Gilberto Camilla: Introduzione allo studio della DMT

Il Giornale Online

Sono fermamente convinto che in qualche luogo, nel cervello, esista una molecola spirituale che origini o alimenti il misticismo e altri stati modificati di coscienza endogeni (R.J. Strassman)

INTRODUZIONE

La DMT, N, N-dimetiltriptamina, è un composto appartenente alla classe delle triptamine, presenti in molte piante (Acacia, Anandenanthera, Mimosa, Virola, etc.) ed è il principio attivo delle famose polveri da fiuto allucinogene dell’America meridionale, note sotto i nomi indigeni di yopo, parika, cohoba. E’ anche parte essenziale della bevanda sacra nota col nome di ayahuasca o yagé.
Derivati dalle triptamine allucinogene sono presenti anche negli animali: La bufotenina (5 idrossi-DMT) ad esempio si trova nella secrezione ghiandolare di molte specie di rospi e anfibi.

La DMT e altre triptamine e N-metil-triptamine, sono metaboliti endogeni nei topi e in altri mammiferi, uomo compreso, così come nei polmoni, nel cervello, nel sangue, nel fluido cerebrospinale, nel fegato, nel cuore e in altri tessuti, sia dell’uomo che di altri mammiferi sono presenti enzimi capaci di catalizzare la biosintesi del catabolismo delle triptamine allucinogene.
È stato anche ipotizzato un ruolo neuroregolatore della DMT endogena nei mammiferi, e un suo possibile ruolo nella regolazione del sonno REM.
La DMT sintetica, oggetto di questa breve introduzione, si presenta come un liquido lattescente dal pungente e caratteristico odore che fornisce dei cristalli bianchi che, dopo successivi passaggi, si trasformano in una sostanza vischiosa e infine in un olio di color arancione.

DMT, SEROTONINA E GHIANDOLA PINEALE

La ghiandola pineale (o epifisi) è una ghiandola dell’epitalamo, nella regione diencefalica. Si tratta di un piccolo corpicciolo di colore grigio rossastro, del volume di un pisello e dall’aspetto di un frutto di pino. La sua base è collegata con il talamo ottico mediante un peduncolo formato da tre cordoncini per lato, ed è vicina ai canali del liquido cerebrospinale; inoltre è situata in modo quasi strategico vicino ai centri emozionali e sensoriali del cervello, o collicoli. La ghiandola pineale è esattamente sopra questi collicoli, separata solo da un piccolo canale di liquido cerebrospinale. Infine è circondata dal sistema limbico, una serie di “strutture” cerebrali che presiedono all’esperienza di varie emozioni, dalla rabbia alla gioia, dalla paura al piacere.
Le tradizioni mistiche sia occidentali che orientali concordano sul fatto che i livelli più profondi (o più “elevati”, se preferite) dell’estasi sono accompagnati dalla visione di un’accecante “luce bianca”. Questa illuminazione sarebbe il risultato di una sorta di sviluppo della coscienza attraverso varie tappe di crescita spirituale, psicologica ed etica.
Nella tradizione induista queste tappe sono rappresentate dai chakras, e quello più “elevato” è chiamato “Corona” o Loto dai Mille Petali”. Nella maggior parte delle tradizioni questa “corona” si trova al centro e alla sommità del cranio e corrisponde, a grandi linee, proprio alla ghiandola pineale.

L’interesse scientifico nei suoi confronti si fece pressante con René Descartes (1596 – 1650).
Come molti lettori sapranno, il merito del grande filosofo francese fu quello di distogliere l’attenzione dallo studio dell’anima (filosofia cristiana) in senso astratto per rivolgerla allo studio della mente e delle sue funzioni. Mente e corpo, benché totalmente separati e distinti, interagiscono nell’organismo umano: la mente può influenzare il corpo e viceversa. Per esistere questa “comunicazione” doveva necessariamente esistere un punto di interazione, in cui mente e corpo potessero esercitare la loro reciproca influenza. Questo punto di interazione doveva trovarsi nel cervello, perché le ricerche fisiologiche del tempo stavano sempre più dimostrando che il cervello era il centro delle funzioni della mente. Descartes si convinse che dal momento che l’unica parte del cervello ad essere singola ed unitaria (non divisa e sdoppiata nei due emisferi) era la ghiandola pineale o conarium, non poteva essere che lei il punto di interazione. È importante ricordare che Descartes non sosteneva che l’anima fosse contenuta nel conarium, ma che questo non fosse altro che il semplice punto di interazione.

