Il serpente biblico nei fantasmi di Charles Dickens

Il serpente biblico nei fantasmi di Charles Dickens 1I – “Le voci di dentro” di Edoardo De Filippo

di una saggezza nel tempo

Voi mò volete sapere perché siete assassini … in mezzo a voi magari ci sono pure io e non me ne accorgo … Avete sospettato l’uno dell’altro … Io vi ho accusati e voi non vi siete ribellati, lo avete ritenuto possibile. Un delitto lo avete messo fra le cose probabili di tutti i giorni; un assassinio nel bilancio familiare! La stima, don Pasqua’, la stima! … La fiducia scambievole … senza la quale si può arrivare al delitto.

È un accenno a “Le voci di dentro”, la nota opera teatrale del grande commediografo napoletano Eduardo De Filippo, della quale è mostrato in copertina l’immagine di uno scenario del secondo atto (come dire vecchie ‘sedie’ che  dicono la loro, ma non senza l’immagine di un Santo e un Cristo del sacrificio), porta alla comprensione di questo mio prologo, “Voci di dentro” che si esprimono per l’energia presente in certe mie voci di origine interiore, sorgenti dal mio stato di coscienza profondo. Ecco che il mio vero pensiero, presubilmente molto chiaro a questo stato di coscienza profondo, estraneo alla vita esteriore, poi non trova l’adeguata parola di veglia e si dimezza nel valicare interiorità. Naturalmente sto parlando di una spiegazione che mi sono dato io su un corrispondente processo mentale. Di qui non mi resta altro modo per esprimermi similmente a quel personaggio di Eduardo De Filippo di Le voci di dentro, Zio Nicola, detto ‘Sparavierz’ (spara versi) poiché il suo unico modo di comunicare è ai limiti dell’assurdo: rinunciando all’uso della parola, si esprime solamente attraverso botti e fuochi artificiali, girandole colorate e tric trac. E nel mio caso, al posto dei fuochi artificiali, non posso far altro che esprimermi diligentemente con concezioni mentali insolite, per palesare un pensiero sorgivo in me dalla coscienza profonda, non senza l’apporto del disegno che fa da ‘microfono’ alle supposte “Voci di dentro”, latori di messaggi  ivi occultati che io riesco ad attivare.

In effetti, per me è come spiega Eduardo De Filippo, in particolare, sul personaggio Zio Nicola, in un’intervista:

Quando io scrivo, io sento parlare dentro di me il mio personaggio, sento parlare il mio popolo, il personaggio è ricercato in esso. Lo zio Nicola per esempio, esiste. In una vecchia raccolta di articoli di Ferdinando Russo si parla di un fuochista napoletano che descrive con precisione questa specialità, questa arte. Era un poeta dei fuochi artificiali. Quando si innamorava i suoi razzi e le sue girandole erano bellissime, tutti colori teneri. Se era triste invece si avvertiva dai colori e anche dagli scoppi. Aveva un suo modo di esprimersi attraverso questa forma d’arte. Siccome io avevo bisogno di un personaggio che rappresentasse la saggezza (e la saggezza non può parlare), allora mi ricordai di Zio Nicola, vedevo questo personaggio e poi lo avevo impresso dentro di me anche perché lo conoscevo” [Da Sipario, Roma n° 119, 1956] .

Come considerare, allora, questo mio scritto di altro genere di ‘fuochi artificiali’, se non come Voci di dentro di una saggezza smarrita nel tempo? “Voci di dentro” di un altro grande personaggio della cultura, Charles Dickens attraverso i suoi racconti. Voci di fantasmi si verrà a capire, esseri non diversi da quelle sedie accatastate della scena teatrale di Edoardo De Filippo di copertina. “Sedie” per spettatori o interpreti dei fatti di Dickens? Per entrambi…

Ma forse ho preso lucciole per lanterne.

Charles Dickens
Charles Dickens

II – I fantasmi di Charles Dickens nella sua vita ordinaria 

Si conosce Charles John Huffam Dickens (7 febbraio 1812 – 9 giugno 1870) scrittore, giornalista e reporter di viaggio britannico, considerato uno dei più importanti romanzieri di tutti i tempi, nonché uno dei più popolari. Ci sono note le sue prove umoristiche (Il circolo Pickwick),  i suoi romanzi sociali (Oliver Twist, David Copperfield, Tempi difficili, Grandi speranze, Canto di Natale), ma ciò che incuriosisce in modo particolare è la sua disposizione nell’inserire in diversi suoi racconti i fantasmi, ed è qualcosa che sfugge alla comprensione se si vuol capire perché. E forse è in questa sede che risiede il suo segreto del successo dei suoi scritti: sorge l’idea che è da qui che si eleva a dismisura la sua genialità. E ancora di più, nell’intravedervi l’uomo in lui che, se da un lato sembra fosco e colmo di strane cose, dall’altro Egli si eleva emanando una luminosa spiritualità per il altruismo verso i diseredati e gli emarginati. Allora, non potendo fare altro, per scoprire la sua interiorità da cui sorge tutto ciò, può servire di sapere chi era l’uomo nella vita ordinaria in Charles Dickens, l’uomo durante la vita familiare, la sua storia in questa sfera domiciliare.

