole ospitano la più ricca biodiversità marina del mondo: ottocentonovantuno specie di pesci, seicentonovantacinque specie di piante acquatiche e un terzo dei cetacei.
(10) Adottata nel maggio 2002, dopo l’Anno internazionale dell’ecoturismo nel 2001.

(11) Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp), Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep), Omt.

(12) La maggior parte dei progetti riguarda comunità contadine o indigene insediate in ambienti protetti da una legislazione nazionale o internazionale (le riserve della biosfera dell’Unesco, il corridoio biologico meso-americano…).
(13) I Lacandona non sono il popolo originario della «foresta lacandona», anche se il governo «vende» questa falsa identità. Questa popolazione maya è originaria della penisola dello Yucatan.
(14) La Flo è nata nel 1997, per riunire una ventina di associazioni del commercio equo sparse in tutto il mondo (tra cui Max Havelaar).
Nel 2004, Flo-cert ha certificato cinquecentoquarantotto cooperative.