La ghiandola pineale, dal punto di vista evolutivo, non è sempre stata calata nella profondità del cranio, come è oggi nell’uomo e nella maggior parte dei vertebrati; sembra che un tempo essa fosse sollevata da una sorta di piedistallo e raggiungesse la parte superiore del cranio, funzionando quasi da “terzo occhio”. Ancora oggi in alcune isole della Nuova Zelanda vive un rettile primitivo provvisto di occhio pineale quasi in funzione. Si è pertanto avanzato l’ipotesi che l’occhio pineale, collocato proprio sulla parte superiore del cranio, abbia potuto esser usato da termostato per controllare il calore del corpo (essendo colpito direttamente dal sole), servendo così da transizione evolutiva fra i rettili e i mammiferi a sangue caldo. È inoltre possibile che all’internalizzazione “fisica” dell’occhio pineale corrisponda una internalizzaizone psichica, che abbia rafforzato la facoltà di visione interna dei contenuti psichici, dato che questi contenuti sono stati primitivamente originati dalla visione di fatti esterni.
Ma la ghiandola pineale è qualcosa in più di un semplice retaggio evolutivo. Nel feto diventa visibile alla settima settimana di gestazione, esattamente quando si formano i caratteri sessuali differenziati; prima di questa data il sesso del feto è indeterminato, o per lo meno è sconosciuto.

Numerose sostanze sono state isolate nella ghiandola pineale: norepinefrina, serotonina, istamina e melatonina.
La melatonina è stata scoperta nel 1958 dal prof. Aaron B. Lerner e da altri ricercatori dell’Università di Yale.
La melatonina viene sintetizzata a partire dall’aminoacido triptofano. Uno dei prodotti intermedi è la serotonina (il neurotrasmettitore che tanta parte ha nell’azione della maggior parte degli psichedelici), che viene trasformata in N-acetilserotonina dall’enzima n-acetiltransferasi e quindi trasformata in melatonina dall’enzima idrossi-o-metiltransferasi.
Questi enzimi sono regolati attraverso la retina dalla luce solare, per cui si ha aumento notturno della secrezione di melatonina e diminuizione diurna. Tramite l’aumento serale della melatonina arriva la sonnolenza notturna; il livello di melatonina crolla colla luce dell’alba.
Nei mammiferi la melatonina inibisce lo sviluppo delle ghiandole sessuali, influenza l’estro, possiede una azione tireotrofica, negli anfibi provoca schiarimento della cute.
La melatonina impedisce lo sviluppo sessuale dell’infanzia; questa ipotesi è confermata dal fatto che tumori della ghiandola pineale nell’infanzia, che bloccano la sintesi di melatonina, si accompagnano ad uno sviluppo sessuale precoce. Ricercatori hanno trovato una riduzione nel sangue della melatonina nell’insonnia, che difatti è più diffusa negli anziani.

Il fatto curioso che il nome esteso della melatonina è N-acetil-5-metossi-triptamina, quindi una triptamina endogena. La sostanza fu inizialmente ritenuta da Strassman il candidato principale per essere la molecola spirituale, ipotesi ben presto accantonata perché la melatonina non possiede attività allucinogena, anche se a dosaggi elevati provoca la comparsa di sogni molto vividi.

La ghiandola pineale è un incredibile “laboratorio” biochimico: la adrenalina e la noradrenalina sono due neurotrasmettitori che permettono la sintesi melatoninica nella ghiandola pineale; e ancora: la serotonina, si trasforma a sua volta in melatonina, ed è anch’essa presente nella ghiandola.
Per non addentrarci in argomenti troppo complicati per non addetti ai lavori e che d’altra parte esulano dagli scopi di questo articolo, possiamo riassumere dicendo che la ghiandola pineale trasforma la serotonina in triptamina, precursore chimico della DMT. Il processo avviene con particolari enzimi, metiltrasferasi, che si legano ad un gruppo di metile (un atomo di carbonio e tre di idrogeno) e lo trasformano in altra molecola. Se si sottopone a questo processo la triptamina per due volte, avremo la dimetil-triptamina, cioè la DMT.