Tutto ebbe inizio in lui, ancora quando era un ragazzetto, allorché il padre finì in galera per debiti, e fu costretto a lavorare in una fabbrica che produceva lucido da scarpe. Incollava le etichette sulle bottiglie di lucido, per dieci/dodici ore al giorno e sei scellini alla settimana. Fu questa la fucina per Dickens ancora giovanissimo per far nascere in lui un uomo diverso dagli altri, quasi un estraneo.

– Storia di un’ossessione

Nel 1836 Dickens sposò Catherine Hogarth, ma pare che divenne molto intimo con una delle sue due sorelle minori, Mary.

Quando, nel 1837, Mary Hogarth morì a soli diciassette anni, Dickens reagì in maniera per molti esagerata: le sfilò dal dito un anello che poi avrebbe portato per tutta la vita, conservò tutti i suoi abiti e dichiarò addirittura di voler essere sepolto nella sua stessa tomba. Pare che per anni sia stato perseguitato da visioni del suo fantasma.

A Mary sono ispirati molti personaggi femminili del grande scrittore, tra cui la piccola Nell de La bottega dell’antiquario.

Dickens fu ossessionato per tutta la vita dalla giovane cognata prematuramente scomparsa, di cui scrisse: “Il ricordo di lei è una parte essenziale del mio essere ed è inseparabile dalla mia esistenza come il battito del mio cuore”.

Maniaco dell’ordine e dell’igiene

Sembra che Dickens fosse solito riordinare in modo compulsivo: si rifiutava di scrivere in una stanza in cui tavoli e sedie non fossero esattamente al loro posto.

Era anche un maniaco dell’igiene: si spazzolava i capelli centinaia di volte al giorno e, ogni volta che un amico si allontanava, puliva tutto meticolosamente.

– Superstizioni e scaramanzia

Dickens toccava tutto tre volte per scaramanzia, pensava che il venerdì gli portasse bene e si allontanava sempre da Londra il giorno in cui veniva pubblicata l’ultima puntata di uno dei suoi romanzi.

Sosteneva di non poter dormire se non con il viso rivolto a nord, a causa di non meglio precisate correnti terrestri e questioni di elettricità positiva e negativa.

Credeva che l’allineamento dei pianeti fosse un forte stimolo alla creatività.

– Un macabro passatempo

Dickens era morbosamente attratto dall’obitorio, dove trascorreva intere giornate ad osservare i cadaveri non identificati esposti al pubblico.

“Una forza misteriosa mi attrae all’obitorio”, dichiarò.

Non solo. La stessa “attrazione per la repulsione” – così la definì – lo spingeva anche a recarsi sulle scene di delitti famosi e a soffermarsi sui macabri dettagli di efferati crimini.

 -Porte segrete e libri immaginari

Nello studio della sua abitazione a Gad’s Hill Place, nel Kent, Dickens aveva delle porte segrete camuffate da librerie, con ripiani su cui poggiavano libri immaginari, con titoli inventati da lui stesso. […]

– Un gran fiuto per gli affari

Nel corso della sua fortunata carriera Dickens dimostrò di possedere un gran fiuto per gli affari.

In primo luogo, ebbe la redditizia idea di serializzare i suoi romanzi. Era pagato a puntata: più erano le puntate, maggiori i compensi corrisposti.

Pensò, inoltre, di pubblicare e ripubblicare le sue opere in varie edizioni speciali, altra trovata che contribuì a renderlo benestante.

“Un reddito annuo di venti sterline e spese annue di diciannove sterline e sei pence portano alla felicità”, dichiarò. 1

III – Gli idiot savant

Riflettendo su tutta la parata scenica di uomo che non ci si aspetta di vedere in Charles Dickens appena descritta,  imbrogliata come sono le trame dei suoi racconti, per esempio The Mistery of Edwin Drood, assai ingarbugliata e che sarà oggetto di approfondimento, Dickens  lo si può paragonare a certe persone insolite, note col termine di idiot savant.

Gli idiot savant trascorrono un’eccezionale quantità di tempo a giocare con i numeri e a risolvere problemi, devono farlo perché c’è sempre moltissimo da imparare. Ed è così anche per Dickens che si diletta a giocare con i suoi personaggi che trae dalla sua mente, proprio come se fossero dei numeri.

I soggetti colpiti dalla sindrome del savant (in lingua italiana resa con idiota sapiente) indica una serie di ritardi cognitivi anche gravi che essi presentano, accanto allo sviluppo di un’abilità particolare e sopra la norma in un settore specifico. E di ritardi così anomali Dickens nè aveva fin troppi come si è visto, anche se non come quelli dei consueti idiot savant che si conoscono. In genere le loro abilità si possono riscontrare in diversi campi: arti visive, in particolare nel disegno, musica, specifiche abilità matematiche o meccaniche. Meno frequentemente sono state riscontrate abilità eccezionali in aree come quella del linguaggio, ovvero delle lettere, ma il caso di Charles Dickens fa eccezione. Infatti se esaminiamo i suddetti fatti della sua vita ce ne convinciamo, altrimenti come si spiega la sua genialità di scrittore che gli ha permesso di ottenere tanta fama al suo tempo e che continua ad esserlo in questa epoca? È nel marasma di tutte le sue anomalie, come di una popolazione di un immaginario mondo del caos, che Dickens trae i suoi personaggi per metterli sul palcoscenico dei suoi racconti. Ecco è già da qui sorge l’idea che in qualche modo se ne trovi comunque il segno, da un lato nelle sue opere e particolarmente l’ultima, quella incompiuta The Mistery of Edwin Drood, cui seguì la sua morte avvenuta il 9 giugno 1870 a causa di un’emorragia cerebrale; e dall’altro lato in fatti collaterali particolarmente noti in cui Dickens resta coinvolto e particolarmente noti pubblicamente. Ed è fra questi un clamoroso disastro ferroviario, avvenuto il 9 giugno 1865 a  Staplehurst dove ci furono morti e feriti, giusto cinque anni prima nello stesso giorno della sua morte. Dickens viaggiava insieme alla sua amante e rimasero incolumi nell’unica carrozza che non deragliò su un ponte in riparazione. Quasi che il fato abbia voluto porre un faro per illuminare agli occhi del mondo su questi due fatti di una coincidenza straordinaria. Ed è appunto da qui che si avvia la mia indagine fuori dai consueti schemi di ordine pratico.