FARMACOLOGIA

La DMT è probabilmente lo psichedelico più spettacolare, grazie alla sua azione estremamente rapida; chimicamente presenta una struttura indolica affine alla psilocibina e alla psilocina.
Pur essendo stato sintetizzata nel 1931, la prima ricerca scientifica sulle sue proprietà psicoattive fu effettuata nel 1956 da Stephen Szara, allora capo del settore biomedico nella divisione di ricerca del National Istitute of Drug Abuse.
La sostanza ebbe la sua massima diffusione come droga ricreazionale negli anni ’60, soprattutto negli Stati Uniti, dove fu ribattezzata businessman trip, il “trip dell’uomo d’affari”, proprio per la rapidità dei suoi effetti. In seguito fu quasi dimenticata, fino all’inizio degli anni ’90, quando entrò a far parte di un vasto ed interessante progetto di ricerca da parte dell’équipe del dr. Strassman. L’esperienza personale tratta da questa ricerca è stata riassunta dallo stesso Strassman nelle pagine di ALTROVE (STRASSMAN, 1999) prima di essere pubblicata in un libro (STRASSMAN, 2001).
La DMT è una sostanza estremamente interessante, sia dal punto di vista biochimico che da quello dell’esperienza che determina.
La sostanza è inattiva oralmente, anche a dosaggi estremamente elevati, superiori ai 1.000 mg.
Con un’iniezione intramuscolare vi è la comparsa dell’attività a partire da 30 mg. mentre una completa esperienza psichedelica si presenta a dosaggi di 50-70 mg.

Il metodo più comune di assunzione è quello di mescolarlo con tabacco o altre sostanze per fumarlo. La cosa che maggiormente balza agli occhi è l’incredibile rapidità d’azione: la totalità degli effetti si manifesta entro pochi secondi, con un culmine tra il terzo e il decimo minuto. Gli effetti scompaiono in 15-30 minuti. Tutti i consumatori concordano sul fatto che non c’è modo di prepararsi al “viaggio”, se non quello di stare sdraiati o comodamente seduti e lasciarsi andare all’affollarsi estremamente accelerato degli impulsi sensoriali. Il limite, o per meglio dire, un inconveniente -almeno secondo il mio giudizio- della DMT nella ricerca sperimentale sta proprio in questa immediatezza degli effetti, che può provocare una sorta di reazione di panico, e quindi all’instaurarsi di difese e resistenze che possono bloccare o inibire il normale decorso dell’esperienza soggettiva.
Dal punto di vista biochimico la DMT ci offre interessanti elementi nella prospettiva della teoria organicistica, in quanto la sostanza può essere considerata endogena. Tracce della sostanza sono infatti presenti nel fluido cerebrospinale dell’uomo, e specifici recettori per la sostanza sono stati rinvenuti da più studi presenti nel cervello dei mammiferi. Una delle più comuni sensazioni riportate dalla maggior parte degli sperimentatori è una sorta di “dejà vu”, l’impressione di aver già vissuto in un non meglio precisato “passato” lo stesso genere di esperienza emozionale ed estetica.

Questo è riportato anche da coloro che assumono la DMT per la prima volta. E’ come se tutti noi conoscessimo inconsciamente gli effetti della sostanza: l’intrigante ipotesi, tutta da dimostrare, è che in qualche tappa della nostra ontogenesi le triptamine endogene siano state presenti nella chimica del nostro corpo in quantità superiori a quanto non lo siano nell’adulto sano, o che esse siano state, per ragioni sconosciute, psichicamente attive.
Ma la DMT sembra dare sostegno anche alla vecchia teoria delle psicotossine endogene: la ricerca biochimica ha evidenziato la presenza della sostanza in quantità non trascurabili anche nelle urine e nel sangue di pazienti schizofrenici.PROSPETTIVE E CONCLUSIONI
Negli ultimi anni mi sono ritrovato a studiare la documentazione di quasi mezzo secolo di ricerche, sia italiane che nord americane. Inoltre ho potuto raccogliere le testimonianze di molti soggetti che avevano avuto esperienze al riguardo.
Focalizzare l’attenzione sulla DMT può essere interessante –in prospettiva di una futura ricerca legale- per una serie di motivi: è una sostanza estremamente potente; si trova nel corpo umano e la sua funzione non è ancora stata spiegata propriamente. La sua azione estremamente rapida la rende particolarmente indicata per una ricerca clinica, e non presenta –essendo una sostanza poco nota- grandi aspettative da parte di eventuali sperimentatori.

I suoi aspetti positivi possono essere così riassunti:
1- breve durata;
2- esperienza profonda;
3- potenti e variegate sensazioni;
4- cambiamenti radicali di prospettiva;
5- esperienze transpersonali intense.
Gli aspetti negativi possono comprendere:
1- Esperienze destrutturanti;
2- difficoltà di fumare la sostanza;
3- ipertensione e cefalea;
4- difficoltà di integrare l’esperienza;
5- paura

Per “quantificare” e “qualificare” farò riferimento alla classificazione di Pahnke che divise l’esperienza soggettiva prodotta da psichedelici in cinque gruppi: l’esperienza psicotico simile, l’esperienza cognitiva, l’esperienza estetica, l’esperienza psicodinamica e l’esperienza transpersonale; questi cinque gruppi sono ovviamente mescolati tra loro e in qualche modo accompagnano l’esperienza in quanto tale, diventando una sorta di fasi. Dal mio studio però l’azione delle singole sostanze sembrerebbe privilegiare un tipo di esperienza rispetto ad un’altra.

L’ESPERIENZA PSICOTICO SIMILE è caratterizzata da confusione mentale, da vari gradi di paura, dall’ansia al panico; da sintomi paranoici, da depressione, manie di grandezza, incapacità di ragionamento astratto, malesseri somatici. Il termine è abitualmente impiegato per indicare qualsiasi esperienza negativa, il così detto “brutto viaggio”, ma nello specifico è caratterizzata dalla perdita dell’Io e del concetto di identità di tipo psicotico: in altre parole, nell’esperienza psicotico simile la destrutturazione dell’Io è estremamente profonda e rapida.

L’ESPERIENZA COGNITIVA è invece caratterizzata da uno stato mentale estremamente lucido: la mente, il pensiero, sembrano in grado di poter cogliere le cose sotto prospettive nuove. L’esperienza creativa può avere qualcosa in comune con questa classe esperienziale, anche se la relazione non è mai stata studiata con sufficiente attenzione.
L’ESPERIENZA ESTETICA è dominata dagli aspetti percettivi, con una modificazione e un’intensificazione di tutte le modalità sensoriali. Caratteristici sono i fenomeni di sinestesia (ad esempio “vedere” i suoni o “ascoltare” i colori), della percezione di movimenti negli oggetti (i muri sembrano “respirare”). Ad occhi chiusi compaiono visioni di scene, di complesse geometrie, di forme architettoniche, etc.

L’ESPERIENZA PSICODINAMICA è caratterizzata dal ritorno in superficie di materiale precedentemente inconscio o preconscio. Abreazione e catarsi sono elementi di ciò che può essere vissuto come un’attualizzazione di traumi del passato o la rappresentazione simbolica di conflitti rimossi. E’ questa l’esperienza solitamente ricercata quando gli allucinogeni vengono impiegati in un contesto psicoterapeutico.
L’ESPERIENZA TRANSPERSONALE, detta anche esperienza trascendentale, è quella più difficile da descrivere e da valutare, e presenta evidenti analogie con le esperienze mistiche ed estatiche. Consiste, in parole povere, in una destrutturazione dell’Io alla quale segue una ristrutturazione più integrata e più completa.

Dal punto di vista psicodinamico, in riferimento ai cinque gruppi esperienziali di Pahnke di cui sopra, la DMT sembrerebbe non produrre un’esperienza psicotico simile: forse la rapidità dell’esperienza non permette una metabolizzazione dei contenuti emozionali in chiave psicotica, se non di brevi episodi di paura, confinati alla primissima fase dell’ebbrezza, nei secondi iniziali. Questa “paura” è però di tipo razionale, legata essenzialmente alla rapidità degli effetti della sostanza che, come disse il filosofo Alan Watts “è come essere sparati da un cannone atomico”. Assenti sono reazioni di tipo paranoico, maniacale; malesseri somatici si presentano soltanto nei primissimi minuti dopo l’assunzione: tachicardia, sudorazione, vertigini, e probabilmente sono anch’essi determinati da una reazione fisiologica organica. Si possono verificare esperienze di paura, vissute per lo più come distanti e marginali, anche se intense e totali. Un soggetto riferì: “Arriva la paura con una presenza nera, un’ombra che fa da contraltare alla bellezza sfolgorante di prima, ma che sento come un’altra faccia della stessa medaglia. Questa bellezza sconvolgente è al tempo stesso terrificante; a volte vedo figure nello spazio composte da tratti neri paralleli tra di loro che incombono verso di me e sento rigidità alla nuca”. Un altro “Mi sono aggrappato a xxx come un animaletto che si aggrappa alla pelliccia della madre per sopravvivere mentre il mio corpo con degli spasmi si contraeva e si distendeva violentemente (…) tremante di paura e di freddo”. Per definire e spiegare la “marginalità” della paura, un intervistato disse che la paura è fisicità che non ha nulla a che fare con l’esperienza con DMT, che ci proietta in un “altro mondo”, lontano dal corpo e dalla fisicità.