A questo punto è meno difficile risalire ad una possibile causa del suddetto anomalo stato mentale che, da un lato lo rendeva strepitosamente geniale, ma dall’altro, come gran parte dei savant, era fuori dalle regole, più legati a forme mentali, più influenti del solito, presumibilmente la stessa causa che gli procurava la presenza di fantasmi. Perché è su di loro che più interessa sondare sul conto di Dickens, e quel faro del disastro ferroviario suddetto sembra puntare in questa sede, perché se nessuno li vedeva, ma lui sì che li vedeva spuntare, per esempio da quei morti sparsi per terra in quel terribile giorno: glielo aveva detto qualcuno da ragazzo di questo potere. Dal punto di vista esoterico i fantasmi si associano alla presenza di esseri incorporei di natura doppia, noti col nome di Doppelgänger, appartenenti al mondo astrale.

Doppelgänger, letteralmente vuol dire “doppio viandante”, nel senso di “bilocato”.

Si riferisce a un qualsiasi doppio o sosia di una persona, più comunemente in relazione al cosiddetto gemello maligno o alla bilocazione. Il passo è breve per vedere questi esseri astrali in un demone noto nel cristianesimo, il serpente, il diavolo, ovvero la famosa bestia dell’Apocalisse di Giovanni. Papa Francesco ci mette sull’avviso su questo serpente, e si avvia ora la sua meditazione su di lui.

serpente biblicoIV – Il serpente che uccide e quello che salva

Traggo dalla meditazione mattutina di martedì 15 marzo 2016 di Papa Francesco nella cappella della Domus Sanctae Marthae di Roma, questi spunti:

… Al centro della riflessione del Pontefice, seguendo la liturgia del giorno, c’è stata l’immagine del serpente, portatrice di un «messaggio».

Il serpente, ha detto il Papa, «è il primo degli animali che viene nominato nel libro della Genesi», ed è ricordato come “il più astuto”. Il serpente torna, ed è il passo richiamato dalla prima lettura, nel libro dei Numeri (21, 4-9) quando si narra di come nel deserto il popolo mormorasse contro Dio e contro Mosè: «Il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti. Quelli mordevano la gente e un gran numero di israeliti morì». Allora il popolo si pentì, chiese perdono e Dio ordinò a Mosè: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta. Chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita». Ha commentato il Pontefice: «È misterioso: il Signore non fa morire i serpenti, li lascia. Ma se uno di questi fa del male a una persona, guardi quel serpente di bronzo e guarirà». Il serpente, quindi, viene innalzato per ottenere la salvezza.

A questo punto, sempre seguendo lo sviluppo della liturgia del giorno, Francesco ha ripreso il brano del vangelo di Giovanni (8, 21-30) in cui Gesù, discutendo con i dottori della legge, «dice loro chiaramente: “Se non credete che Io Sono, morirete nei vostri peccati! E quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che ‘Io Sono’”».

“Io Sono!”, ha spiegato, «è il nome di Dio; quando Mosè domanda al Signore: “Se il popolo mi dice, ma chi ti manda? Chi ti manda, a te, a liberarci? Qual è il nome? ‘Io Sono!’”». Quindi: «Innalzare il Figlio dell’uomo! Come il serpente…».

Lo stesso concetto era stato ribadito da Gesù in un passo riportato «due capitoli prima», quando egli «dice ai dottori della legge lo stesso: “Come Mosè ha innalzato il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, perché chiunque crede in lui sia salvato».

Il serpente cioè, ha detto il Pontefice chiudendo il ragionamento, è «simbolo del peccato; il serpente che uccide; ma un serpente che salva. E questo è il mistero del Cristo».

Il serpente, ha spiegato il Pontefice, «profetizza nel deserto la salvezza»: viene infatti «innalzato e chiunque lo guarda viene guarito». Ma questa salvezza, ha sottolineato, non è stata fatta «con la bacchetta magica da un dio che fa le cose»; piuttosto è stata fatta «con la sofferenza del Figlio dell’uomo, con la sofferenza di Gesù Cristo». Una sofferenza tale da portare Gesù a chiedere al Padre: «Padre, per favore, se è possibile io non vorrei bere questo calice». Si vede qui «l’angoscia», accompagnata, però dall’espressione: «Ma sia fatta la tua volontà».

È questa, ha concluso il Papa, «la storia della nostra redenzione», è questa «la storia dell’amore di Dio». Perciò, «se noi vogliamo conoscere l’amore di Dio, guardiamo il Crocifisso». Lì incontriamo «un uomo torturato, morto, che è Dio, “svuotato della divinità”, sporcato, “fatto peccato”». Di qui la preghiera finale: «Che il Signore ci dia la grazia di capire un po’ di più questo mistero». >>2

V – In hoc signes vinces

Il serpente biblico nei fantasmi di Charles Dickens 2
Illustrazione 2 In hoc signo vinces – Raphael (Sala di Costantino, Città del Vaticano)

Innalzare il serpente di Gesù ci ricorda ciò che avvenne con la comparsa in cielo della scritta in greco ἐν τούτῳ νίκα (letteralmente: “in (sotto) questo vincerai”) accanto a una croce sarebbe uno dei segni prodigiosi apparsi a Costantino che avrebbero preceduto la battaglia di Ponte Milvio. La frase suddetta è nota in latino come In hoc signo vinces. il fatto è raccontato dal vescovo Eusebio di Cesarea, stretto collaboratore di Costantino dal 325.  Ma già tempo prima l’imperatore si era orientato verso il monoteismo, giusto all’epoca in cui si preparava ad affrontare la battaglia contro Massenzio che avvenne sul ponte Milvio. In quell’occasione valsero i labari imperiali con il segno del simbolo cristiano del chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP, a mettere in rotta l’esercito di Massenzio.

Charles Dickens
The Mistery of Edwin Drood – Charles Dickens (Clicca l’immagine per ingrandirla)

VI – Il segno in The Mistery of Edwin Drood

Con l’apparenza di una trama di un romanzo giallo, ben architettato da Dickens, “The Mistey of Edwin Drood” ruota intorno alla misteriosa presunta morte del giovane e facoltoso Edwin Drood fidanzato della bella Rosa Bud. Egli scompare in circostanze misteriose e lascia  traccia di sé sulla riva del fiume col suo orologio da tasca più una spilla. Due sono gli indiziati, Neville Landless che alla vigilia di Natale  compra un pesante bastone da passeggio, e suo zio Jaspin maestro di musica della fidanzata del nipote scomparso.

In un intricato intreccio di personaggi si rivelano i presunti sospetti sui due per aver assassinato Edwin Drood. Non senza una nebulosa esotica in cui aleggia una coltre di fumo d’oppio, quasi volta a disperdere le loro tracce. Come a sdoppiare i fatti per tradurli su un piano fantasmagorico: ecco, presumibilmente, la traccia del discusso serpente argomentati in precedenza. Ma era un automatismo derivante da quell’idiot savant in lui, che suggeriva a Dickens questo genere di fraseggio e non tanto una cultura architettata – mettiamo – da un accreditato esoterista in lui, anche se era incline allo spiritismo che poi dirottò sul mesmerismo. Ed ecco il quadro dei fatti – mettiamo – annotati sul taccuino del poliziotto in Dickens.

Rosa Bud teme fortemente il suo maestro di musica, Jasper. Neville si invaghisce di lei ed è indignato dalla leggerezza con cui, a suo giudizio, il fidanzato Edwin prende in considerazione il fidanzamento con lei. Edwin lo provoca e il ragazzo reagisce violentemente, e questo da l’occasione a suo zio Jaspin di spargere la voce su Neville l’assassino di Edwin Drood per il suo temperamento violento e selvaggio. Jasper dal canto suo, nel mentre si accompagnava con Durdles, incontrano un ragazzino chiamato Deputy, e pensando che li stesse spiando, lo aggredisce afferrandolo per la gola, ma poi rendendosi conto che lo stava soffocando desiste dall’aggressione quasi mortale. Di qui si rivela la possibile arma del delitto da parte di Jaspin con una sciarpa nera di seta, comprata in precedenza, che a prima vista appare insignificante. Ma per il fatto che Durdles è stato testimone dell’aggressione al ragazzino Deputy il giorno della scomparsa di Edwin, sorge il sospetto dell’omicidio premeditato con lo strangolamento tramite la sua sciarpa che portava al collo. Infatti egli indossa di consueto, sia con la sua tunica da canto che con il suo vestito ordinario, una grande sciarpa nera di seta tessuta, appesa avvolta al collo, il dettaglio che lo incriminerebbe.

E più in particolare, dopo essersi separato da Crisparkle per incontrare Edwin e Neville, Jasper :

si ferma per un istante al riparo per togliersi quella grande sciarpa nera e appenderla con un cappio al braccio. Per quel breve tempo, il suo volto è teso e severo.

Si nota che la gravità con cui Jasper si occupava di questa sciarpa è insolita, comunque non tale da sospettare il supposto crimine in questione, se non fosse per la successiva testimonianza di Sir Luke Fildes. Infatti egli non si tira indietro nell’affermare che la sciarpa è l’arma del delitto. Comunque la copertina del libro mostrata sopra, sembra ignorare il dettaglio della sciarpa, la presunta arma del delitto. Se questo rientrava nel progetto della stesura del racconto da parte di Dickens, perché non c’è cenno della sciarpa sulla copertina, un reperto così importante, visto che c’è di tutto del racconto? Come a voler creare una suspense provocatoria su di essa per far sorgere la domanda nel lettore: dove può essere la sciarpa nera di seta, non si sa. Ma vedremo in seguito che questo mistero, al di fuori del racconto, è come una pianta da cui spuntano dei rami di altri misteriosi segni – non del racconto – che vi rassomigliano, fra un pezzo di stoffa nero, uno scialle rosso e un altro scialle di un tragico disastro ferroviario. Come si vede tutti poco rassicuranti, legati, per giunta, a sofferenze. A guisa di un quartetto di fantasmi. E allora ecco l’arcano della sciarpa di Jasper che si dissolve per farla apparire come quella corona di spine sul capo di Gesù fustigato dai soldati romani prima di salire sul Golgota. Un Dio che si addossa i peccati degli uomini (nati dai loro demoni, i “serpenti”). Eccola come in trionfo sulla copertina del libro The Mystery of Edwin Drood. Nessuno la vede? Una corona di spine avvolge The Mistery of Edwin Drood by Edwin Dickens! Altrimenti come si spiega questa corona?