Scarsa è anche l’influenza dell’esperienza cognitiva: anche in questo caso la rapidità con cui si manifestano e terminano gli effetti non lascia spazio a possibili insights di tipo psicologico, filosofico o artistico.
Dilatata all’ennesima potenza è invece l’esperienza estetica: un soggetto riferì di vedere “colori che si muovevano, come dei frattali. Ero in un palazzo arabo in cui tutto quello che mi circondava erano arabeschi sgargianti in movimento”.
Oppure: “Subito arriva l’immagine di uno sfondo verde animato da linee scure in movimento che descrivono disegni arabescati. Gli sfondi poi cambiano colore, ricordo il giallo e poi forse l’azzurro”.
Notevolmente interessata è anche la dimensione transpersonale o trascendentale: un altro soggetto descrisse la sua esperienza in questi termini: “Avevo la sensazione di essere portato via, e mi sono dimenticato del mio corpo, della mia vita. Mi sono ritrovato in un altrove fuori di me, oltre la mia coscienza, più in là. Mi ero affacciato su di un altro mondo”.
“Nelle forme che si creano mi sembra di avvertire occhi senza forma che mi guardano e una presenza oltre l’umana esperienza, da cui emana un’energia dalla quale mi sento sovrastato”.

In chiave psicoterapeutica l’azione della DMT sembra essere sostanzialmente trascurabile, non alimentando un’esperienza psicodinamica. La maggior parte delle ricerche non evidenzia il riemergere di ricordi, traumi o simbolizzazioni di conflitti rimossi. Anche in questo caso, il rapidissimo decorso dell’esperienza con DMT sembrerebbe, almeno allo stato attuale della ricerca, ostacolare l’utilizzo della sostanza a scopi psicoterapeutici; la “rapidità” della sostanza deve essere valutata in due sensi: 1) la difficoltà di seguire qualsiasi sequenza del pensiero, letteralmente inondato da fenomeni percettivi; 2) l’esperienza non resta a lungo impressa. In ogni caso la DMT non può certo competere con l’azione introspettiva dell’LSD o della mescalina. A differenza però di queste sostanze la DMT non sembra lasciare conseguenza alcuna al termine dell’esperienza: nelle ore successive, spesso anche il giorno dopo, il soggetto vive un profondo senso di benessere e di lucidità mentale.

Nonostante ciò, personalmente sono del parere che la sperimentazione clinica con DMT possa riservare in un prossimo futuro risposte interessanti sul piano specificamente biochimico.La DMT infatti, fra tutti gli allucinogeni, è quello che presenta un’azione che possiamo definire abbastanza costante, con una serie di temi comuni in un’altissima percentuale di sperimentatori. I più importanti di questi temi comuni sono quelli evidenziati anche da Strassman nell’articolo pubblicato su ALTROVE:
1- L’esperienza di una sorta di “natura abitata”: quasi il 90% dei consumatori riferisce sensazioni (o visioni) di venire trasportati in un altro mondo da “entità”: spiriti, angeli, demoni o esseri extraterrestri. Un soggetto descrisse di aver volato accompagnato da “i Signori dell’Universo, esseri soprannaturali mostruosi, ma non spaventevoli: figure umane con la testa di uccelli, serpenti alati, alberi con la testa umana, strane sfere con occhi, naso, bocca e minuscoli arti”.

2- L’esperienza di morte. Anche qui la maggior parte degli sperimentatori afferma di aver avuto la reale sensazione di essere sul punto di morire. Un soggetto riferì di essere stato “nella dialettica tra la vita e la morte come se vivessi una vera e propria iniziazione passando in mezzo a questi due grandi opposti complementari”. Perché questa uniformità di sensazioni, si chiede Strassman? E’ soltanto “un’esperienza di “morte psicologica”, caratteristica di molte esperienze psichedeliche e sciamaniche, la cui attinenza con la morte reale è tutta da dimostrare, oppure è una sorta di “anticipazione” del momento del trapasso? Strassman ipotizza che la ghiandola pineale possa produrre, al momento della morte, DMT o triptamine analoghe. In questo caso il campo di ricerca e di sperimentazione si amplierebbe e avrebbe dei risvolti clinici non indifferenti: la DMT potrebbe, in questa direzione, essere una specie di “allenamento” per i malati terminali e per chi è interessato al processo della morte.

fonte: ecn.org

Gilberto Camilla: Introduzione allo studio della DMT ultima modifica: 2007-10-04T10:24:09+00:00 da Richard
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Noi siamo l’incarnazione locale di un Cosmo cresciuto fino all’autocoscienza. Abbiamo incominciato a comprendere la nostra origine: siamo materia stellare che medita sulle stelle. (Carl Sagan)