E poi, una volta capito la mia antifona, invito a riflettere sulla piega che sto cercando di far assumere al racconto di Dickens per scovare nel suo animo cosa si era mosso in lui con il racconto in questione, per uscire poi allo scoperto come un fantasma (ricordiamoci dei fumatori di oppio del racconto): la sparizione di Edwin Drood che vuol far credere assassinato, ma anche inspiegabilmente dissolto nel nulla. Tanta da far supporre che Edwin Drood possa essere Dickens stesso. E tutto architettato dal suo alter ego smanioso di elevarsi agli occhi dei lettori. Ecco una novità su Dickens a sorpresa: un vanaglorioso.

È in caso di parlare di un risvolto curioso della sua vita, ma non di scrittore, tutt’altro.

Dickens credeva nella cosiddetta nuova scienza del mesmerismo. Quando Dickens si imbatté nel mesmerismo nel 1830, la pratica era ben radicata nella comunità medica. Era convinto, infatti, di poter guarire gli altri provocando nei pazienti una sorta di trance ipnotica. Nel 1842, mentre era a Pittsburgh con sua moglie Catherine Hogarth (1815-1879), le chiese di fare da cavia. Gli esperimenti furono poi annotati nel suo diario di viaggio American Notes for General Circulation. Dopo diversi minuti passati ad agitare le mani sopra la testa della moglie, proprio come gli aveva insegnato Elliotson, Catherine iniziò a blaterare con isteria frasi sconclusionate e si addormentò. Dickens si convinse allora del suo potere e se ne entusiasmò a tal punto da divenirne ossessionato. Di qui esercitò il mesmerismo con chiunque fosse disposto a fare da cavia.

La notizia che riusciva a curare molti problemi si sparse fra parenti e amici che chiedevano a Dickens di poter essere guariti… 3

Ecco chi era l’altro Dickens quasi vanaglorioso e il passo è breve per additare in lui quel serpente biblico, di cui ha parlato Papa Francesco.

VII – Le esperienze paranormali di Charles Dickens

Charles Dickens, considerato uno dei più importanti romanzieri di tutti i tempi, ebbe nel corso della propria vita numerose esperienze paranormali. L’inclinazione per il mistero ed il fascino per l’occulto sono evidenti in numerosi racconti dello scrittore britannico, spesso intrisi di spettri e di sinistri personaggi.

Il Canto di Natale, di Charles Dickens, è probabilmente la più nota storia inglese di fantasmi. Dickens, che visse dal 1812 al 1870, scrisse almeno una ventina di storie di spettri, comprese le cinque incluse nel romanzo Il Circolo Pickwick, pubblicato nel 1836-37. Quando lo scrittore era piccolo, e molto impressionabile, la sua balia Mary Weller gli raccontava storie macabre; infatti, nel David Copperfield, il libro che più ricorda la sua vita, il protagonista dice: “Fu la balia a sostenere che io avevo il privilegio di vedere fantasmi e folletti“.

Benché si tenesse alla larga da medium e sedute spiritiche, la vita di Dickens fu piena di esperienze paranormali. Alla vigilia di Capodanno del 1863, lo scrittore fu turbato da una premonizione mentre giocava con i figli. Nel gioco, si servivano di un pezzo di stoffa nera fissato su un bastoncino e questo funereo oggetto ricordò a Dickens alcuni tetri dettagli del funerale dello scrittore e amico William Makepeace Thackeray, celebrato alcuni giorni prima. Allora ripiegò il pezzo di tessuto ma, ancora turbato dall’ombra che proiettava sul muro, smontò l’aggeggio prima di coricarsi. Il pomeriggio seguente, suo figlio Walter, di 22 anni, morì improvvisamente, a Calcutta, di un aneurisma dell’aorta.

Dickens diceva anche di aver incontrato diversi spettri. Egli era molto affezionato a Mary Hogarth, la sorella minore di sua moglie, la quale perì tragicamente a 17 anni, nel 1837. Dopo la sua morte lo scrittore disse: “Ho sognato che per un anno mi seguì ovunque, talvolta come spirito, talaltra come essere vivente“. Nel 1851, invece, assistette il padre che si sottopose a un’operazione di asportazione di calcoli renali. L’uomo non si riprese dall’intervento e, una notte, lo scrittore si svegliò e vide il fantasma del padre seduto vicino al letto.

Un’altra volta sognò una certa Miss Napier, che non conosceva, e di cui ricordava solo che indossava uno scialle rosso. Un paio di giorni dopo, ebbe inaspettatamente una visita da parte di una signora che indossava uno scialle rosso di nome Miss Napier. La vita frenetica e l’umore cupo dello scrittore fanno supporre che soffrisse di depressione e che non fosse mai ben certo dove finisse la finzione e dove cominciasse la realtà. I suoi romanzi traboccano di situazioni melodrammatiche, di suspense, di misteri e di personaggi sinistri, dei quali egli udiva distintamente ogni parola pronunciata, secondo quanto confidò al critico George Henry Lewes. 4+

Non dimentichiamo un ultimo particolare: lo scrittore britannico si iscrisse, insieme al collega Arthur Conan Doyle (creatore di Sherlock Holmes) al “Ghost Club”, circolo di studiosi di eventi paranormali, il cui motto era “Nasci, Laborare, Mori, Nasci” (nascere, lavorare, morire, nascere). E dopo la sua morte fu evocato in una seduta spiritica dallo stesso Doyle, che lo riconobbe perché si presentò con lo pseudonimo che usò per i primi romanzi: “BOZ”. 5

VIII – Compaiono i segni del serpente, uno scialle sulle spalle di una donna

Come di un percorso a ritroso nel tempo, osservando lo scenario del disastro ferroviario di Staplehurst del 9 giugno 1865 in cui Charles Dickens viene coinvolto, lo vedremo che soccorre una donna. Ma più di altro è lo scialle che lei ha sulla spalle che attira la mia l’attenzione. E poi un altro particolare sembra legarvisi: sei carrozze del treno sul quale Dickens viaggia cadono da un ponte in riparazione; l’unica carrozza di prima classe che rimane sul ponte è proprio quella in cui si trova lo scrittore. La scena è opera di un disegno fatto a quel tempo che dovette servire di illustrazione all’articolo del giornale del giorno dopo. L’illustr. 3 l’ho tratta dal giornale online The Critic.

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Illustrazione 3: Disastro ferroviario di Staplehurst del 9 giugno 1865. Charles Dickens soccorre una donna vittima dell’incidente. Immagine del giornale online The Critic di novembre 2020.

Vedremo poi che lo scialle della donna di poc’anzi si combina ad altri fatti di stoffa. Il  pezzo di stoffa nera fissato su un bastoncino della premonizione del Capodanno del 1863, lo scialle rosso di Miss Napier, e la sciarpa di seta nera che sappiamo perché compare nel  racconto “The Mistery of Edwin Drood”. Nell’insieme, sembrano costituire una velata quaterna di ombre, fantasmi, scomparsi i quali tutto si dissolve sul conto del romanziere Charles Dickens per fargli prendere la via della vera vita spirituale, dopo la sua morte, grazie ai risvolti spirituali luminosi della sua anima, toccata già in vita da un sogno premonitore.

IX РIl serpente ̬ cosi lieve da essere quello di un farfalla di un effetto noto alla scienza

In matematica e fisica l’effetto farfalla è una locuzione che racchiude in sé la nozione maggiormente tecnica di dipendenza sensibile alle condizioni iniziali, presente nella teoria del caos. L’idea è che piccole variazioni nelle condizioni iniziali producano grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema.

Edward Lorenz fu il primo, nel 1962, ad analizzare l’effetto farfalla in uno scritto pubblicato nel 1963 preparato per la New York Academy of Sciences. Secondo tale documento, “un meteorologo fece notare che se le teorie erano corrette, un battito delle ali di un gabbiano sarebbe stato sufficiente ad alterare il corso del clima per sempre“. Lorenz scoprì l’effetto quando osservò che nello sviluppo di un modello meteorologico, con dati di condizione iniziale arrotondati in modo apparentemente irrilevante, non si sarebbero riprodotti i risultati delle analisi con i dati di condizione iniziale non arrotondati. Un piccolo cambiamento nelle condizioni iniziali aveva creato un risultato significativamente diverso. In discorsi e scritti successivi, Lorenz usò la più poetica farfalla, forse ispirato dal diagramma generato dagli attrattori di Lorenz, che somigliano proprio a tale insetto, o forse influenzato dai precedenti letterari (anche se mancano prove a supporto). “Può, il batter d’ali di una farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?” fu il titolo di una conferenza tenuta da Lorenz nel 1972.

“Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”… Con questa semplice frase si può riassumere in cosa consista quel concetto denominato “effetto farfalla”.

Piccole azioni possono contribuire a generare grandi cambiamenti. Quest’idea, derivata dalla Fisica e dalla teoria del caos, può essere applicata anche alla psicologia. Ciò che facciamo oggi influirà sul nostro futuro: con piccole azioni, possiamo cambiare molte cose che non apprezziamo della nostra vita oppure, più semplicemente, invece che colpevolizzarci per errori che tutti commettiamo, possiamo trovarvi una soluzione introducendo piccoli cambiamenti. 6

La tesi sui fantasmi di Dickens di questo saggio fa leva sull’“effetto farfalla” di Edward Lorenz, per illuminare particolarmente un punto chiave degli avvenimenti della sua vita, il disastro ferroviario di Staplehurst del 9 giugno 1865 in cui viene coinvolto. È stata posta in evidenza una chiara relazione di questo avvenimento con la morte di Dickens, esattamente avvenuta cinque anni dopo e nello stesso giorno, senza contare la coincidenza con la stesura del racconto “The Mistery of Edwin Drood”, incompiuto. Che dire? A bella posta con lo zampino del solito “fantasma”? Di qui l’idea che è proprio una catena di “effetti farfalla” per opera sua che, da buon serpente “scivola”, si “intrufola”, con la velocità della luce (vedi l’entanglement della fisica dei quanti) per compiere i suoi antefatti.

E se l'”effetto farfalla” in questione ha origine nell’immagine del disastro ferroviario di  Staplehurst del 9 giugno 1865, rappresentato dall’illustr. 3 che è la testata del giornale online inglese The Critic di novembre 2020, consideriamola come una certa “mappa del tesoro” da esplorare per scoprire i possibili messaggi cifrati che vi possono essere nascosti. Come si vede si sta procedendo per la via dell’impossibile a credervi e se non altro, consideriamola allo stesso modo dei racconti di Dickens. In verità la via che si sta percorrendo è così labile allo stesso modo come lo è via della fede del cristianesimo: occorre credere quasi a occhi chiusi. Mettiamo – come lo era Dickens da “idiot savant” con tutte le sue manie che sappiamo.

X – “In hoc signo vinces”. Virtuale conversione al cattolicesimo romano di Charles Dickens

Cosa ha potuto fare quella fascia bianca dell’intestazione del giornale online The Critic che ha commemorato i 150 anni trascorsi dalla morte di Charles Dickens! Ha dato luce ad una fulgida “croce al merito” al grande romanziere di tutti i tempi.

Il serpente biblico nei fantasmi di Charles Dickens 4
Illustrazione 4: Disastro ferroviario di Staplehurst del 9 giugno tempo retrodatato di 1865. Charles Dickens soccorre una donna vittima dell’incidente. “In hoc signes”: da un rivolo d’acqua che sgorga dal cappello sorge la vita.

Ma è simile a quell’antica croce che diede la vittoria all’esercito dell’imperatore romano Costantino che la storia ci ricorda. Lui credette al segno, ma Charles ce l’ha sempre avuta nel cuore per fargli fare il paladino dei derelitti, gli esclusi della società ottocentesca inglese dell’epoca vittoriana. E qui a Staplehurst lo si vede soccorrere una donna vittima del deragliamento della sua carrozza del treno. Ed è un viaggio nel tempo retrodatato di cinque anni per anticipare ciò che presumibilmente lo avrebbe aspettato dopo la morte, il Regno dei Cieli.

Il serpente biblico nei fantasmi di Charles Dickens 5
Illustrazione 5 – Partic. illustr. 4.

È il suo cappello la sua corona al momento, simile ad una corona di spine per il dolore che provava in quel momento. Cappello che si trasforma in una coppa graalica ripiena di acqua presa dal fiume in cui si sono rovesciate le carrozze del treno. Acqua (illustr. 5) che fa riprendere i sensi alla donna affranta: il suo colmo si fa asse cartesiano orizzontale e uno dei rivoli d’acqua, l’asse verticale, per dar significazione alla croce bianca vivificante. In terra una croce tau prende forma in due assi di legno, il segno della morte. Ed è un’apoteosi della sofferenza: il serpente è stato sollevato ed è la vita che propana da Charles Dickens rimandata a cinque anni dopo.

All’autore del disegno della scena del disastro, di certo, qualcuno guidava la sua mano, e occorreva che il futuro si avverasse con il giornale online The Critic, per dare energia alla croce. Sembra fantastico ciò che sto dicendo, ma gli entanglement quantici, della scienza d’oggi, corrono alla velocità oltre quella della luce e vanno avanti e indietro nel tempo come angeli custodi prodigiosi.

XI – Il segno del serpente buono, il manto azzurro di una Madonna

Un autorevole lettore di Dickens, padre Ferdinando Castelli, nel suo libro “Il cristianesimo di Dickens”, ha detto sul suo conto:

“più che una fede, fosse piuttosto un’importante espressione etica, fondata sull’insegnamento di Cristo, profeta della giustizia, del perdono e dell’amore“.

Ed ancora.

Sul “Catholic Herald”, settimanale cattolico britannico, William Oddie, saggista e già direttore della stessa rivista, getta il sasso nello stagno ricordando una lettera poco nota dell’autore di Oliver Twist.

«Permettimi di parlarti di un curioso sogno che ho avuto lunedì notte e dei suoi frammenti che ancora riesco a ricordare», scrisse Dickens all’amico e biografo John Foster durante un soggiorno a Venezia nel 1844. «In un luogo indeterminato, sublime nella sua indeterminatezza, venivo visitato da uno Spirito. Non potevo distinguerne il volto, né mi ricordo di aver avuto il desiderio di farlo. Portava un manto azzurro, come una Madonna in un quadro di Raffaello, e non assomigliava a nessuno che io conosca se non per l’altezza… era così pieno di compassione e di dolore per me… da trapassarmi il cuore. E io gli dicevo, fra i singhiozzi: “Oh, dammi una prova del fatto che mi hai veramente visitato… rispondi… a una domanda”, supplicando e soffrendo per paura che mi lasciasse, “qual è la vera religione?”. E mentre indugiava senza rispondermi, dicevo ancora, sempre nell’affanno e nella paura che se ne andasse: “Pensi anche tu come me che la forma della religione non conta poi molto, se cerchiamo di fare il bene? O forse – osservando che ancora esitava e provava una grande compassione per me – è il cattolicesimo romano la religione migliore? Quella che forse permette di ricordarsi di Dio più frequentemente e di credere più fermamente?”. “Per te”, rispondeva lo Spirito con una celestiale tenerezza, da spezzarmi il cuore, “per te è la migliore!”. E allora mi sono svegliato, con le lacrime che mi rigavano il volto, ritrovandomi nella stessa posizione che avevo durante il sogno. Era l’alba». Dickens, spiega William Oddie, interpretò di primo acchito quello Spirito come la figura di sua cognata, Mary Hogarth, morta nel 1837. Ma successivamente ritornò sul sogno leggendolo in una chiave più cattolica, indicando la presenza sulla scena di un grande altare, in cui una volta la Messa veniva celebrata quotidianamente, e ricordando il suono delle campane. «Metti il caso», scrisse sempre all’amico Foster, e parlando del suo desiderio di lasciare con i suoi scritti una testimonianza duratura nel tempo in favore degli umili e sofferenti, «che quel desiderio venisse realizzato da un intervento indipendente da me», facendo poi riferimento al sogno e chiedendosi se non fosse stata una vera visione. Ma visione di chi? Oddie avanza un’ipotesi da credente: visione della Vergine, che magari, misteriosamente, rafforzò e accompagnò la vocazione dello scrittore a lottare per la causa del popolo umiliato e schiacciato dalla storia. «Se non lei, chi?»

chiosa il commentatore del “Catholic Herald”, sottolineando come fu lo stesso Dickens a ipotizzare di essere stato protagonista di un’apparizione. 7

«Metti il caso», scrisse sempre all’amico Foster [Dickens – ndr], e parlando del suo desiderio di lasciare con i suoi scritti una testimonianza duratura nel tempo in favore degli umili e sofferenti, «che quel desiderio venisse realizzato da un intervento indipendente da me», facendo poi riferimento al sogno e chiedendosi se non fosse stata una vera visione.

Ma il tempo misurato in termini cosmici è diverso da quello terreno e forse questo segno lo si può intravedere nell’ultimo racconto di Dickens, The Mistery of Edwin Drood lasciato incompleto per il sopraggiungere della sua morte. In questo racconto Edwin misteriosamente scompare e le uniche sue tracce sono il suo orologio con catena e una spilla trovata in riva ad un fiume.

Si viene a sapere però dal suddetto amico biografo John Foster che era nell’intenzione di Dickens fare un secondo racconto su Edwin Drood e, da altre fonti, su “fantasia” di uno scrittore, aveva lasciato detto che era stato ucciso da due fantasmi blu.

Quante “farfalle” con l’occhio accorto del loro inventore Edward Lorenz, che svolazzano inosservate come staffette portaordini nel cosmo, su e giù nel tempo a modificare gli eventi pochi attimi prima che si verifichino! Incredibile! Ma occorre essere in qualche modo come l’idiot savant Dickens, non c’è altro modo. Le persone normali si scervellino pure per capirci qualcosa invano, ma è così!

Ah! quella croce di Costantino, e in questo saggio, quella disegnata da me sull’immagine del disastro ferroviario di Staplehurst del 9 giugno 1865! Le cose dello spirito sono così e la ragione di questo mondo si rifiuta di credervi.

Incredibili vaneggiamenti di Charles Dickens, un idiot savant preso per temi esoterici di fantasmi e spettri! Una spilla in “The Mistery of Edwin Drood”, che sembrerebbe legare i fatti (a venire?) della Terra al Tempo, se si azzarda un’interpretazione delle ultime tracce di Edwin Drood, forse il suo pseudonimo!

Oppure è con questo mio scritto che quell’orologio di Edwin Drood, fermo per l’interruzione della sua storia in riva a un “fiume” (quello di Lete mitologico?), ora si mette a girare in questo tempo per fargli ritrovare la sua bella Rosa Bud, felice di sposarlo, e la stessa cosa per Charles Dickens, per ritrovare la cognatina Mary Hogarth di cui si invaghì perdutamente, morta a soli diciassette anni. Sappiamo che lui reagì in maniera per molti esagerata: le sfilò dal dito un anello che poi avrebbe portato per tutta la vita, conservò tutti i suoi abiti e dichiarò addirittura di voler essere sepolto nella sua stessa tomba. E pare che per anni sia stato perseguitato da visioni del suo fantasma. Ma la giustizia divina è saggiamente equa e l’avrà sostituita con quella della Vergine Maria che Dickens sognò, da turbarlo in modo straordinario. Il suo strepitoso amore per i derelitti e gli esclusi della società della sua epoca lo richiedeva imperiosamente. Rileggiamo lo stralcio del suo racconto:

«… E io gli dicevo, fra i singhiozzi: “Oh, dammi una prova del fatto che mi hai veramente visitato… rispondi… a una domanda”, supplicando e soffrendo per paura che mi lasciasse, “qual è la vera religione?”. E mentre indugiava senza rispondermi, dicevo ancora, sempre nell’affanno e nella paura che se ne andasse: “Pensi anche tu come me che la forma della religione non conta poi molto, se cerchiamo di fare il bene? O forse – osservando che ancora esitava e provava una grande compassione per me – è il cattolicesimo romano la religione migliore? Quella che forse permette di ricordarsi di Dio più frequentemente e di credere più fermamente?”. “Per te”, rispondeva lo Spirito con una celestiale tenerezza, da spezzarmi il cuore, “per te è la migliore!”. E allora mi sono svegliato, con le lacrime che mi rigavano il volto, ritrovandomi nella stessa posizione che avevo durante il sogno. Era l’alba» .


1    Charles Dickens: ossessioni, coincidenze e macabri passatempi
2   Da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVI, n.062, 16/03/2016 –
3   I Fantasmi di Dickens
4   Le Esperienze Paranormali Di Charles Dickens
5   I Fantasmi Del Natale
6   Effetto farfalla
7  Dickens protagonista di un’apparizione mariana? Un mistero